lunedì 9 maggio 2016

ROSSO FUOCO




Titolo: Rosso fuoco

Genere: Dramma-erotico

Rating: rosso

Logline: Un lavoro pericoloso. Un uomo in terra straniera. Un amore senza frontiere.

Sinossi: Edward Cullen è un immigrato "di Kosovo" dalla testa castano ramata e gli occhi di cielo, che lavora su una piattaforma petrolifera del Mediterraneo. Proviene da una famiglia poverissima che gli manca tantissimo e a cui spedisce quasi tutto quello che guadagna. Ha un carissimo amico, James, che lo trascina qua e là in divertimenti via via sempre più smodati, finché... Bella Swan e' un'infermiera turca. Un giorno i loro due mondi ostili si incontrano e si scontrano, scoprendoli spiriti affini.





Il suono martellante della grancassa ha il potere di ipnotizzare gli uomini.
Lo senti più nello stomaco che nelle orecchie. Eccita già la musica, come se non bastasse la vista della bambolina dagli occhi enormi e le tette sproporzionate.
"Devi pagare di più se vuoi vedere di più, baby…" La ragazza gioca con i bordi del gilet di lustrini, tenuto chiuso da un unico bottone gioiello.
James tira fuori un rotolo di banconote di cui non vedo l'esatto spessore, ma che giudico consistente… E il bottone si apre come per magia. La musica dei ‪Nine Inch Nails impregna la stanza come fumo denso e la nostra eccitazione diventa palpabile. ‬
"I wanna fuck you like an animal" è proprio il messaggio giusto. Lavori duro una settimana, solo per potere venire il venerdì sera in questo locale. Ancora più duro. "Venire" è la parola giusta.
Il sesso è la nostra droga preferita. Meglio dell'alcol, meglio dello sballo. Niente è meglio. La vita di noi stronzi col cazzo in tiro vale ogni centesimo speso in questo locale. E ce ne spendiamo tanti. Tolti quelli necessari, quasi tutti in realtà. E del resto in cos'altro potremmo mai spenderli? Non ci sono altri svaghi qui: un uomo nel fiore degli anni, perfettamente funzionante, lavora, mangia, beve, fuma, scopa. È tutto qui. Un giorno dopo l'altro. Ogni giorno uguale all'altro.
Il gilet cade sul pavimento e lei si piega in un arco perfetto. Per guardarle il viso dovrei alzare la testa dal divano su cui sto quasi in orizzontale. Ma non è certo il viso ad attirare tutta la mia attenzione. Con le mani arpiona le mie caviglie, mentre uno dei suoi piedi calzati in stupefacenti tacchi rosso fuoco sfiora l'inguine di James. Se in questo momento cadesse il mondo sorriderei felice e di certo non staccherei gli occhi da quelle tette rotonde e lucide che vibrano ritmiche seguendo la musica.

Una sirena antiaerea mi risuona nelle orecchie.
"Maledetta sveglia dei miei coglioni!" Segna l'inizio di un'altra cazzo di giornata sulla piattaforma. Ed è solo mercoledì. Sempre più stanco, sempre più lungo il mio turno. Ma sono soldi extra e questo mese quasi raddoppierò la busta paga. Tolti quelli da spedire, restano tanti soldi da spendere per me, al locale. E dove se no? Questo venerdì voglio assolutamente provare a sballarmi. Invidio la facilità di James di fottersi una delle ragazze e poi spingerla giù dalle sue gambe. A me fanno pena quando alzano quegli occhioni troppo giovani… Eppure sono lì per questo, no? Ballare per essere guardate, sculettare per essere scelte, essere fottute per soldi. I miei o quelli di altri, che cazzo di differenza fa? Eppure non riesco a far tacere i pensieri.
James dice che mi ci vuole lo sballo, un po' di speed, perché sono stanchissimo e quella ragazza è troppo giovane ed ha la pelle troppo bianca. Somiglia troppo a Alice. Alice che cinguettava sempre, a casa. Chissà com'è diventata brava con quel suo violino… Chissà se le va bene il vestito con le rose rosso fuoco che le ho mandato per il suo decimo compleanno.
Mi manca tanto casa mia, le risate e le chiacchiere col nonno, lo djuvec (piatto tipico kosovaro, n.d.a.) della mamma. Spesso sogno di come sarebbe tornare a casa all'improvviso e riabbracciarli tutti… Mi sveglio sudato e triste. Mi ci vuole lo speed, parecchio.

