TITOLO STORIA: MATAVANU
Rating: Rosso
Genere: Drammatico
LOGLINE
Un coraggioso guerriero dagli occhi verdi sfida uomini e dei per salvare la sua amata. Sarà sufficiente per conquistare il diritto alla vita? L’amore vincerà sulla morte?
SINOSSI
Nella pace dei Mari del Sud, una terribile minaccia turba la quiete del villaggio. Due giovani innamorati osano l’impensabile, sfidando la collera divina e commettendo il più imperdonabile dei tradimenti. Nell’epico scontro tra vecchie e nuove divinità, tra la vita e la morte, i nostri due protagonisti cercano di sopravvivere all’incendio che tutto inghiotte. Saprà il loro amore essere più forte della morte?
Nella pace dei Mari del Sud, una terribile minaccia turba la quiete del villaggio. Due giovani innamorati osano l’impensabile, sfidando la collera divina e commettendo il più imperdonabile dei tradimenti. Nell’epico scontro tra vecchie e nuove divinità, tra la vita e la morte, i nostri due protagonisti cercano di sopravvivere all’incendio che tutto inghiotte. Saprà il loro amore essere più forte della morte?
Matavanu
Era una splendida
giornata di aprile, nel villaggio di Tuasivi, sulla costa orientale
dell’isola di Savai’i. Come quasi ogni giorno, in quell’angolo
di paradiso nei Mari del Sud, una fresca brezza accarezzava le foglie
delle alte palme da cocco, che incorniciavano graziosamente la
spiaggia di sabbia bianchissima. Le piroghe, ormeggiate poco oltre il
bagnasciuga, ondeggiavano appena, appoggiate in un’acqua così
trasparente che sembravano fluttuare nell’aria. Un po’ più
lontano dal mare, verso la foresta, le ampie fales, le capanne
senza pareti esterne e dai tetti arrotondati fatti di foglie di palma
intrecciate, dove si svolgeva la vita della comunità, segnavano
l’inizio del villaggio. Sullo sfondo l’immensa, fitta foresta
tropicale, di un verde così brillante che sembrava lucidato, si
inerpicava sulla montagna, creando con i suoi chiaroscuri un
magnifico contrasto con il cielo azzurrissimo, appena punteggiato da
qualche nuvoletta bianca. L’insieme suggeriva una tale armonia con
la natura, una pace, una perfezione, che non c’era da meravigliarsi
se nel mondo occidentale, lontano migliaia di miglia, le leggende
sulla bellezza di quei luoghi paradisiaci si andavano moltiplicando.
Eppure,
avvicinandosi al centro del villaggio, anche un ignaro visitatore
avrebbe colto una tensione nell’aria, una disperazione, una
vibrazione sinistra, del tutto inusuali per quei luoghi baciati dalla
dolcezza di un paradiso in terra. Il consueto cicaleccio delle
fanciulle intente a intrecciare collane o stuoie, il vociare delle
donne che correvano dietro ai bambini, il sussurrare degli anziani
seduti a fumare e chiacchierare, il richiamo dei pescatori che
tornavano dal mare o degli uomini che rientravano dalla caccia o
dalla raccolta, i canti e le risate, insomma, i normali suoni e
rumori del villaggio, erano completamente assenti. Al loro posto, un
agghiacciato e assordante silenzio, rotto solo dal canto indifferente
dei tanti uccelli e dal respiro rumoroso della foresta.
In effetti, gli
abitanti di Tuasivi non erano spariti. Erano invece tutti lì, nello
spiazzo al centro del villaggio, seduti a terra nella sabbia bianca,
stretti gli uni agli altri per darsi coraggio, le mani intrecciate,
le teste basse. Una massa compatta di corpi bruni e folte
capigliature nerissime, di paglia intrecciata e di ornamenti di
conchiglie, che tintinnavano e frusciavano a ogni minimo spostamento.
Stavano attendendo un verdetto terribile e le loro anime erano
straziate dalla paura, e dalla pena, per ciò che sarebbe stato.
Erano mesi, ormai,
che il villaggio aveva perso la sua pace. I forti tremori della terra
e gli sbuffi impazienti del vulcano, in cima a quella bella montagna
verde che pareva così pacifica a un primo sguardo, aumentavano di
intensità e di frequenza ogni giorno di più. Il significato era
ormai chiaro a tutti, ma gli sciamani lo avevano confermato, senza
ombra di dubbio, alcune notti prima, dopo avere interrogato gli dei.
Il dio del Fuoco, il potente Matavanu, che risiedeva nel cuore
del vulcano, era di nuovo irrequieto e sofferente. Dopo tanti anni di
solitudine, desiderava una nuova sposa, che lenisse il suo ardore e
gli impedisse di scatenare la sua ira di fuoco e lava sui villaggi
dell’isola.
