Titolo:
Rosso fuoco
Genere:
Dramma-erotico
Rating:
rosso
Logline:
Un lavoro pericoloso. Un uomo in terra straniera. Un amore senza
frontiere.
Sinossi:
Edward Cullen è un immigrato "di Kosovo" dalla testa
castano ramata e gli occhi di cielo, che lavora su una piattaforma
petrolifera del Mediterraneo. Proviene da una famiglia poverissima
che gli manca tantissimo e a cui spedisce quasi tutto quello che
guadagna. Ha un carissimo amico, James, che lo trascina qua e là in
divertimenti via via sempre più smodati, finché... Bella Swan e'
un'infermiera turca. Un giorno i loro due mondi ostili si incontrano
e si scontrano, scoprendoli spiriti affini.
Il
suono martellante della grancassa ha il potere di ipnotizzare gli
uomini.
Lo
senti più nello stomaco che nelle orecchie. Eccita già la musica,
come se non bastasse la vista della bambolina dagli occhi enormi e le
tette sproporzionate.
"Devi
pagare di più se vuoi vedere di più, baby…" La ragazza gioca
con i bordi del gilet di lustrini, tenuto chiuso da un unico bottone
gioiello.
James
tira fuori un rotolo di banconote di cui non vedo l'esatto spessore,
ma che giudico consistente… E il bottone si apre come per magia. La
musica dei Nine Inch Nails impregna la stanza come fumo denso e la
nostra eccitazione diventa palpabile.
"I
wanna fuck you like an animal" è proprio il messaggio giusto.
Lavori duro una settimana, solo per potere venire il venerdì sera in
questo locale. Ancora più duro. "Venire" è la parola
giusta.
Il
sesso è la nostra droga preferita. Meglio dell'alcol, meglio dello
sballo. Niente è meglio. La vita di noi stronzi col cazzo in tiro
vale ogni centesimo speso in questo locale. E ce ne spendiamo tanti.
Tolti quelli necessari, quasi tutti in realtà. E del resto in
cos'altro potremmo mai spenderli? Non ci sono altri svaghi qui: un
uomo nel fiore degli anni, perfettamente funzionante, lavora, mangia,
beve, fuma, scopa. È tutto qui. Un giorno dopo l'altro. Ogni giorno
uguale all'altro.
Il
gilet cade sul pavimento e lei si piega in un arco perfetto. Per
guardarle il viso dovrei alzare la testa dal divano su cui sto quasi
in orizzontale. Ma non è certo il viso ad attirare tutta la mia
attenzione. Con le mani arpiona le mie caviglie, mentre uno dei suoi
piedi calzati in stupefacenti tacchi rosso fuoco sfiora l'inguine di
James. Se in questo momento cadesse il mondo sorriderei felice e di
certo non staccherei gli occhi da quelle tette rotonde e lucide che
vibrano ritmiche seguendo la musica.
Una
sirena antiaerea mi risuona nelle orecchie.
"Maledetta
sveglia dei miei coglioni!" Segna l'inizio di un'altra cazzo di
giornata sulla piattaforma. Ed è solo mercoledì. Sempre più
stanco, sempre più lungo il mio turno. Ma sono soldi extra e questo
mese quasi raddoppierò la busta paga. Tolti quelli da spedire,
restano tanti soldi da spendere per me, al locale. E dove se no?
Questo venerdì voglio assolutamente provare a sballarmi. Invidio la
facilità di James di fottersi una delle ragazze e poi spingerla giù
dalle sue gambe. A me fanno pena quando alzano quegli occhioni troppo
giovani… Eppure sono lì per questo, no? Ballare per essere
guardate, sculettare per essere scelte, essere fottute per soldi. I
miei o quelli di altri, che cazzo di differenza fa? Eppure non riesco
a far tacere i pensieri.
James
dice che mi ci vuole lo sballo, un po' di speed, perché sono
stanchissimo e quella ragazza è troppo giovane ed ha la pelle troppo
bianca. Somiglia troppo a Alice. Alice che cinguettava sempre, a
casa. Chissà com'è diventata brava con quel suo violino… Chissà
se le va bene il vestito con le rose rosso fuoco che le ho mandato
per il suo decimo compleanno.
Mi
manca tanto casa mia, le risate e le chiacchiere col nonno, lo djuvec
(piatto tipico kosovaro, n.d.a.) della mamma. Spesso sogno di come
sarebbe tornare a casa all'improvviso e riabbracciarli tutti… Mi
sveglio sudato e triste. Mi ci vuole lo speed, parecchio.
Ancora
quel suono ossessivo, che ormai quasi odio.
"Non
guardarmi!" le tiro i capelli per farle girare la testa. Non
voglio vedere quella faccia quasi da bambina, scomposta, sudata,
lasciva, con la lingua di fuori e gli occhi velati. Mi sembra un
animale. Mi fa sentire un animale. Non mi piaccio.
"Accidenti
a te, Jim. Che cazzo mi hai dato? Fa schifo. Non funziona."
Mi
fa incazzare che non taciti i miei pensieri, ma per il resto funziona
eccome. Il cazzo è in tiro da un'ora, la stanchezza scomparsa. Mi
sento un toro scatenato. Incazzato e infaticabile.
"Sei
bellissimo, straniero dagli occhi di cielo…" La bella fighetta
tra le mie mani è molle ormai come uno straccio stropicciato e
bagnato. Mi ci schianto dentro seguendo il ritmo delle casse che
attraversa le pareti, il mio stomaco, la mia testa, poi mi tiro fuori
appena in tempo. Ho pagato un extra per poter venire "nudo",
ma mi è stata concessa solo la bocca. "Un buco vale l'altro",
ho annuito, "basta che non mi guardi, però". E mentre le
caccio il cazzo fino in fondo alla gola e vengo come un fottuto treno
in corsa, finalmente i pensieri tacciono.
Era
ora.
Eppure…non
riesco a fare a meno di chiedermi se è davvero tutto qui.
Il
rumore della trivella è assordante, copre qualunque altro suono.
A
poco servono le maschere-casco che abbiamo in dotazione e siamo
obbligati a portare. Impazzisci dal caldo, lì dentro. Non ti
riparano dal frastuono, lo rendono solo più sordo, basso. Somiglia a
quello della grancassa del locale. È come un altro battito cardiaco.
Ipnotizza anche questo. Ti martella nello stomaco anche questo. Fa
quasi male, ma ti culla, anche questo. È un compagno fedele e
onnipresente. Ormai mi ci sono affezionato. Sono uno che si
affeziona, io. Sorrido, sbuffando. La mamma mi chiamava "gatto
da focolare", da piccolo, perché le stavo sempre intorno a
cercare qualcosa da mangiare o due carezze. Dovevo fare il pieno per
quando me ne fossi andato. E chi non se ne va da quella merda di
paese? Non hai altre possibilità, chance, occasioni. Solo fame, o
andarsene.
Sbadiglio.
Controllo ancora una volta la manopola della pressione. Noto un
valore un po' troppo alto, e mentalmente annoto di farlo presente
alla fine del turno. Non è la prima volta che capita. Ci dicono di
non interrompere il flusso per nessun motivo. Di ridurre al minimo il
dispendio energetico. Per carità disperdere energie.
Mi
perdo dietro ai miei pensieri, come sempre. Faccio una fatica
incredibile a tenere gli occhi aperti. Forse dovrei portarmi dietro
dello speed anche al lavoro, per restare sveglio. Funzionasse…
"Ehi,
Albania?"