Ancora quel suono ossessivo, che ormai quasi odio.
"Non guardarmi!" le tiro i capelli per farle girare la testa. Non voglio vedere quella faccia quasi da bambina, scomposta, sudata, lasciva, con la lingua di fuori e gli occhi velati. Mi sembra un animale. Mi fa sentire un animale. Non mi piaccio.
"Accidenti a te, Jim. Che cazzo mi hai dato? Fa schifo. Non funziona."
Mi fa incazzare che non taciti i miei pensieri, ma per il resto funziona eccome. Il cazzo è in tiro da un'ora, la stanchezza scomparsa. Mi sento un toro scatenato. Incazzato e infaticabile.
"Sei bellissimo, straniero dagli occhi di cielo…" La bella fighetta tra le mie mani è molle ormai come uno straccio stropicciato e bagnato. Mi ci schianto dentro seguendo il ritmo delle casse che attraversa le pareti, il mio stomaco, la mia testa, poi mi tiro fuori appena in tempo. Ho pagato un extra per poter venire "nudo", ma mi è stata concessa solo la bocca. "Un buco vale l'altro", ho annuito, "basta che non mi guardi, però". E mentre le caccio il cazzo fino in fondo alla gola e vengo come un fottuto treno in corsa, finalmente i pensieri tacciono.
Era ora.
Eppure…non riesco a fare a meno di chiedermi se è davvero tutto qui.

Il rumore della trivella è assordante, copre qualunque altro suono.
A poco servono le maschere-casco che abbiamo in dotazione e siamo obbligati a portare. Impazzisci dal caldo, lì dentro. Non ti riparano dal frastuono, lo rendono solo più sordo, basso. Somiglia a quello della grancassa del locale. È come un altro battito cardiaco. Ipnotizza anche questo. Ti martella nello stomaco anche questo. Fa quasi male, ma ti culla, anche questo. È un compagno fedele e onnipresente. Ormai mi ci sono affezionato. Sono uno che si affeziona, io. Sorrido, sbuffando. La mamma mi chiamava "gatto da focolare", da piccolo, perché le stavo sempre intorno a cercare qualcosa da mangiare o due carezze. Dovevo fare il pieno per quando me ne fossi andato. E chi non se ne va da quella merda di paese? Non hai altre possibilità, chance, occasioni. Solo fame, o andarsene.
Sbadiglio. Controllo ancora una volta la manopola della pressione. Noto un valore un po' troppo alto, e mentalmente annoto di farlo presente alla fine del turno. Non è la prima volta che capita. Ci dicono di non interrompere il flusso per nessun motivo. Di ridurre al minimo il dispendio energetico. Per carità disperdere energie.
Mi perdo dietro ai miei pensieri, come sempre. Faccio una fatica incredibile a tenere gli occhi aperti. Forse dovrei portarmi dietro dello speed anche al lavoro, per restare sveglio. Funzionasse…
"Ehi, Albania?"
Sorrido in risposta ad Aro, il supervisore, anche se lo prenderei volentieri a pugni su quella faccia di merda che ha. Detesto che mi chiami Albania. O Romania come mi chiamano altri. Ce l'ho un nome, no? E non sono nemmeno albanese, poi, o rumeno. Ma tanto è inutile arrabbiarsi. Non posso spaccare tutte le facce che mi guardano come fossi…lo straniero affamato che sono. Perché alla fine sono proprio questo e probabilmente lo sarò sempre. Uno straniero affamato. Non importa che lavori meglio e più di altri. Trovare lavoro non è facile nemmeno qui, soprattutto uno ben pagato come questo. Perciò devo sempre essere grato e ho adottato la filosofia del Menefregosenoncrepo. Mi chiamino pure Gallina o Merdasecca, l'importante è il lavoro, e i soldi. Di questi non mi lamento sicuro.
"Tutto a posto, Albania?"
"Certo, capo." Schiattassi ora, stronzo.
"Buona giornata!" Il mio culo, penso, mentre alzo la mano in segno di saluto.
Infatti si rivelerà una buonissima e fortunatissima giornata.
Si schiatta dal caldo e sbottono la tuta. Per un po' la tengo su aperta, poi sfilo le maniche imprecando e le arrotolo in vita. Ed è allora che mi accorgo del sibilo. Penso ad un difetto del sistema di pompaggio, non certo ad una perdita. Chiamo i due compagni oltre la torre di estrazione, ma mi gesticolano "Cazzo vuoi, Romania?". Ma sì, vaffanculo, tanto il mio turno finisce tra un po', se la vedrà quello dopo di me con eventuali problemi.
Continuo a bere acqua e a pensare, assonnato, annoiato e quasi accecato dal riverbero dei raggi sull'acqua, mentre faccio il mio solito stupido lavoro di controllare i livelli. Sono circa le 5 del pomeriggio quando succede il finimondo.
Giro appena dietro la torre per ripararmi dal sole cocente, e accendermi l'ennesima sigaretta proibita, al riparo dal vento. Forse a causa dell'accendino, forse per il calore, forse per entrambe le cose, o forse doveva succedere, sento un boato e vedo una nuvola rosso fuoco in cui mare, cielo e piattaforma mi roteano intorno.
Mi renderò conto solo qualche giorno dopo che a roteare invece ero io.