Così, i Matai, i
capofamiglia di tutte le aiga, le famiglie, insieme agli
sciamani, si erano riuniti ai piedi della bocca del vulcano per
chiedere al dio quale delle fanciulle vergini dell’isola
desiderasse come propria moglie. Il rito era persino agghiacciante
nella sua semplicità: dopo avere invocato il dio, ognuno dei Matai
avrebbe inserito alcune conchiglie in un cesto. Ogni conchiglia,
diversa per forma e colore, rappresentava una fanciulla della propria
famiglia. Gli sciamani avrebbero poi eseguito una danza sacra,
agitando il cesto sempre più forte. La prima conchiglia che fosse
caduta a terra, ai piedi della bocca fumante del vulcano, avrebbe
determinato la sfortunata prescelta, a cui sarebbe toccato il grande
onore di essere sposa di un dio, ma che avrebbe perso la sua vita
terrena in modo atroce e cruento, gettata viva nelle braccia
infuocate del divino marito.
Intanto, nel
villaggio, l’attesa era diventata così lunga e snervante che gli
abitanti iniziavano a rompere l’immobilità e il silenzio; brevi
parole di conforto, qualche raro lamento, anche qualche imprecazione.
I bambini più piccoli piangevano per la fame o si agitavano per
l’impazienza, non capendo fino in fondo la situazione ma sentendo
il nervosismo degli adulti.
“Isa…”
sussurrò la piccola Ali’i alla sorella maggiore, che la teneva
stretta a sé.
“Sta’
tranquilla, andrà tutto bene”, mormorò di rimando Isa Bel, anche
se non ci credeva nemmeno un po’.
“Isa, non possono
scegliere te. Tu sei già promessa a Edwati! Nostro padre non lo
permetterà!”.
“Ali’i, stai
zitta!”, la rimproverò Isa Bel. “Chiunque scelgano… una di noi
morirà”, concluse rabbrividendo, mentre dava voce al pensiero di
tutto il villaggio, con quelle poche parole.
La piccola Ali’i
iniziò a piangere. “Shhh…” cercò di calmarla Isa Bel,
cullandola.
Prese fiato per
dirle qualcos’altro, ma non poté proseguire, perché qualcuno
gridò: “Eccoli, ritornano!”, indicando una fila di puntini sulla
montagna.
A quel punto,
scoppiò il caos. Alcuni iniziarono a correre verso la montagna,
molte fanciulle scoppiarono a piangere e si strinsero ancora di più
le une alle altre. Ci fu chi si alzò, chi si buttò in ginocchio,
chi iniziò a tirarsi i capelli per l’ansia, altri gridarono forte,
come se non potessero più tenersi dentro tutta quella tensione.
Padri, madri, sorelle, fratelli: anche chi non rischiava direttamente
di morire tra le fiamme del vulcano, era però pieno di terrore per
la sorte delle fanciulle della propria famiglia.
Finalmente la
lugubre processione formata dai Matai del villaggio e da uno
degli sciamani arrivò davanti alle capanne, per annunciare il nome
della prescelta. Intorno a loro si posizionò la fila degli aumaga,
i giovani guerrieri che avevano scortato i Matai
fino alla base del vulcano, restando poi indietro a proteggerli da
qualsiasi possibile interruzione mentre eseguivano il rito. Tra loro,
Edwati, che non esitò a rompere la formazione e a raggiungere la sua
Isa Bel, stringendola tra le braccia con un sorriso incoraggiante.
Lui non sapeva, naturalmente, quale conchiglia fosse stata estratta,
ma era certo che Isa Bel, già promessa a lui, non fosse inclusa nel
numero delle possibili vittime.
Edwati e Isa Bel
erano una coppia da quando entrambi avevano memoria. Lui era
naufragato 17 anni prima sull’isola, insieme ai genitori, proprio
sulla spiaggia di Tuasivi. All’epoca era un frugoletto di quattro
o cinque anni, bianco e rosa con i capelli di uno strano color
rossastro e gli occhi verdi come il mare. Incantati da quei colori
che non avevano mai visto, i Samoani lo avevano toccato con curiosità
e tenerezza, traendolo in salvo insieme alla madre. Il padre non era
arrivato vivo alla spiaggia, purtroppo, e pochi giorni dopo anche la
madre, provata dagli stenti patiti in mare, aveva esalato l’ultimo
respiro, non senza raccomandare quel suo piccolino alle donne del
villaggio, in una lingua che non capivano ma con dei gesti universali
che avevano perfettamente compreso e onorato.
Il piccolo parlava
anch’esso una lingua sconosciuta, ma continuava a ripetere una
parola che suonava come Eduolt, Idualt, qualcosa del genere. Così,
un po’ per assonanza, un po’ perché pareva adeguato come
significato, il piccolo era stato chiamato Edwati, una commistione
tra il nome impronunciabile che lui sembrava gradire, e il locale
Eteuati, che vuol dire “dono divino”. In effetti, giunto
misteriosamente dall’oceano e con quegli occhi strani e la pelle
chiara, molti pensavano fosse un figlio del dio del mare e lo
trattarono sempre con una certa deferenza.