Sorrido
in risposta ad Aro, il supervisore, anche se lo prenderei volentieri
a pugni su quella faccia di merda che ha. Detesto che mi chiami
Albania. O Romania come mi chiamano altri. Ce l'ho un nome, no? E non
sono nemmeno albanese, poi, o rumeno. Ma tanto è inutile
arrabbiarsi. Non posso spaccare tutte le facce che mi guardano come
fossi…lo straniero affamato che sono. Perché alla fine sono
proprio questo e probabilmente lo sarò sempre. Uno straniero
affamato. Non importa che lavori meglio e più di altri. Trovare
lavoro non è facile nemmeno qui, soprattutto uno ben pagato come
questo. Perciò devo sempre essere grato e ho adottato la filosofia
del Menefregosenoncrepo. Mi chiamino pure Gallina o Merdasecca,
l'importante è il lavoro, e i soldi. Di questi non mi lamento
sicuro.
"Tutto
a posto, Albania?"
"Certo,
capo." Schiattassi ora, stronzo.
"Buona
giornata!" Il mio culo, penso, mentre alzo la mano in segno di
saluto.
Infatti
si rivelerà una buonissima e fortunatissima giornata.
Si
schiatta dal caldo e sbottono la tuta. Per un po' la tengo su aperta,
poi sfilo le maniche imprecando e le arrotolo in vita. Ed è allora
che mi accorgo del sibilo. Penso ad un difetto del sistema di
pompaggio, non certo ad una perdita. Chiamo i due compagni oltre la
torre di estrazione, ma mi gesticolano "Cazzo vuoi, Romania?".
Ma sì, vaffanculo, tanto il mio turno finisce tra un po', se la
vedrà quello dopo di me con eventuali problemi.
Continuo
a bere acqua e a pensare, assonnato, annoiato e quasi accecato dal
riverbero dei raggi sull'acqua, mentre faccio il mio solito stupido
lavoro di controllare i livelli. Sono circa le 5 del pomeriggio
quando succede il finimondo.
Giro
appena dietro la torre per ripararmi dal sole cocente, e accendermi
l'ennesima sigaretta proibita, al riparo dal vento. Forse a causa
dell'accendino, forse per il calore, forse per entrambe le cose, o
forse doveva succedere, sento un boato e vedo una nuvola rosso fuoco
in cui mare, cielo e piattaforma mi roteano intorno.
Mi
renderò conto solo qualche giorno dopo che a roteare invece ero io.
Un
rumore metallico lieve, ora.
Non
sento battere nello stomaco musica ipnotica. Nè il frastuono della
trivella. Dove mi trovo? Ho sonno e sete. Eppure le palpebre non
vogliono saperne di aprirsi, né la bocca di parlare.
Mi
sento precipitare nella nuvola rosso fuoco.
Di
nuovo quel rumore, mi ci sto affezionando, come mio solito. Mi fa
sentire tranquillo, anche se so che dovrei alzarmi, aprire gli occhi,
provare a muovermi. Lo farò, dopo un ultimo sonnellino. La sveglia
non suona stamattina?
Ancora
lo stesso rumore metallico, regolare.
Provo
a spostare un braccio e un dolore lancinante mi arriva direttamente
al cervello, scorrendomi lungo la schiena. Il rumore metallico
aumenta d'intensità e gli si aggiunge un sibilo assordante. Mi sento
precipitare di nuovo nel mondo dei sogni e appena un attimo prima di
disconnettermi dal corpo sento delle voci parlare. Realizzo di colpo
che mi trovo in ospedale e che forse ho avuto un incidente.
Il
suono stavolta è quello di una voce femminile.
Mi
sta parlando come si fa con i bambini, frasi brevi, scandite
lentamente. Il tono è dolcissimo, mi ricorda mia mamma.
"Buongiorno
e bentornato, straniero."
Provo
ad aprire una palpebra sperando che non riparta tutto il teatrino
di…da quanto sono qui?
"Quattro
giorni. Ricordi il tuo nome?"
Edward
Cullen. Sono straniero, vengo di Kosovo. Ricordo che lavoravo alla
piattaforma. E che faceva caldo. Oddio...
"Sai
dove ti trovi?"
Apro
completamente gli occhi.
Un
ospedale? Tu sembri un'infermiera…turca, forse? E bellissima…
Arrossisce
appena. Credevo di pensare, forse invece sto parlando?
"Non
sforzarti troppo. Quello che ora non ricordi più pian piano ti
tornerà alla memoria. Se vuoi ti racconto cosa pensiamo sia
accaduto. Tu annuisci soltanto, se ricordi che le cose stanno
realmente così."
Annuisco
di scatto e riconosco il dolore che mi percorre la spina dorsale fino
al cranio.
"Scusami.
Annuire ti fa muovere il collo e quindi ti dà dolore. Batti solo le
palpebre. Una volta per dire sì, due per dire no."
Non
mi limito a guardarla, me la bevo con gli occhi. Ha una ciocca di
capelli rosso fuoco sfuggita alla cuffia che indossa, un sorriso
dolcissimo e due occhi stupendi color cioccolato. Cioccolato…
deglutisco a fatica. Credo di aver fame, mentre lei mi parla con una
voce calda che mi commuove. Chissà come sono conciato, se ho il
viso… Muovo d'istinto la mano destra a toccarmi la faccia ma…un
altro dolore lancinante mi fa gridare e manda di nuovo in tilt i
macchinari che mi sono attaccati tutto intorno. Mi sembra quasi di
essere in una navicella spaziale. Ma che cazz...
"Non
devi muoverti troppo bruscamente," mi avvisa con uno sguardo
compassionevole.
Hai
pena per me, bella turca? Dimmi cosa vedi. Dimmi cosa mi sono fatto…
Ma ti prego fallo piano, perché non so come reagirò se mi darai
notizie troppo dure. Sono qui da quasi due anni, e non ho mai smesso
di sentirmi uno straniero. Non riconosco gli usi, i cibi, la gente. A
volte per ricordarmi chi sono mi guardo allo specchio, così posso
vedere gli occhi del nonno, il sorriso di mia madre. Se ora non mi
riconoscessi più nemmeno così, come potrei fare per sapere chi
cazzo sono?
"La
piattaforma dove lavoravi ha avuto una perdita, Edward. Per ragioni
ancora sconosciute è divampato un incendio e tu c'eri in mezzo…"
Dio!
E gli altri due che erano con me?
"Non
ci sono stati altri feriti. L'incendio era abbastanza limitato,
fortunatamente."
Che
bastardo fortunato che sono.
"Sei
caduto, o ti sei buttato, in acqua, dove il mare ha raffreddato la
tua pelle. Hai ustioni di secondo e terzo grado in tutta la metà
superiore del corpo, braccia comprese, ma non devi preoccuparti,
guariranno. Serve solo tempo e tanta pazienza. La buona notizia è
che la tuta ignifuga e la maschera hanno riparato le altre parti del
tuo corpo."
Grazie,
bella turca. E le mie braccia? Funzioneranno di nuovo? Perché un
uomo senza braccia non può lavorare e un uomo che non lavora,
soprattutto se straniero, è solo un mendicante. Cristo! Sono
terrorizzato. Come faccio a finire il lavoro? Lo perderò! Questa
settimana non sarò pagato. E come faranno a casa? Devo alzarmi da
qui, non importa il dolore, non importano le… Mi trattiene col suo
piccolo corpo, chiama aiuto, mentre lo faccio anche io perché il
dolore è forte ma la frustrazione di più.