Un rumore metallico lieve, ora.
Non sento battere nello stomaco musica ipnotica. Nè il frastuono della trivella. Dove mi trovo? Ho sonno e sete. Eppure le palpebre non vogliono saperne di aprirsi, né la bocca di parlare.
Mi sento precipitare nella nuvola rosso fuoco.

Di nuovo quel rumore, mi ci sto affezionando, come mio solito. Mi fa sentire tranquillo, anche se so che dovrei alzarmi, aprire gli occhi, provare a muovermi. Lo farò, dopo un ultimo sonnellino. La sveglia non suona stamattina?
Ancora lo stesso rumore metallico, regolare.
Provo a spostare un braccio e un dolore lancinante mi arriva direttamente al cervello, scorrendomi lungo la schiena. Il rumore metallico aumenta d'intensità e gli si aggiunge un sibilo assordante. Mi sento precipitare di nuovo nel mondo dei sogni e appena un attimo prima di disconnettermi dal corpo sento delle voci parlare. Realizzo di colpo che mi trovo in ospedale e che forse ho avuto un incidente.

Il suono stavolta è quello di una voce femminile.
Mi sta parlando come si fa con i bambini, frasi brevi, scandite lentamente. Il tono è dolcissimo, mi ricorda mia mamma.
"Buongiorno e bentornato, straniero."
Provo ad aprire una palpebra sperando che non riparta tutto il teatrino di…da quanto sono qui?
"Quattro giorni. Ricordi il tuo nome?"
Edward Cullen. Sono straniero, vengo di Kosovo. Ricordo che lavoravo alla piattaforma. E che faceva caldo. Oddio...
"Sai dove ti trovi?"
Apro completamente gli occhi.
Un ospedale? Tu sembri un'infermiera…turca, forse? E bellissima…
Arrossisce appena. Credevo di pensare, forse invece sto parlando?
"Non sforzarti troppo. Quello che ora non ricordi più pian piano ti tornerà alla memoria. Se vuoi ti racconto cosa pensiamo sia accaduto. Tu annuisci soltanto, se ricordi che le cose stanno realmente così."
Annuisco di scatto e riconosco il dolore che mi percorre la spina dorsale fino al cranio.
"Scusami. Annuire ti fa muovere il collo e quindi ti dà dolore. Batti solo le palpebre. Una volta per dire sì, due per dire no."
Non mi limito a guardarla, me la bevo con gli occhi. Ha una ciocca di capelli rosso fuoco sfuggita alla cuffia che indossa, un sorriso dolcissimo e due occhi stupendi color cioccolato. Cioccolato… deglutisco a fatica. Credo di aver fame, mentre lei mi parla con una voce calda che mi commuove. Chissà come sono conciato, se ho il viso… Muovo d'istinto la mano destra a toccarmi la faccia ma…un altro dolore lancinante mi fa gridare e manda di nuovo in tilt i macchinari che mi sono attaccati tutto intorno. Mi sembra quasi di essere in una navicella spaziale. Ma che cazz...
"Non devi muoverti troppo bruscamente," mi avvisa con uno sguardo compassionevole.
Hai pena per me, bella turca? Dimmi cosa vedi. Dimmi cosa mi sono fatto… Ma ti prego fallo piano, perché non so come reagirò se mi darai notizie troppo dure. Sono qui da quasi due anni, e non ho mai smesso di sentirmi uno straniero. Non riconosco gli usi, i cibi, la gente. A volte per ricordarmi chi sono mi guardo allo specchio, così posso vedere gli occhi del nonno, il sorriso di mia madre. Se ora non mi riconoscessi più nemmeno così, come potrei fare per sapere chi cazzo sono?
"La piattaforma dove lavoravi ha avuto una perdita, Edward. Per ragioni ancora sconosciute è divampato un incendio e tu c'eri in mezzo…"
Dio! E gli altri due che erano con me?
"Non ci sono stati altri feriti. L'incendio era abbastanza limitato, fortunatamente."
Che bastardo fortunato che sono.
"Sei caduto, o ti sei buttato, in acqua, dove il mare ha raffreddato la tua pelle. Hai ustioni di secondo e terzo grado in tutta la metà superiore del corpo, braccia comprese, ma non devi preoccuparti, guariranno. Serve solo tempo e tanta pazienza. La buona notizia è che la tuta ignifuga e la maschera hanno riparato le altre parti del tuo corpo."
Grazie, bella turca. E le mie braccia? Funzioneranno di nuovo? Perché un uomo senza braccia non può lavorare e un uomo che non lavora, soprattutto se straniero, è solo un mendicante. Cristo! Sono terrorizzato. Come faccio a finire il lavoro? Lo perderò! Questa settimana non sarò pagato. E come faranno a casa? Devo alzarmi da qui, non importa il dolore, non importano le… Mi trattiene col suo piccolo corpo, chiama aiuto, mentre lo faccio anche io perché il dolore è forte ma la frustrazione di più.
Questo proprio non doveva capitarmi, Dio.