Appena ripresosi
dalla morte della madre, nutrito e rifocillato, il piccolo Edwati
uscì dalla capanna e osservò il villaggio. Il suo sguardo fu subito
attratto da un gruppetto di bambine, sedute nella sabbia bianca, che
pasticciavano con un gran mucchio di fiori colorati. Le osservò per
un po’, poi d’un tratto si fiondò, con entusiasmo e innocenza di
bambino, verso la piccola Isa Bel, che con le manine paffute stava
cercando di intrecciare alcuni fiori. Le disse qualcosa, che lei
ovviamente non capì, e poi le stampò un bacio umido sulla
guanciotta, tra le risate intenerite dei presenti. Lei sgranò gli
occhioni nocciola, poi prese uno dei fiori che aveva in mano e glielo
mise nei capelli.
Da allora crebbero
insieme, inseparabili. Nuotarono insieme, e insieme affrontarono
infinite avventure nella foresta. Si tennero la mano a vicenda quando
erano ammalati, o quando un’erba urticante o un insetto dispettoso
creava loro dolorosi eritemi. Quando lui divenne adulto, un poderoso
e agile giovane guerriero, dalla pelle di un bel color bronzo dorato
per la continua esposizione al sole, i tatau di cui si ricoprì
parlavano di lei. Mentre la dolce Isa Bel, divenuta una splendida
fanciulla dal corpo flessuoso e i capelli di seta, la più bella
delle perle dell’isola di Sava’i, non aveva occhi che per lui.
Ora stavano per
mettere su famiglia: il padre di lei, Karli’i, l’aveva promessa
ufficialmente a Edwati qualche settimana prima e il matrimonio si
sarebbe celebrato alla seguente Luna piena. Ora Isa Bel, mentre
ricambiava la stretta di Edwati, sperava, sperava fortemente, che
nessuna delle fanciulle del villaggio fosse stata scelta dal vulcano.
Certo, una ragazza, una giovane vergine dell’isola, stava per
perdere la sua vita terrena e sposare il dio del Fuoco. Era un
pensiero terribile. Ma almeno, che fosse di un altro villaggio! Una
faccia che non conosceva, una famiglia a cui non era legata, così
che nulla funestasse poi la gioia per quell’unione, attesa da
tutti, tra lei e Edwati.
Il momento era
giunto. Lo sciamano avanzò, seguito dagli occhi sbarrati di tutto il
villaggio. Allungò la mano e tutti trattennero il fiato. Se avesse
lasciato cadere un semplice sasso, significava che la prescelta era
di un altro dei villaggi dell’isola. Ma se fosse stata una
conchiglia, allora il Matai della famiglia a cui apparteneva
la fanciulla, sarebbe andato a prenderla per mano e l’avrebbe
condotta dallo sciamano, dando inizio al rito del matrimonio con il
dio.
Lo sguardo
impassibile e indecifrabile, lo sciamano lasciò cadere l’oggetto.
Tutti si accalcarono per vedere, coprendo la visuale agli altri
dietro.
“E’ una
conchiglia…una conchiglia bianca!”, sussurrarono agghiacciati i
primi della fila. “Una conchiglia bianca!” ripeterono quelli più
indietro, trasmettendo il triste responso. Davanti, tra i Matai,
Karli’i barcollò. Gli altri lo guardarono, severi, così sollevati
che le loro figlie fossero salve, da diventare crudeli verso il
povero Matai della famiglia segnata dal grande onore, e al
tempo stesso colpita dal grave lutto, in ogni caso predestinata a
sollevare tutti loro dalla paura e dal pericolo.
“Fai quello che
devi, Karli’i. Valla a prendere!”, lo incitarono.
Karli’i, come
sospinto da una forza estranea, il bel viso contorto in una smorfia
di terrore e sorpresa, perché nemmeno i Matai sapevano quale
conchiglia fosse stata estratta, fino al momento dell’annuncio
ufficiale, avanzò. Davanti a lui gli abitanti del villaggio si
separarono, come sospinti da una invisibile corrente. Si fermò
davanti all’adorata figlia e allungò una mano. “Vieni, Isa Bel”,
mormorò straziato. Lei sollevò lo sguardo su quel volto amato e il
suo cervello si rifiutò di capire. Restò lì con la bocca
socchiusa, immobile. Chi invece capì in fretta, e reagì, fu Edwati.
Con uno strattone portò Isa Bel dietro di sé, facendole scudo con
il proprio corpo.
“Cosa dici,
Karli’i! Isa è la mia sposa, non è disponibile per il dio del
Fuoco! Dovrete fare un’altra scelta!”, ringhiò.
Karli’i lo guardò,
disperato. “Il matrimonio non è ancora stato celebrato, Edwati.
Lei è vergine, e Matavanu ha scelto. Non possiamo fare
nulla…”, quasi singhiozzò il povero padre.
Gli altri guerrieri
si avvicinarono minacciosi. “Fatti da parte, Edwati. Conosci la
legge. Tutte le fanciulle vergini possono essere le prescelte. Non
vorrai mettere in pericolo tutti noi, facendo adirare il dio del
Fuoco?” gli gridò uno di loro, mentre gli altri annuivano e
sollevavano le lance.
Karli’i a quel
punto sembrò recuperare un po’ di autorità, e sollevò una mano,
imperioso, a zittirli. Poi lentamente, fissando la figlia nei begli
occhi nocciola, sollevò nuovamente l’altra mano, ripetendole
dolcemente “Isa Bel”. E stavolta, lei sgusciò da dietro le
protettive, amate spalle del suo Edwati, posò la manina in quella
del padre, e sussurrò “Eccomi”.