Questo
proprio non doveva capitarmi, Dio.
Sono
di nuovo sveglio e piuttosto arrabbiato. Sento un rumore d'acqua.
Acqua?
"Buongiorno,
Edward. Abbiamo dovuto sedarti. Non riuscivamo a calmarti. Volevi
strappare le bende e…"
Noto
che si torce le mani. Timidezza? O è da poco che sei infermiera?
"Quattro
anni, Edward, ma faccio ancora fatica ad abituarmi agli atti sadici
che sono costretta a compiere."
Eh?
"Spero
solo che gli antidolorifici che ti somministriamo siano abbastanza
efficaci da ridurre il dolore che proverai ad un livello
accettabile…"
Immagino
che parli delle medicazioni.
Entra
un infermiere e insieme mi aiutano ad alzarmi, facendomi provare il
desiderio di ammazzarli entrambi, invocare la Madonna e potermi
ributtare sdraiato. Mi conducono a una vasca, nella camera attigua,
mi spogliano e mi aiutano ad entrare in acqua. Poi lui se ne va e mi
lascia da solo con lei. Sono sudato marcio per la fatica e il dolore.
Fatico anche a respirare.
"È
per via delle bende. Ti comprimono. Ma erano necessarie, in questa
fase."
Abbasso
piano la testa a guardarmi mentre la bella turca…Ma un nome ce
l'avrà, no?
"Mi
chiamo Bella Swan, e sono effettivamente turca, tua nemica giurata.
Ma prometto di non approfittare della mia condizione di superiorità…"
scherza, mentre inizia a muovere le mani nell'acqua per sciogliere i
chilometri di bende che mi avvolgono.
Ridacchio…e
tiro una bestemmia per il dolore al petto.
"Niente
movimenti bruschi, ricordi?" Sorride ed è bellissima. Sento che
potrei innamorarmi di lei.
Scuote
la testa. "Non puoi tenere i tuoi pensieri per te? Devi per
forza dire tutto quello che ti passa per la mente?"
Non
mi accorgo di pensare a voce alta. Sarà lo stress. O il dolore. O il
contrasto con il sonno che avevo prima perché dormivo davvero
pochissimo, mentre adesso dormo sempre e mi sento svegliss…
"È
la morfina."
Ecco.
Fine delle illusioni. Sono solo un drogato del cazzo.
"E
anche un bel maleducato, se posso aggiungere."
Bello?
Sono bello? Una bella mummia?
La
vedo sorridere fin quando è nel mio campo visivo, poi sento che mi
si blocca dietro. Che succede?
"Le
garze, Edward. Per quanto sia stata attenta e ti abbia letteralmente
coperto di unguento, la medicazione tende ad attaccarsi alle ferite
e…"
Stringo
i denti preparandomi allo strappo. Che non avviene.
"Immergiti
in acqua con la schiena. Aspetta. Fa' piano. Bravo, così."
Mi
spiega che con l'acqua le garze si staccheranno più agevolmente e
potrà medicarmi e metterne di nuove. Che si attaccheranno di
nuovo…in un ciclo infinito. Chissà quando andrò a casa.
"La
degenza in questi casi è abbastanza lunga, Edward."
"Quanto
lunga?"
"Diverse
settimane nella prima fase…"
Cosa?
Non posso. Io devo lavorare! Non capisci? Devo mandare i soldi a
casa. Mia madre, mia sorella, il nonno… Sto quasi piangendo di
dolore, rabbia, preoccupazione. Nostalgia.
Una
volta mi ero bruciato una mano, da piccolo. Mamma sputò
sull'ustione, mi fasciò, mi baciò. Non ci volle molto più di
questo.
"Temo
che questa volta non sia così semplice, straniero."
Ho
un nome, usa quello per favore. Non sono straniero, non sono rumeno,
non sono albanese. Sono un uomo. Lavoro, ho una tessera sociale.
Esisto. Cristo!
"Capisco.
Hai male. Sei stanco…"
Non
ho male e non sono stanco. Sono solo furioso. Come sono? Voglio uno
specchio.
"Sei
preoccupato…"
Certo
che sono preoccupato. Lo sarebbe anche una scimmia, cazzo!
"Stai
calmo o ti lascio in questo brodo più a lungo del necessario così
ti si placano i bollenti spiriti, sai?"
Sono
incazzato, ma questo non mi impedisce di vederti per quello che sei.
"E
sarebbe?" Mani sui fianchi, pronta alla battaglia. È proprio
una turca, ha ragione mio nonno.
"Lascia
stare i Turchi, per piacere."
"Per
carità, chi vuole parlarne. Non mi sporco certo."
"Cullen…,"
ride, ora. "Mi sembrava non ti andassero a genio i commenti e
gli appellativi razzisti. E questo cos'è?"
Ha
ragione lei. "Scusa. Sono…irritato." E tu sei una donna
bellissima. E io sono nudo, orrendamente ferito e…inutile.
"Torno
subito," mi dice allontanandosi a prendere qualcosa. Quando
torna ha in mano uno specchio.
"Ecco
e qua il nostro paziente bisbetico." Gira lo specchio verso di
me e vedo… Me stesso. Il solito Edward, con i capelli scomposti e
castani, ma più corti, e un cerotto sulla fronte. La guardo
interrogativo.
"Probabilmente
la maschera ti ha abraso… Hai anche un'altra ferita sul lato
sinistro della testa. Per questo abbiamo tagliato i capelli.."
Infatti
da quel lato sembro colpito da alopecia. Una meraviglia. Le rendo lo
specchio, ringraziando.
Poi
cerco di cambiare posizione perché semisdraiato sento la schiena
tirare.
"Aspetta.
Lasciati aiutare."
Mi
lascio aiutare per forza, vorrei dirle, e forse lo dico, mentre
invoco un paio di santi.
"Hai
un paio di brutte ferite nella schiena, dovute all'escara…"
Che
cazzo è?
"Una
crosta spessa che si forma sopra le ustioni e che va incisa, e poi
anche tolta via, soprattutto quando è molto estesa e intorno allo
sterno, come nel tuo caso, perché ti impedisce di respirare bene e
inoltre…" continua a parlarmi mentre lavora efficiente con
forbici e bisturi. Ma io non l'ascolto più, impegnato come sono a
trattenermi dalla bestemmia a ripetizione. Ogni tanto la sento
rallentare o fermarsi, quando il mio respiro si fa più breve. Mi dà
il tempo di riprendermi dal male porco che sento.
Guardo
le mie braccia, rosa maiale, le mie mani, rosa maiale, il mio petto,
rosa maiale. Se mi fossi tenuto la tuta…
"E
se l'avessi tolta del tutto sarebbe stato peggio. Ora non sapemmo
dove prendere la cute sana che ci serve per curarti."
"Cioè?"
Inghiotto a fatica.
Mi
spiega che nei prossimi giorni mi tagliuzzeranno via strisce di pelle
sana dalle gambe per coprire le braccia, il petto e la schiena che
pelle non ne hanno più. E alla fine avrò cicatrici ovunque e sarò
un mostro orribile. Alice non mi riconoscerà…
"Chi
è Alice?"
Le
racconto di mia sorella e lo faccio volentieri anche se so che a lei
non frega niente. Serve solo a distrarmi, dalla voglia di andarmene,
dalla voglia di fregarmene di tutto, dal male che mi fa nonostante le
dita gentili, e nonostante mi chieda "scusa" ad ogni
sussulto.
A
che serve non lo capisco proprio.
"Ad
evitare infezioni, Edward. E aiutare la cicatrizzazione e quindi la
guarigione. Se la carne fosse rosso fuoco sarebbe un brutto segno. Se
avessi la febbre sarebbe un brutto segno. Se non riuscissi a parlare
o a respirare, sarebbe un brutto segno…"
"Giusto.
Mi rimettete a posto, così poi sarò interamente 'un brutto segno'
che cammina."
Non
parla più. Lo so che sputo veleno e lei non c'entra nulla. Lo so che
crede che io sia così perché sento dolore. E infatti lo sento, mi
mangia la carne, nonostante la morfina, ma non è tutto. È che…
sento soprattutto umiliazione. Un uomo senza braccia non può fare
niente da solo. Non si lava, non si veste, non mangia, non legge.
Nemmeno può menarselo a dovere. "Non potrebbe occuparsi di me
un maschio, almeno?" chiedo.
"Ancora
un altro commento razzista e ti rispedisco nel mondo dei sogni,
Cullen."
"Volevo
solo tutelarti dalla vista del mio totem indiano," sorrido,
cercando di scherzare, anche se la voce mi suona amara. Non ride, ha
capito già molto di me…E il mio totem è più simile a un cetriolo
sottaceto, in questo momento, e quindi c'è davvero poco da ridere.
"Sono
i farmaci, Edward."
Cazzo
che fastidio! "Smettila di leggermi nel pensiero!"
"Smettila
di pensare perché lo fai a voce alta."
Sempre
l'ultima parola lei. Ma è gentile. Mi chiede cosa mi piaccia
leggere, si offre di procurarmi qualcosa e di leggermi lei qualche
pagina, "…solo finché non potrai farlo da solo."
Quando?
Un
altro giorno. Un'altra tortura.
Ora
mi fanno male anche le gambe, grazie al progetto di ricostruzione
"uomo dei segni". E lei è sempre con me, se non per
curarmi o aiutarmi nei "lavaggi a pezzi", per darmi da
mangiare, o per la fisioterapia.
Non
so nemmeno più da quanto sono qui.
"Bè?
Non mi rispondi più?"
"Non
hai chiesto niente."
Wow!
I miei pensieri sono tornati miei! Evviva Maria! "Vorrei sapere
da quanto sono qui."
"Quasi
tre settimane, Edward. Una tortura lunghissima per tutti."
"Io
sarei la tortura?"
"Sì,
caro il mio non-paziente preferito."
"Ah
sì? Perché credi che sia una mia scelta stare qui?"
"Francamente?"
"Certo."
"Comincio
a crederlo. Sì."
Ma
questa è scema.
"Potresti
provare a cominciare a mangiare da solo, ad esempio. Le mani stanno
meglio. Ed anche le braccia stanno molto meglio, soprattutto il
destro…"
La
guardo male ma lei continua. "Presto riuscirai a lavarti e
vestirti completamente da solo. Potrai essere dimesso, andartene a
casa e continuare a venire solo per la fisioterapia."
Le
strappo il cucchiaio dalle mani e inizio a ingozzarmi di zuppa di
chissà cosa sbrodolando apposta mento, lenzuolo e fasciatura del
petto.
"Un
bambino di due anni saprebbe fare meglio, Cullen."
Ah
sì?
Lentamente
alzo il cucchiaio sopra la testa mentre lei mi guarda sorridendo. Poi
lo scaglio violentemente contro la parete di fronte, quindi abbasso
in fretta il braccio e lancio anche la ciotola con la zuppa. E ora
che ne dici?
Lei
non fa una piega. "Deduco che non avessi fame. Perfetto. Fammi
sapere se questa sera vorrai la cena o posso risparmiarmi di venire
da te a vederti fare i capricci."
"Te
l'hanno insegnato a scuola a trattare così i pazienti? Eh?"
"Solo
le teste di…" si trattiene.
"Cazzo,
Swan. Si chiama così: cazzo. Non è difficile. Cazzo. Caaazzooo!
CAZZOOO!" Sto urlando ormai.
Lei
si alza e senza aggiungere un parola esce dalla camera.
Quando
dopo qualche minuto arriva un inserviente a pulire il casino che ho
fatto, mi scuso a denti stretti.
"Davvero
non so cosa mi è preso. Detesto questa immobilità. Detesto questo
ospedale. Detesto che la compagnia per cui lavoro, lavoravo, mi
faccia l'elemosina e paghi tutte le spese," dico l'indomani allo
psicologo che mi fa chiacchierare due volte a settimana.
"L'inattività e il dolore continuo rendono nervosi…"
Sbuffo,
per niente convinto. "Ero stanco morto prima dell'incidente.
Quattro o cinque settimane di vacanza dovrebbero essere un sollievo."
"Non
credi che stai rimandando apposta le cose, Edward?"
"Tipo?"
"Rimandi
di fare cose che potresti tranquillamente iniziare a fare, solo per
paura."
"Paura
di che?" E sto tremando, fottuto me.
"Paura
di provare e non riuscire. Paura di provare e riuscire e poi non
avere più scuse."
"Scuse
di che?"
"Scuse
per tornare a vivere, Edward."
"Vattene,
per piacere. Non sai niente di me, tu. Io voglio solo tornare a casa,
capisci? Non ho paura e non cerco scuse. Vorrei solo…"
"Vorresti
solo…?"
"Essere
quello di prima, credo."
"Con
il tempo le cicatrici si noteranno meno, diventeranno meno rosse e a
rilievo. Le braccia torneranno forti e toniche. Con qualche
intervento di chirurgia estetica sarai più o meno quello di sempre…"
"Come
dire che non è cambiato niente? Un cazzo! È cambiato tutto invece!"
"Tu
sei ancora tu, Edward."
"Ah
sì? Guarda le mie mani, allora. Non ho più le unghie. Ho la pelle
del petto, della schiena e delle braccia raggrinzita e deforme. Non
riesco a stendere il braccio sinistro completamente. Non ho forza per
sollevare il materasso su cui sono disteso…"
"Ci
hai provato? Ti eserciti in qualche modo, oltre alla fisioterapia?"
Anche
questo è scemo. "Certo che ci ho provato. Ci provo ogni notte,
quando le luci sono spente. Quando nessuno si accorge di me.
Cronometro quanto tempo ci metto a slacciare e riallacciare questo
coso che indosso. Quanto a piegare le maniche…"
"Bravo!"
Ora
gli do un pugno in faccia e lo metto ko. "Ma vaffanculo, va'."
"Piccoli
progressi che sarebbero maggiori se dovessi provvedere a te stesso,"
mi ignora, "se non avessi la balia dell'ospedale."
Lo
guardo in un modo che deve essergli perfettamente chiaro, perché
alza le mani in segno di resa mentre si solleva dalla sedia.
"A
dopodomani, Edward."
Non
rispondo e non saluto, da bravo bambino capriccioso.
"Ti
ho detto che non voglio che la chiami, Jimmy! Sono settimane che vai
avanti con questa cazzo di storia! Non.Chiami.Mia.Madre. Fatti i
cazzi tuoi, amico. Okay?"
James
viene a trovarmi quasi ogni giorno, da quando non ho più sedute in
camera iperbarica, quando non potevo ricevere visite.
Viviamo,
vivevamo, insieme, lavoravamo insieme. Andavamo al locale insieme.
"Non
faremo più un cazzo di niente, insieme, hai capito? Io sono un'altra
persona, adesso. E tu invece sei sempre tu. Fattene una ragione. E
guarda, risparmiati pure la fatica di venire a trovarmi. Non voglio
l'elemosina di nessuno. Non voglio la tua pena."