Edwati tentò
nuovamente di reagire, ma fu circondato in un lampo dagli altri
guerrieri, le lance spianate a separarlo da Isa Bel, ormai stretta,
prigioniera, nel cerchio formato dai Matai e dallo sciamano.
Non era già più sua, era la futura sposa del dio del Fuoco, ora.
Più indietro, nel
gruppo delle donne del villaggio, la madre di Isa Bel si accasciò,
svenuta, con un piccolo grido, mentre Ali’i singhiozzava,
rannicchiata sul suo corpo esanime.
Villaggio di Tuasivi, quella sera
I festeggiamenti per
il matrimonio di Isa Bel con il dio del Fuoco proseguivano ormai da
ore. Lei sedeva, muta, tra sua madre e suo padre, leggermente
stordita dallo shock, dai canti rituali, dalle percussioni ossessive,
e anche dal fumo dell’oppiaceo che lo sciamano le aveva fatto
inalare per iniziare a prepararla all’incontro ultraterreno che
l’attendeva. Agghindata con i ricchi paramenti di chi sposava un
Matai, secondo la tradizione riceveva i saluti e le
felicitazioni di ciascuno degli abitanti del villaggio, che a turno
le sfilavano davanti e le donavano chi un monile, chi un fiore, un
cestino intrecciato. Piccole cose che avrebbero dovuto rallegrare la
sua nuova capanna di giovane sposa, e che in questo macabro simulacro
di un vero matrimonio sarebbero state poste in una grande cesta e
condotte con lei, in cima al vulcano, anch’esse destinate a
bruciare nel fuoco per seguirla nella sua nuova vita di moglie
divina.
Le fanciulle, grate
per essere scampate all’indesiderato onore di essere prescelte dal
dio, e fiduciose che il sacrificio di Isa Bel avrebbe placato il
vulcano, danzavano con fervore la Siva, sinuosa e sensuale.
Scuotevano i fianchi e facevano frusciare i loro gonnellini di foglie
essiccate, cantando al ritmo dei fala, i tradizionali
strumenti a percussione. Ma le loro movenze allegre, i loro sorrisi
allusivi, contrastavano quasi grottescamente con le espressioni
stravolte dei genitori di Isa Bel, e lo sguardo vacuo di lei. Non le
carezze amorevoli di uno sposo l’attendevano, infatti, ma
l’abbraccio bollente e mortale di un dio.
Per quella notte, e
solo per quella notte, Isa Bel era ancora una giovane futura sposa
Samoana. Poi sarebbe stata accompagnata nella capanna dove avrebbe
riposato, forse, pianto, sicuramente, da sola. Da quel momento,
sarebbe stata considerata già una semi-dea, appartenente al mondo
ultraterreno del suo sposo. Nessun essere umano avrebbe più potuto
nemmeno sfiorarla, pena la morte. All’alba lo sciamano l’avrebbe
prelevata, e la triste e solenne processione dei Matai e degli
sciamani avrebbe risalito nuovamente la montagna, conducendola al suo
destino. Lo sciamano le avrebbe offerto una pietosa bevanda fatta di
potenti erbe magiche, per spegnere la sua sensibilità e la sua
volontà, e renderle il meno doloroso possibile l’ultimo tuffo,
nell’orrido cratere fumoso in fondo al quale rosseggiavano rocce
incandescenti.
Edwati, disperato e
furente, aveva detto addio a Isa Bel per primo, quando ancora il sole
non era del tutto tramontato. L’aveva stretta a sé, l’aveva
baciata a lungo, come a sfidare il suo rivale ultraterreno. L’aveva
guardata negli occhi, intensamente, per trasmetterle tutta la sua
forza, tutto il suo amore. Infine le aveva mormorato qualcosa, una
promessa che il vento e l’emozione si erano portati via, quindi si
era voltato ed era corso lontano dal villaggio, nella foresta, il più
distante possibile dai canti e da quella lugubre festa di matrimonio
che era in realtà un funerale. Quello della donna che amava.
Isa Bel, nel suo
stordimento, lo aveva comunque cercato con lo sguardo per tutta la
sera, mentre il buio inghiottiva i tetti delle capanne, intorno ai
fuochi, nei gruppi di giovani guerrieri che ora danzavano la Sasa,
schiaffeggiando i propri corpi e gli strumenti a percussione in un
ballo rituale virile e pieno di energia. Ma di lui non vi era
traccia. L’aveva abbandonata per scappare lontano, vinto
dall’impotenza e dal dolore. Isa Bel capì che non lo avrebbe mai
più rivisto; e quella consapevolezza ebbe il potere di spezzarla.
Vacillò, si accasciò tra le braccia della madre, scatenando
nuovamente il suo pianto disperato e dando così il segnale
inequivocabile della fine dei festeggiamenti. Era come se il suo
corpo mortale avesse preso coscienza di essere ormai inutile: Isa Bel
era pronta ad arrendersi al suo dio.
Più tardi, nella notte
La povera Isa Bel
singhiozzava sommessamente, sul suo giaciglio nella capanna dove era
stata condotta semi-svenuta e lasciata sola. Fuori, i guerrieri, i
Matai e la comunità tutta vegliavano, a protezione di colei
che ormai era entrata formalmente in una condizione di semi-divinità,
ma anche per impedirle qualsiasi insensata fuga. La capanna,
illuminata da due fiaccole, era adorna di ogni ricchezza: arredi
prestati dai Matai per l’occasione, suppellettili di vario
tipo, oltre ai doni di nozze che Isa Bel doveva portare con sé nel
suo viaggio senza ritorno. Nascosto dietro una delle grandi ceste
qualche animale notturno si agitò piano, mentre, sfinita, Isa Bel
finalmente si addormentava.
Si svegliò di
soprassalto, confusa, con la strana sensazione di un peso addosso. Si
guardò intorno e credette di sognare. Proprio sopra di lei,
vicinissimo, l’amato viso del suo Edwati la fissava con quegli
occhi verdi inconfondibili. Isa Bel si concesse un sorriso, ma lui le
mise una mano sulla bocca, sussurrando “Shhhhh”. Certo era un
sogno, ma pareva così vero... Edwati si sollevò un po’ da lei,
ripetendole piano: “Sh-shhh, Isa Bel”. A quel movimento, lo
sguardo di lei scese appena, accarezzando il possente petto nudo di
lui, le spalle, il torace coperto di tatau. Era bello, era
caldo, era rassicurante. Era…nudo! Isa Bel si accorse con orrore
che anche lei era completamente nuda, sotto di lui, e iniziò ad
agitarsi. Come se si attendesse quella reazione, Edwati strinse la
presa sulla bocca della ragazza, e la mantenne immobile con il suo
corpo. Quando Isa Bel smise di muoversi e lo fissò, sconvolta,
Edwati ricominciò a parlarne, così piano che sembrava solo muovere
le labbra. “Isa Bel, io ti salverò. Te l’ho promesso, oggi, e
manterrò la mia parola.”.
Tacque per un
momento, attese che il senso completo delle sue parole penetrasse la
mente sconvolta della fanciulla, quindi proseguì:
“Per essere
sacrificata al dio del Fuoco devi essere vergine. E allora io adesso
farò ciò che avrei dovuto fare settimane fa. Sarai mia, Isa Bel.
Anche se solo per questa notte.”.
La ragazza sgranò
gli occhi e iniziò a scuotere la testa, freneticamente. Edwati
mantenne salda la presa su di lei, e continuò a parlarle, fissandola
con uno sguardo di brace:
“Isa Bel, lo farò
comunque, lo capisci? E’ l’unico modo per salvarti, e sarò
felice di morire al posto tuo. Ma questa sarà la nostra unica notte,
per tutta la vita a venire. Dunque ti chiedo: è così che vuoi che
avvenga? O posso togliere la mano dalla tua bocca e baciarti? Isa
Bel, posso fidarmi di te?”.
Gli occhi della
fanciulla saettarono all’ingresso della capanna, quindi tornarono
su Edwati. Se anche avesse gridato, lui avrebbe fatto in tempo
comunque a portare a termine il suo piano. A quel punto lo avrebbero
strappato dalle sue braccia, immediatamente, ma sempre troppo tardi
per salvarlo.
E poi stava così
bene, stretta al suo petto muscoloso … calda, protetta, amata, dopo
l’ansia e il dolore di quelle ultime ore. Isa Bel regalò a Edwati
il primo sguardo vivo e vero di quella orribile giornata, quindi
annuì appena. Lui lasciò piano la mano che le copriva la bocca e,
quando vide che Isa Bel non aveva più intenzione di ribellarsi,
abbassò lentamente il capo e la baciò.
Fu un bacio tenero,
intenso, crescente. Edwati si riappropriò della dolcezza delle
labbra della sua amata, assaporò la sua piccola lingua, vezzeggiò
il suo viso, sfiorò col proprio respiro caldo l’incavo del suo
collo, le mordicchiò il lobo dell’orecchio. Isa Bel era
completamente sciolta nelle braccia di Edwati, un languore bollente
che si impadroniva del suo basso ventre, mentre il giovane guerriero
si faceva più audace. Lasciò scivolare con reverenza e ardore le
mani su di lei, scoprendo i suoi piccoli seni, accarezzandole lieve i
fianchi, mentre il corpo della ragazza rispondeva d’istinto, vinto
dalla passione. Un rumore fuori dalla capanna gelò per un attimo i
movimenti di Edwati, che si immobilizzò. La gravità della
situazione occupò nuovamente la sua mente, ridandogli lucidità e
determinazione. Guardò teneramente negli occhi la sua Isa Bel.
“Alofa, amore”, iniziò, vinto per un attimo dalla
timidezza, e dalla enormità del sacrilegio che stava per compiere.
Lei ricambiò l’intensità del suo sguardo. “Se questa sarà la
nostra unica notte, per tutta la vita”, gli disse semplicemente,
ripetendo le sue parole di poco prima e accarezzandogli il viso,
“allora, fa’ che non possa dimenticarla, mai”.