"Ma
sta' zitto, lagna." Mi guarda come se non mi riconoscesse più.
Visto?
Stessa faccia, stesso nome, ma un'altra persona. Ecco e qua.
In
fondo prima dell'incidente quasi lo volevo. Non mi piaceva quasi
niente di quello che facevamo insieme o che facevo da solo.
Continuavo a chiedermi se fosse tutto lì. Se non ci fosse "altro".
Eccolo. Ora ho un'altra occasione di vita. E invece rivoglio quella
di prima.
"Sono
una testa di cazzo, Jim. Va' per la tua strada, amico."
Dà
un'occhiata all'orologio. "Vado perché è tardi, amico. Ma non
ti illudere, torno."
"Non
vedo proprio perché."
"Perché
tu faresti lo stesso per me, Albania." Scappa ridendo prima che
gli tiri dietro quello che mi capita a tiro.
Sull'uscio
quasi si scontra con qualcuno che sta entrando.
"Swan.
Non è l'ora di farmi saltare i nervi. Ci ha già pensato il mio
amico."
Resta
immobile a guardarmi, poi sospira e mi passa il suo cellulare.
"Chiama tua madre, cretino."
Rido,
tiro un porco perché ancora mi fa male il petto, rido di nuovo, più
piano. Ma lei è sempre seria, ferma a un passo da me, col braccio
teso a porgermi il cellulare.
"E
non lanciarlo perché giuro che ti prendo a schiaffi così
velocemente che non farai in tempo ad accorgertene."
Alzo
un sopracciglio. Allungo la mano a prendere il telefono. Lo guardo e
poi, fissandola, lo lascio cadere per terra.
Si
avvicina a labbra e occhi serrati, incazzata e bellissima come
sempre.
Fatti
sotto. Dammele. Ho proprio voglia di prenderle da te. Di prendere
qualcosa, qualunque cosa. Di vederti perdere la calma. Di far uscire
quei meravigliosi capelli rosso fuoco da sotto la cuffia.
Mi
arriva uno schiaffetto ridicolo. "Un bambino di due anni
saprebbe fare meglio, Swan." Le dico, canzonandola.
Me
ne arriva un altro, un po' più forte.
Le
fermo le mani, mentre lei si divincola. Non sento nemmeno male alle
mani, pur stringendole i polsi, per quanto sono incazzato.
Detesto
non riuscire a controllare il nervoso, che mi prende ancora più
forte quando sono con lei. Eppure so che non ce l'ho davvero con lei,
so che ce l'ho soprattutto con me stesso. Ma averla intorno mi manda
ai pazzi. Mi fa pensare a tutto quello che non posso più fare, che
non posso più avere, che non sarebbe bene, lecito, giusto. A tutto
quello che vorrei farle.
"Perché
sei così bella, eh? Dimmi perché."
Si
immobilizza. L'ho spiazzata. Ha la bocca appena aperta, il respiro
affannato per la breve lotta, qualche ciocca di capelli un po' fuori
dalla cuffia orrenda.
Non
è bene, lecito, giusto, ma lo faccio. Menefregosenoncrepo. La bacio.
È
meraviglioso. Le passo la lingua sulle labbra, sopra e sotto, le
spingo la punta all'interno, costringendola ad aprirsi a me. E lei lo
fa, non subito, ma lo fa. Evviva Maria, lo fa. Entro in quel paradiso
di calore umido, che sa di sciroppo di fragole, di desiderio vecchio
come il mondo, di aria fresca del mattino, di clima torrido estivo,
di gelato al cioccolato, di miele sciolto nel latte caldo. Sa di
tutte le cose buone del mondo. Tutte quelle che mi piacciono da
sempre e qualcheduna in più.
Chiudo
gli occhi e le succhio dolcemente la lingua, beato come un uccellino
nel nido. Potrei andare avanti per sempre. Senza pensare. Altro che
speed, questo sì che spegne la mente. Le lascio libere le mani
perché devo usare le mie per toglierle la cuffia, e intanto riapro
gli occhi. Per vedere l'ottava meraviglia al mondo: una cascata di
capelli rosso fuoco che le incornicia il viso e le spalle.
Non
ha l'espressione tanto contenta, però. Sarà gelosa dei capelli?
Mi
arriva un ceffone potente, stavolta.
"Cazzo,
Swan. Questo faceva male!"
"Sei
un idiota." Scappa via.
Mi
alzo a raccogliere il suo cellulare per controllare di non avergli
procurato troppi danni. E mentre ce l'ho in mano, intento a
rimirarlo, lei rientra in camera come una furia.
"Questo
è mio." Me lo strappa dalle mani e riparte. Poi si ferma
sull'uscio. Quella zona lì le dona. La luce le illumina il viso e…
"Non
guardarmi con quella faccia stupida, per piacere. Sembri una scimmia
davanti a un sacchetto di noccioline!"
"Banane."
"Noccioline."
"Alle
scimmie piacciono le banane."
"Anche
le noccioline."
"Se
lo dici tu."
"Certo…
Cazzo, Cullen! Non era di questo che volevo discutere!"
"Io
non volevo proprio discutere, invece."
"Tu…
Tu… Sta' zitto, per piacere. Sai solo fare il bambino. Passi
dall'essere esasperante all'essere… Esasperante in maniera
esasperante!"
Ah,
ora è tutto chiaro. Mi pare di capire di essere esasperante. Un
non-paziente 'brutto segno che cammina' esasperante.
"Ma
resta il fatto che devi chiamare tua madre. Non conti solo tu, le tue
paranoie, i tuoi problemi e i tuoi capricci, a questo mondo."
Le
faccio cenno di continuare. Mi piace vederla infervorata. Le sono
venuti due cerchi rossi e rotondi sulle guance. È adorabile in
maniera… adorabile. Glielo dico, ma non la prende troppo bene.
"Smettila
di dire cazzate."
"Stai
imparando a dire le parolacce, Swan. Mi compiaccio."
"Compiaciti
di sto grandissimo…"
Rido.
E bestemmio, di nuovo.
Mi
si avvicina comprensiva e mi dice di stendermi. Vorrei dirle di
stendersi con me, ma finalmente resto zitto. La furia è passata e
ora vedo ciò che siamo davvero. Un paziente e la sua infermiera, un
contatto umano casuale. Una donna bellissima e un uomo ferito, un
rapporto a scadenza.
"Mi
disp…" Inizio a parlare ma mi blocco. Non vorrei che pensasse
che mi dispiace averla baciata. Quella è l'unica cosa che rifarei
mille volte più altri mille milioni di volte. Mi dispiace averla
fatta incazzare. Ma se non l'avessi baciata forse non si sarebbe
incazzata. Quindi mi sa che non mi dispiace per un cazzo.
"Davvero,
Edward. Metti da parte per un attimo quello che senti tu. Mi hai
detto che chiamavi tua mamma ogni settimana prima dell'incidente,
no?"
Annuisco.
"E
da quando sei qui non l'hai mai chiamata?"
Sospiro.
"No."
"Sarà
terrorizzata. Penserà che ti è successo qualcosa."
"Infatti…"
"Penserà
che sei morto."
"La
compagnia l'avrebbe avvisata."
"Il
tuo cinismo fa schifo. Davvero."
"Anche
la tua cuffia."
"Piantala,
Cullen. Sei insopportabile e…e…"
"Esasperante?"
Ride.
"Chiamala. Se la chiami, quando entro qui da te sciolgo i
capelli."