E così Edwati si
posizionò all’entrata di lei e spinse, piano. La passione che
avevano condiviso, l’amore che li legava, la fiducia di Isa Bel,
gli resero il compito più facile. Quando iniziò a sentire un po’
di resistenza, esitò appena. Poi, occhi negli occhi, le mani
intrecciate, affondò, dando a lei la vita e a sé la morte.
Isa Bel non chiuse
gli occhi alla fitta di dolore che l’attraversò. Non abbandonò
mai lo sguardo di Edwati. Non quando lui iniziò a muoversi dentro di
lei, prima lentamente, delicatamente, poi in profondità, a un ritmo
sempre più incalzante. E nemmeno quando sentì montare una
sensazione potente, inarrestabile, nella quale si tuffò fiduciosa,
come quando insieme a Edwati, da bambina, stringendogli la mano si
buttava di testa tra le onde. Continuò a fissarlo, rapita, quando i
lineamenti di lui si contorsero in una lieve smorfia, quasi di
dolore, mentre raggiungeva l’apice e si riversava tutto dentro di
lei: corpo, mente, anima, cuore. Edwati trasferì dentro Isa Bel
tutta la sua energia, il suo amore, la vita che non avrebbe vissuto,
i tramonti che avrebbe perso, le corse mancate, le risate, i baci, i
ricordi.
Ansimanti, i due
giovani si baciarono, respirando uno nella bocca dell’altra,
appaiando i battiti impazziti dei loro cuori, accarezzandosi a
vicenda i corpi tremanti, stringendosi in un abbraccio che doveva
durare una vita, doveva valere una vita. E poi ricominciarono ad
amarsi, per tutto il resto della loro breve notte, come se davvero
fossero solo due giovani sposi, nel pieno delle loro forze, come se
l’alba dovesse portare loro un’altra meravigliosa giornata
insieme, e non una condanna a morte.
Fuori dalla capanna,
i lievi singulti che giungevano da dentro, i sospiri, i sussurri,
vennero creduti, pietosamente, i lamenti della povera Isa Bel, che
piangeva sul proprio destino, e nessuno entrò.
Alla fine Isa Bel si
addormentò tra le braccia del suo amore, vinta dalle troppe
emozioni. Edwati, invece, rimase a fissarla, il poderoso corpo
tatuato sdraiato su un fianco, la testa sostenuta dalla mano, un
lieve sorriso sulle labbra. Attese che lo sciamano, all’alba,
entrasse nella capanna, e potesse testimoniare senza ombra di dubbio
l’avvenuto sacrilegio. Solo allora si alzò dal giaciglio e lo
seguì, in silenzio, fuori dalla capanna, andando incontro alle lance
spianate degli altri aumaga, affrontando a testa alta e con
uno sguardo di sfida gli attoniti Matai, fronteggiando
sprezzante gli abitanti del villaggio, che piano piano prendevano
coscienza dell’impensabile tradimento, dell’indicibile offesa al
dio, e anche, come secondo pensiero, dell’incubo che ricominciava.
Perché se Isa Bel era salva, un’altra fanciulla avrebbe dovuto
prenderne il posto.
Le grida crescenti e
sempre più minacciose fuori dalla capanna finirono per svegliare Isa
Bel, che aprì gli occhi, e si trovò sola. Terrorizzata da ciò che
sapeva stesse per succedere, si coprì velocemente e si precipitò
fuori. Raggiunse senza fiato la spiaggia, dove avevano trascinato
Edwati e lo avevano fatto inginocchiare davanti allo sciamano, pronti
a sentir pronunciare e ad eseguire l’inevitabile e immediata
condanna a morte.
Isa Bel fece in
tempo a gridare “No!” con tutto il fiato che aveva in gola, ma
sentì il suo urlo decuplicato, reso potente e disumano da un rumore
assordante e tremendo.
La terra iniziò a
tremare violentemente, gettando a terra le persone, rendendo
impossibile ai guerrieri mantenere la presa su Edwati. Le capanne
ondeggiarono e cominciarono a collassare, le noci di cocco caddero
dalle alte palme come dei proiettili mortiferi sugli abitanti del
villaggio, i quali iniziarono a scappare in tutte le direzioni,
impazziti dal terrore. Un enorme scoppio, dalla cima della montagna,
buttò nuovamente a terra chi era appena riuscito a rialzarsi, e una
pioggia di pietre pomici si abbatté sul villaggio. Una enorme
colonna di fumo nero si alzava ora dalla montagna, oscurando la luce
del sole, mentre un fiume di lava incandescente iniziava a scorrere
veloce verso il villaggio, ingoiando la foresta come un terribile
mostro fiammeggiante.
Isa Bel, in
ginocchio accanto a Edwati, piangeva disperata: “Cosa abbiamo
fatto, cosa abbiamo fatto, Edwati?”. In mezzo a tutto
quell’inferno, lui le prese il viso tra le mani, rassicurandola:
“Tu non hai fatto niente, Isa Bel, sono io il colpevole, non tu”.