Sorrido
allungando la mano ad accettare il telefono.
Non
le dico che vorrei che non lo facesse perché accetto di chiamare mia
madre, ma piuttosto perché le piace essere guardata da me. Non come
un semplice malato, non-paziente, esasperante, ma come un uomo che le
piace. Vorrei poterle accarezzare il viso anche se forse le mie mani
non avranno mai più il tatto. Ma forse le farebbe senso che io la
tocchi…
La
fermo tenendole d'istinto la mano prima che se ne vada. Lei non si
ritrae.
"Pensi
che tornerò come prima, Bella?"
"Che
intendi? Sei avviato alla guarigione completa, Edward."
Faccio
segno di no. "Tutte le cicatrici, i segni alle mani, il dolore
alla schiena…"
"Passeranno
dolori e ferite. Finiranno garze e bende. Molte cicatrici si
ridurranno, altre potremo correggerle chirurgicamente…"
"Ma
la gran parte rimarrà per sempre, lo so. Me lo hanno detto i medici,
perfino lo psicologo. So cosa aspettarmi dal mio corpo," faccio
una smorfia. "Probabilmente non mi guarderò più allo specchio
a figura intera. E magari non andrò più in spiaggia. Magari le
maglie a mezze maniche posso regalarle a James…" Alle mani non
voglio pensare. Non posso pensare alle mani. Come faccio a non
vederle e a non farle vedere? Scuoto la testa. "Non è questo
che intendo… Io come sarò, Bella? Cosa vedrà mia madre? Cosa
dirà? Che faccia schifata farà mia sorella a vedere queste mani?"
Mi
sorride dolcissima, mi si avvicina, mi prende lei, lei!, una mano e
me la stringe. Poi si siede sul letto accanto a me e mi parla
fissando il muro davanti a sé.
"Mio
padre è morto in seguito a un incidente sul lavoro, Edward. È
caduto da una fascia agricola con il suo trattore e ha riportato un
grave trauma cranico. È stato in coma per una settimana, poi il suo
cuore ha ceduto e… se n'è andato. Non ha mai ripreso conoscenza.
Non abbiamo potuto salutarlo."
Sposta
gli occhi a guardarmi e riprende. "In quella settimana ho
sentito spesso mia madre sussurrargli di aprire gli occhi, di dirle
qualcosa, di restare con lei. Era straziante. I medici ci dissero che
anche se si fosse ripreso avrebbe avuto gravi problemi. Probabilmente
non sarebbe più stato capace di parlare, di camminare, di mangiare.
Pensai che, ben sapendo quanto gli piacesse essere attivo, non
avrebbe mai accettato una vita così. Ma mia madre no, Edward. Lei
semplicemente lo amava. Lo rivoleva con lei. A qualunque costo.
Qualunque parte di lui." Si asciuga una lacrima col dorso della
mano che non stringe la mia. "Quando ami qualcuno, ami davvero
intendo, ami il bello e il brutto di quella persona. La scatola e il
contenuto. Perciò chiama tua madre e tua sorella, Edward. Ti
rivogliono indietro di sicuro."
Si
alza e si avvia di nuovo alla porta, poi si ferma un'ultima volta a
guardarmi.
"E
comunque sei un uomo bellissimo. Esasperante, rompiscatole,
chiacchierone, ma bellissimo."
Mi
strizza un occhio e se ne va, lasciandomi a sorridere all'aria,
contento come un fottuto arabo ricchissimo.
Sono
qui a fissare il soffitto, dopo aver chiamato mia madre.
Abbiamo
pianto, pregato nella nostra lingua, cantato con Alice, scherzato.
Sapeva che sono in ospedale, sapeva dei miei progressi, delle mie
mani. Sapeva tutto. Quel coglione di James l'ha tenuta costantemente
informata. È un coglione ma anche un grande amico. E la compagnia
petrolifera per cui lavoravo, e forse lavoro ancora, le ha
accreditato direttamente i miei stipendi, ridotti della percentuale
dovuta al mio ricovero.
Vogliono
venire a trovarmi, mia madre e mia sorella. Nonostante la loro
insistenza e il mio desiderio di loro, le ho fermate, usando la scusa
dei soldi, tanti, troppi, che ci vorrebbero. In realtà non voglio
che vengano. Le amo ma non mi sento pronto. Ho una paura fottuta e
questo mi irrita moltissimo. Ho promesso che sarò io tornare a casa,
appena mi dimetteranno. Non le ho detto che spero sia il più tardi
possibile, sempre per via della paura, ma non solo… Non voglio
smettere di vedermi girare intorno la Swan, con le sue gambe lunghe,
gli occhi allegri, la bocca irriverente e quei capelli che mi
incendiano il sangue nelle vene.
Mi
prude la schiena in un modo…esasperante. Sorrido nel buio e penso a
lei. Mi direbbe "È la cicatrizzazione, per questo senti
prudere. Non grattarti però. Ti spalmo l'unguento…"
Devono
aver diminuito di molto i farmaci che mi danno, perché ultimamente
il cetriolo è tornato ad essere un totem, quando penso alle mani
della Swan che mi spalmano qualunque cosa.
Il
cervello ha una grande immaginazione, infatti, anche se non ho
sensibilità, vedere le sue mani che mi toccano, sapere che mi
accarezzano…, mi fa sentire ciò che non sento e il cazzo mi va in
modalità Fiestamigotodalanoche.
Allungo
una mano a recuperare il suo cellulare dal comodino e scorro di nuovo
le immagini. Lei con le amiche, lei al mare, lei con un cane,
paesaggi bellissimi dei dintorni, il matrimonio di un'amica e lei
bellissima in abito verde con quei capelli che Maria Maddalena non li
aveva così rosso fuoco, lei che prova abitini in qualche camerino e
fa le smorfie allo specchio. La vedo sempre più bella, e mi fa paura
anche questa cosa.
Perché
io la voglio, questa donna. La voglio proprio per me, mia e basta.
Voglio scoparla, baciarla, dormire con lei, svegliarmi con lei, fare
il bagno insiem… No. Voglio fare con lei cose in cui posso
indossare almeno una maglietta, ma comunque voglio moltissime cose
con lei.
Non
ho ancora avuto il coraggio di guardarmi la schiena con uno specchio.
So che le ustioni di terzo grado erano lì e al mio braccio sinistro.
E infatti ho ancora bisogno di unguenti e creme. E presto dovrò
affrontare ancora un paio di operazioni di chirurgia estetica.
Mi
acciglio e scorro i suoi contatti. E se avesse… Mi rassereno che
non ci sia nessun "orsacchiotto", "tesoruccio", o
"amore mio". Strano non abbia un uomo. Ma meglio così.
Edward
che pensi di fare con lei? Tutto. Ma non sai se lei ti vuole. Mi ha
baciato. Bugia, tu hai baciato lei. Ma lei ha risposto al bacio. E
comunque era solo un bacio. Ma un bacio meraviglioso. Ma solo un
bacio. Be', posso provare a violentarla., se ci sta significa che…
Sei cretino, Edward. Un cretino che parla da solo.
Penso
che la mia frustrazione sessuale sia ormai alle stelle e mi stia
facendo uscire di senno.
Imposto
il volume più basso possibile e accedo alla sua playlist "Top".
Dalle sue scelte musicali puoi sapere molto di cosa emoziona, piace,
fa godere una donna. Credo. Spero.