“Ora il dio del
fuoco verrà a prenderci tutti!”, singhiozzava Isa Bel. “Mio
padre, mia madre, Ali’i! Moriranno per colpa nostra!”.
“Per colpa mia,
Isa Bel, solo mia”, ripeté lui, tremante suo malgrado.
Edwati si guardò
intorno: erano rimasti soli. Gli abitanti erano fuggiti verso la
foresta, cercando di evitare il fiume di lava che lentamente, ma
inesorabilmente, scendeva verso la spiaggia, mentre la terra
continuava a tremare. Solitaria, una piroga ancora ormeggiata
ondeggiava, quasi a riva.
“Vieni, Isa Bel!
Vieni con me!”. Edwati trascinò Isa Bel fino al bagnasciuga, la
prese tra le braccia e la caricò a forza sulla piroga. Mentre lei si
accasciava, distrutta dalle lacrime e dal terrore, sul fondo
dell’imbarcazione, lui diede un deciso colpo di remo,
allontanandosi verso il mare aperto. Non aveva accettato di
sacrificare la propria vita solo per vedere Isa Bel morire comunque,
ghermita dall’abbraccio mortale del dio del Fuoco. Avrebbe lottato
per lei, fino in fondo. Remò con tutte le sue forze, remò con tutta
l’anima, i tatuaggi che sembravano vivi, sui muscoli guizzanti,
lucidi per lo sforzo.
E in quel momento,
sospeso tra la vita e la morte, inseguito dalla furia disumana del
vulcano, Edwati prese un’altra decisione impensabile. Mentre il
villaggio abbandonato spariva inghiottito dalla lava, virò
decisamente verso sinistra, verso il villaggio tapu, proibito,
di Sapapali’i, sul lato opposto dell’isola. Là dove gli
sciamani avevano vietato di avventurarsi, pena la morte. Là dove, si
vociferava, non si onoravano gli dei della tradizione, non si
seguivano le leggi, e un nuovo potente Dio straniero cambiava per
sempre le menti delle persone. Là dove, forse, due reietti come
loro, macchiati dalla collera del dio del Fuoco che aveva distrutto
il villaggio per purificarlo dal sacrilegio compiuto, potevano
trovare pace.
1875,
villaggio di Sapapali’i
Sulla spiaggia di
Sapapali’i, una giovane donna con lunghi, lucidi capelli castani e
un dolce sorriso raccoglieva le conchiglie nell’acqua bassa,
tenendo per mano un bellissimo bambino di circa 4 anni, dalla pelle
scura e magnifici occhi verdi. Appoggiato ad una palma, un uomo la
osservava, sorridendo. Pelle dorata, occhi verdi, strani capelli
rossicci, l’uomo indossava abiti occidentali, una camicia chiara,
giacca scura. Guardava sua moglie e suo figlio sguazzare felici sul
bagnasciuga, e ringraziava il Dio dei suoi genitori, un Dio che aveva
ritrovato nel momento più buio della sua esistenza, quando tutto
sembrava perduto. Un Dio che lo aveva protetto quando aveva osato
l’impensabile, che lo aveva salvato dal rimorso di un inesistente
peccato mortale, che gli aveva consentito di ritrovare la sua gente,
quei Battisti inglesi il cui ricordo infantile era riemerso piano
piano, insieme alle preghiere che gli mormorava sua madre da piccolo,
e alle parole che gli aveva insegnato suo padre in quei primi anni di
vita che credeva di aver cancellato per sempre. Un Dio, infine, che
dopo tante sofferenze aveva toccato il cuore di sua moglie,
sollevandola dall’angoscia, consentendole di perdonare, e di
perdonarsi. Di voler vivere. Per se stessa, per suo figlio e per il
suo amato Edwati, che aveva infranto ogni legge umana e divina,
unicamente per lei.
Finalmente li
attendeva una dolce promessa di vita, una vita donata da quel Dio
benevolo, ora lo sapeva, per amore, solo per amore.
Storia
liberamente ispirata alle tradizioni Samoane.

Grazie per il bel viaggio! All'inizio non mi entusiasmava parecchio ma su quell'ultima piroga a remare sono salita anche io!!!
RispondiEliminaBrava!!!
Georgia
Ho adorato le tue descrizioni dei luoghi, dei costumi, delle usanze di un popolo che non conoscevo!!! Mi è piaciuto l'impegno che hai messo nello scrivere questa storia, devi aver fatto delle ricerche approfondite!!! E non parliamo dell'Edwati tutto tatuato, per favore!!! Io me lo sogno stanotte!!!
RispondiEliminaGrandissima,
Aleuname.
Bellissimo racconto. Scritto così bene che mi sono ritrovata anche io in quel l'isola da sogno con un vulcano arrabbiato... ed ovviamente nella tenda a fare dispetto al Dio! Ihihih!
RispondiEliminaBrava! Bellissima ambientazione e descrizioni perfette... complimenti!
Complimenti anche da parte mia. Idea molto suggestiva, Ed mezzo nudo e tatuato ha sempre il suo porco perchè, quando poi è così ribelle, cattura proprio il cuore. BEllissima ambientazione, scrittura perfetta, trama intrigante, finale perfetto.
RispondiEliminaBrava davvero
Commovente, struggente. La descrizione del paesaggio evoca Gaugin e il sacrificio della vergine richiama antichi miti, Ifigenia in testa. Molto più bella questa versione dove l’insensato rito serve almeno a placare la furia del vulcano e non a favorire la navigazione di una flotta destinata a portare morte e distruzione. Delicato il rapporto tra la ragazza samoana e il “dono del mare” dai capelli ramati, un rapporto nato dal gioco e dalla complicità dell’infanzia per svilupparsi fino diventare un sentimento per il quale si è disposti a sfidare l’ira degli dei e degli uomini. Come non innamorarsi di questo bellissimo ragazzo dal corpo tatuato che non è disposto a farsi intimidire da tradizioni, superstizioni e anatemi per consentire alla ragazza che ama di continuare a vivere anche se questo significa sacrificare la propria vita? Bellissima storia, complimenti.
RispondiEliminaerrata corrige: Gauguin
RispondiEliminaMi struggo di tenerezza a pensare all’amore tra questi due ragazzi, puro, immenso, viscerale. Al terrore che devono aver provato a sfidare convenzioni, religioni, la famiglia, gli dei. A cosa può voler dire credere di aver distrutto un mondo intero. E alla forza che ci vuole, per scegliere di ricominciare a vivere…
RispondiEliminaLa prima cosa che mi viene in mente è "Hai capito Edwani..." giustamente ha pensato ad un bel modo per risolvere il problema... soprattutto se poi non incorreva nella morte.
RispondiEliminaComunque, a parte gli scherzi, è stato un bel viaggio... in un paese lontano ed esotico.
Il finale, per me, un pò troppo "religioso" ma una bella storia tenera.
Grazie.
JB
Che meraviglia!!
RispondiEliminaMi è piaciuto tutto: la storia, la descrizione dei luoghi, i personaggi, l'amore, la paura, la superstizione, il ritrovare le proprie origini. Scritta in maniera superlativa, senza un errore di alcun genere, è una storia molto intensa, suggestiva. Adoro le storie così. Sei stata bravissima. Grazie. Grazie per ogni emozione provata.
Immagino quanto lavoro di ricerca ci sia dietro questa storia romanticamente struggente.
RispondiEliminaBrava. Davvero complimenti. Coinvolgimento associato a un racconto di altre civiltà.
Corretto e molto ben scritto, giusto alcuni refusi.
Jo T.
Davvero bellissima. Mi pareva di essere su quell'isola, vedere lo scoppio del vulcano, l'angoscia di lei, la forza di lui. Un bellissimo viaggio...grazie@
RispondiElimina3 punti
RispondiEliminaHo adorato questa storia dalla prima all'ultima parola. Mi è piaciuta l'accuratezza che hai usato per descrivere i luoghi, l'ambientazione, i rituali e le emozioni dei personaggi. Mi è sembrato di essere lì con loro e infatti ho provato un'ansia pazzesca ahah
RispondiEliminaMi è piaciuto che Edward (anzi, Edwati) sia stato pronto a sacrificare la sua stessa vita per salvare quella della sua amata, è una cosa così romantica e coraggiosa! Poi bellissimo il fatto che si siano amati fin da piccoli, come se da sempre fossero destinati l'uno all'altra. Complimenti davvero per questa storia!
Non posso che accodarmi ai commenti delle altre lettrici. Una storia meravigliosa dalla prima all'ultima riga. Una storia piena di magia, descrizioni affascinanti, personaggi misteriosi e intensi. Bravissima, mi hai tenuta incollata al video per tutta la lettura con il cuore a mille! Cristina.
RispondiEliminaStoria bellissima e coinvolgente. Le descrizioni, i luoghi, i personaggi, mi è piaciuto tutto.
RispondiEliminaLa volontà di Edwati di salvare la sua amata a costo della propria vita, prendendo per sé e lasciando a lei qualcosa di così prezioso per entrambi è stato bellissimo.
Il lieto fine è stato inatteso e particolarmente apprezzato visto che ero assolutamente certa che sarebbe finita in modo molto differente.
Grazie per questa bellissima storia e complimenti.
Bellissima e Edward è un genio! Ha unito l'utile al dilettevole, così si fa. Grande fantasia e altrettanta ricerca per questa perla letteraria, scritta inoltre in modo impeccabile. A te i miei 2 punti.
RispondiElimina3 punti
RispondiElimina2 punti
RispondiEliminaBARBARA PETRELLA ASSEGNA 2 PUNTI A QUESTA STORIA
RispondiEliminaè una storia bellissima, ricca di descrizioni e ben costruita.
RispondiEliminai miei complimenti. stupenda. mi è veramente piaciuta.
CHIARA AMADORI ASSEGNA A QUESTA STORIA 3 PUNTI
RispondiEliminaBellissima storia che ha del mitologico e del primitivo, che da sempre mi affascinano!
RispondiEliminaBravissima davvero!!
E mi viene da aggiungere che...lo straniero ne sapeva una più dello sciamano, per fortuna!!!
Bellissima, davvero bella!
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