Scorro
le canzoni e leggo titoli dei Muse, Mars, …ha gusto la Swan, Duran
Duran, Guns N' Roses, One Direction… Coosa? Sono tentato, molto
tentato, direi quasi deciso, di eliminarle tutte le tracce dei One
Schifection… Ma mi trattengo. Mi prenderebbe a schiaffi e avrebbe
ragione. Salto. Scelgo. Poi chiudo gli occhi e lascio partire musica,
mano e fantasia.
Immagino
che sia la mano della Swan ad abbassarmi i boxer per dare sollievo a
questa parte di me, come ha già fatto per tutto il resto del mio
corpo…
Mi
stringe piano con la sua mano morbida… No, non ci siamo. Apro gli
occhi e sfilo i guanti di cotone che mi coprono le mani. Riprendo
così, almeno il calore della pelle sarà simile al suo.
Ad
occhi chiusi, con la musica di sottofondo, la mano che si muove piano
su e giù, mi sembra quasi di vedere i suoi capelli sfiorarmi, di
sentire la sua voce parlarmi...
"Lascia
che ti aiuti io, Edward…" Anche se dice cose a sproposito, e
forse devo resettare la mia fantasia.
"Edward.
Davvero, lascia che ti aiuti io."
Apro
gli occhi di scatto, il cazzo in mano, la musica che va, e lei è lì
che mi guarda sorridendo.
"Triste
spettacolo, Swan, eh?"
"Spettacolo
glorioso, direi piuttosto… Ero venuta per riprendermi il cellulare,
pensando che volessi parlare, o litigare, o magari dormissi, ma se
hai bisogno di qualcos'altro sono qui per te."
Ingoio
a vuoto, il cazzo sempre in mano, muto. Devo sembrare un idiota.
"Vuoi
che resti?" La sua mano sposta dolcemente la mia, si stringe
intorno a me e mi muove piano, senza stringere troppo, ma senza
scivolare troppo piano. Si muove perfetta.
"Certo
che voglio che resti, Swan." To', ho ritrovato la lingua.
"Vorrei che stessi sempre in questa camera, sempre intorno a me.
Vorrei che…" e finalmente taccio perché la logorrea non va
tanto d'accordo con l'orgasmo che monta. O parli, o godi. Sono un
uomo, due cose insieme non le faccio, per contratto.
"Il
mio splendido…" mi bacia lieve la fronte, "forte…",
mi bacia un sopracciglio, "antipatico…" un bacio al naso,
"orgoglioso…", un bacio sul mento, "Edward."
Non smette di pomparmi, non accelera, non rallenta. Si muove
perfetta. È perfetta la sua mano. È perfetta questa sega. È
perfetta lei.
Esplodo
a raffica che manco un mitragliere serbo, fottuto lui.
"Sei
importante, sai?" Mi dice più tardi, mentre ascoltiamo la
musica con le sue cuffie, una ciascuno.
"Per
te?"
Annuisce
e mi sento bene. Come da bambino, quando giocavo ad accamparmi sotto
la coperta della nonna. "Anche tu sei importante per me."
Le
racconto con semplicità della telefonata a mia madre. Che le ho
promesso di andare a trovarla. E che vorrei che lei venisse con me.
"Non
sono mai stata in Kosovo."
"Pristina
è stata distrutta, come la maggior parte delle città. Ma la
stiamo…stanno ricostruendo. E ci sono paesaggi bellissimi…Mio
nonno è un ottimo baro e mia sorella suona il violino e sembra un
piccolo angelo."
"Tua
sorella piacerebbe a mia madre. Ha sempre sognato una figlia
musicista ma io sono stonata come una campana ed ero più interessata
a smontare braccia e gambe alle bambole che ad altro…"
Ridiamo.
"Io suonavo la fisarmonica, a casa, ma qui non lo sa nessuno, a
parte James. Figuriamoci… Già così mi chiamano Romania!"
"Voglio
sentirti suonare…"
"Ogni
volta che vorrai," le bacio il naso. "Sai? Mia madre cucina
il miglior djuvec del mondo. E lo prepara sempre, se abbiamo ospiti.
Quindi dovrai proprio venire ad assaggiarlo."
Ride
ancora. "Così potresti continuare la tua fisioterapia…"
"A
proposito di fisioterapia…", sorrido nel buio riprendendo a
baciarle il collo e le spalle. E le braccia. E il seno. E la pancia.
E
di colpo questa stanza e questa notte sono il posto più bello e
luminoso che ci sia.
"Oggi
mi dimettono." Me lo dico a voce alta perché ancora non ci
credo.
Cristo,
mi dimettono.
Vado
a casa di James, che è anche casa mia, anche se non l'ho mai sentita
davvero mia, finora. Ma non sento più mia nemmeno la casa del nonno,
a Mitrovica. Ultimamente invece sento molto più casa mia questo
ospedale.
Ho
avuto paura, per molto tempo, troppo tempo, di tutto. La paura faceva
parte di me. Prima, quando dovevo partire; poi, arrivato qui, di non
riuscire ad adattarmi; poi di perdere il lavoro o di non rivedere la
mia famiglia. E di non riuscire a vivere, di sentirmi sempre e solo
uno straniero, con pronto il foglio di via.
E
poi sono arrivato in quest'ospedale, con la paura di essere un
menomato e basta, per il resto dei miei giorni. Qui ho sofferto,
imprecato, ma sono finalmente "nato". Ho scoperto amici
buoni davvero, e ho trovato Bella. Così, al pensiero di andarmene da
qui, ho avuto di nuovo paura. Mi faceva incazzare che tutti
considerassero la mia dimissione una buona notizia: i medici, mia
madre, James, Aro, che è venuto a trovarmi due volte nell'ultima
settimana, Bella. Perfino Bella. Soprattutto Bella. Mi sentivo un
randagio che viene accolto per un po' e poi ributtato in strada. Si
incazza anche il miglior cane del mondo, credo.
Contemporaneamente
però ero emozionato e orgoglioso di 'uscire', quasi fossi un
carcerato che finalmente ottiene la libertà. Come se mi dicessero
"Siamo certi che puoi farcela. Vola."
Poi
Aro ha fatto pendere l'ago della bilancia dalla parte giusta.
Nella
prima delle sue visite mi ha chiesto se me la sentissi, se volessi
tornare a lavorare in piattaforma.
"Se
voglio tornare? Cazzo se voglio tornare!"
Ero
commosso, esaltato, inebriato, quasi ai limiti della pazzia.
Tornare
a lavorare per me significa che sono di nuovo un uomo, che sono
davvero un uomo. Che posso badare alla mia famiglia.
Non
ho mai saputo quanto fosse importante il lavoro per un uomo. Me lo
avevano insegnato, ma non lo sapevo davvero. Ero partito dal mio
paese perché non potevo fare altro. Perché ero diventato l'uomo di
casa, dopo la morte di mio padre, in guerra. Perché il nonno era
vecchio, ormai, e tutto poggiava sulla mia schiena.
Ora
invece è diverso. Ora so di essere un uomo. E quindi lo sono
davvero.
Sono
sulla porta del grande ospedale. Davanti a noi, James mi aspetta in
macchina, con lo sportello già aperto.
"Mi
chiami stasera?" Bella si torce le mani, come quando aveva paura
di essere scambiata per una sadica.
"Certo
che ti chiamo, piccola."
La
abbraccio incastrandole il viso tra il mio collo e il mento.
Perfetto.
Avevo
ragione quando pensavo che non poteva essere tutto lì. C'era molto
di più ad aspettarmi, e il fuoco me l'ha portato.
FINE
FINE

Storia molto carina, il personaggio di Edward è caratterizzato molto bene, ho trovato solo un po' fuori luogo il lavoretto di mano.
RispondiEliminaE come mai lei si è indispettita quando lui le ha liberato i capelli?
Wow! Bellissima! Non ho idea di cosa si provi dopo un incidente come quello che ha travolto Edward ma la sua paura, il suo dolore... le sue emozioni sono descritte in modo magnifico. Mi sono scese le lacrime mentre leggevo il suo dolore e sono felice che tutto si sia risolto... e che abbia trovato ciò che ha perso. La scrittura è sciolta e ogni parte secondo me ha un motivo di esistere... in poche righe hai scritto tutto ciò che serve per affezionati e capire i personaggi... bravissima!
RispondiEliminaMi è piaciuta molto, anche se, secondo me, in alcuni punti ti sei dilungata un po' troppo. ottima la descrizione degli stati d'animo, della paura e del dolore, tema del contest centrato perfettamente
RispondiEliminaChe meraviglia!!! Ho goduto dalla prima all'ultima riga. Meravigliosi personaggi, adorabili soprattutto I monologhi di Edward (che ti "firmano" alquanto, devo dire...), tutto è ben calibrato, finale perfetto. Grazie per questa bellissima emozione.
RispondiEliminaDirei che concordo con lui... Davvero gli One Direction?!? Te possino... Vabbè... Ti perdono!
RispondiEliminaQuesti tuoi viaggi introspettivi mi piacciono soprattutto quando è lui a farseli...
Non mi sarebbe dispiaciuto un po' di "movimento" ma effettivamente sarebbe stata un altra storia... e Bella ci ha stupite con il suo lavoro di mano... così... all'improvviso...
Grazie per averlo solo bruciacchiato e non fatto morire.
Grazie
JB
Bellissima. Per una serie infinita di motivi. Il personaggio di Edward è complesso e affascinante, descritto con grande intensità. All’inizio sembra strafottente (e fottente), interessato solo a intontirsi di alcool e sesso. Poi iniziano ad emergere le sue insicurezze e paure, che cambiano e aumentano man mano che veniamo messi a conoscenza del suo passato. Un padre morto in guerra, la necessità di crescere in fretta per prendersi cura della sua famiglia (e quindi il brusco addio all’adolescenza) e di abbandonare tutto ciò che si conosce per affronare un lavoro massacrante in un luogo estraneo (il tema dell’esule che perde la propria identità ma non riesce a crearsene una nuova, eternamente diviso tra il suo passato e un presente che sente come non accogliente). Dopo l’incidente nuove paure: di non essere più un “uomo”, cioè qualcuno che non solo bada a se stesso, ma si prende cura di coloro che ama; di essere un mostro deforme che nessuno avrà mai più il coraggio di accarezzare andando oltre il muro dell’esteriorità (“La Bella e la Bestia); di essere solo, con la scelta per reazione di respingere prima di essere respinti.
RispondiEliminaI tempi della narrazione sono perfetti e lo scioglimento appagante. Ti ringrazio anch’io per aver scelto il lieto fine (anche un po’ hot) perché ho bisogno di arcobaleni, la realtà è già abbastanza bigia.
Finora la mia preferita!!! Sei riuscita a trasmettermi così bene quello che provava questo Edward che a volte, quando si sentiva sconfortato, avrei voluto entrare nella shot, penderlo a schiaffi e dirgli: "Come puoi pensare che qualcuno non ti ami, idiota?!".
RispondiEliminaBravissima,
Aleuname.
"Il mio culo": un segno distintivo... ma avevo capito chi fossi fin dalle prime righe, perché amo il tuo modo di scrrvere come lo amo di pochissime altre.
RispondiEliminaChe dire? E' una storia bellissima. I tuoi personaggi sono perfetti, intensi, completi e veri, vivi. Edward perso sia prima che dopo l'incidente, anche se per ragioni diverse; Bella, forte e carismatica sarà la spinta che aiuterà il bisbetico, esasperante, rompiscatole ma bellissimo "non-paziente" a ritrovare se stesso nell'uomo completo che non sapeva di essere.
E poi va beh... il lavoretto di mano... un gioiello che era nell'aria e che ci sta... perché è il modo migliore che ha Bella per fargli capire che tutto può ricominciare.
Brava, bravissima... e se smetti di scrivere e darmi emozioni così, te la farò pagare. Chiaro?
P.S.: le sue mani... cazzo, ho sofferto un botto a immaginare le sue mani rovinate dal fuoco... quelle mani che mi cambiano i connotati dentro e fuori!! Te possinooooooooooooooo!!!
5 punti
RispondiEliminaCredo che sia la storia con la migliore caratterizzazione del personaggio di Edward. Sembra di essere nella sua testa e sentire le sue emozioni. Davvero brava e bella storia!
RispondiEliminaUn Edward complesso e profondo che affronta una situazione limite come può e come sa, riuscendo a trovare la sua strada nonostante tutto.
RispondiEliminaDvvero molto bella e ben scritta...conoscendomi sono certa ci filero' su per alcuni giorni perché questa storia e soprattutto questo Edward hanno lasciato il segno.
brava
Vabbèèèèèèèè!!! Questa è firmata. Non solo per l'italiano che al solito è più che perfetto, ma anche nella caratterizzazione di Edward. Non c'è niente da fare. Ha ragione chi afferma che alcune penne sono riconoscibilissime senza ombra di dubbio! Cosa posso aggiungere a quello che già ti è stato scritto? Che questa one shot è il tuo solito piccolo gioiello, lo hanno detto. Che è scritta benissimo, pure. Allora ti dirò quale parte mi è parsa in assoluto la più bella. Per me è clamorosa la prima parte, quella che precede l'evento che darà il via alla movimentata storia d'amore tra i due (non voglio fare spoiler). Quella mi ha presa al 100%. Ed è una cosa secondo me che ha un peso, perché è più facile coinvolgere con ciò che accade dopo, per una serie di ragioni, ma farmi sentire tutto mentre per Edward la vita scorre nella sua frustrante routine, è davvero mestiere. Bravissima!
RispondiEliminaIl commento sopra era il mio! Sono Cristina.
RispondiEliminaBellissima! Sto lasciando commenti brevi e poco soddisfacenti ma il tempo stringe e voglio commentarle tutte.
RispondiEliminaLa tua storia è coinvolgente, meravigliosamente scritta, i personaggi perfetti... non so cosa scrivere.
Complimenti, davvero stupenda.
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaDavvero certe penne sono riconoscibili... e magistrali. Adoro questa storia. Tu sei una delle due autrici che meglio riescono a caratterizzare Edward, quasi lo leggeste nel profondo. infatti siete in poche a prediligere la narrazione dal suo punto di vista. Grazie per questo ennesimo gioiello. A te i miei 5 punti.
RispondiElimina2 punti
RispondiElimina3 punti
RispondiEliminaBARBARA PETRELLA ASSEGNA 5 PUNTI A QUESTA STORIA
RispondiEliminascritta benissimo, ben costruita. secondo me sei Paola B. oppure aly :D poi non lo so..... ma davvero è bellissima, molto emozionante.
RispondiElimina5 punti.
RispondiEliminaLAURA SPARVIERO ASSEGNA 2 PUNTI A QUESTA STORIA
RispondiEliminaCHIARA AMADORI ASSEGNA A QUESTA STORIA 2 PUNTI
RispondiEliminaTerribile per le sofferenze del povero Edward, ma molto bella.
RispondiElimina