Sono di nuovo sveglio e piuttosto arrabbiato. Sento un rumore d'acqua. Acqua?
"Buongiorno, Edward. Abbiamo dovuto sedarti. Non riuscivamo a calmarti. Volevi strappare le bende e…"
Noto che si torce le mani. Timidezza? O è da poco che sei infermiera?
"Quattro anni, Edward, ma faccio ancora fatica ad abituarmi agli atti sadici che sono costretta a compiere."
Eh?
"Spero solo che gli antidolorifici che ti somministriamo siano abbastanza efficaci da ridurre il dolore che proverai ad un livello accettabile…"
Immagino che parli delle medicazioni.
Entra un infermiere e insieme mi aiutano ad alzarmi, facendomi provare il desiderio di ammazzarli entrambi, invocare la Madonna e potermi ributtare sdraiato. Mi conducono a una vasca, nella camera attigua, mi spogliano e mi aiutano ad entrare in acqua. Poi lui se ne va e mi lascia da solo con lei. Sono sudato marcio per la fatica e il dolore. Fatico anche a respirare.
"È per via delle bende. Ti comprimono. Ma erano necessarie, in questa fase."
Abbasso piano la testa a guardarmi mentre la bella turca…Ma un nome ce l'avrà, no?
"Mi chiamo Bella Swan, e sono effettivamente turca, tua nemica giurata. Ma prometto di non approfittare della mia condizione di superiorità…" scherza, mentre inizia a muovere le mani nell'acqua per sciogliere i chilometri di bende che mi avvolgono.
Ridacchio…e tiro una bestemmia per il dolore al petto.
"Niente movimenti bruschi, ricordi?" Sorride ed è bellissima. Sento che potrei innamorarmi di lei.
Scuote la testa. "Non puoi tenere i tuoi pensieri per te? Devi per forza dire tutto quello che ti passa per la mente?"
Non mi accorgo di pensare a voce alta. Sarà lo stress. O il dolore. O il contrasto con il sonno che avevo prima perché dormivo davvero pochissimo, mentre adesso dormo sempre e mi sento svegliss…
"È la morfina."
Ecco. Fine delle illusioni. Sono solo un drogato del cazzo.
"E anche un bel maleducato, se posso aggiungere."
Bello? Sono bello? Una bella mummia?
La vedo sorridere fin quando è nel mio campo visivo, poi sento che mi si blocca dietro. Che succede?
"Le garze, Edward. Per quanto sia stata attenta e ti abbia letteralmente coperto di unguento, la medicazione tende ad attaccarsi alle ferite e…"
Stringo i denti preparandomi allo strappo. Che non avviene.
"Immergiti in acqua con la schiena. Aspetta. Fa' piano. Bravo, così."
Mi spiega che con l'acqua le garze si staccheranno più agevolmente e potrà medicarmi e metterne di nuove. Che si attaccheranno di nuovo…in un ciclo infinito. Chissà quando andrò a casa.
"La degenza in questi casi è abbastanza lunga, Edward."
"Quanto lunga?"
"Diverse settimane nella prima fase…"
Cosa? Non posso. Io devo lavorare! Non capisci? Devo mandare i soldi a casa. Mia madre, mia sorella, il nonno… Sto quasi piangendo di dolore, rabbia, preoccupazione. Nostalgia.
Una volta mi ero bruciato una mano, da piccolo. Mamma sputò sull'ustione, mi fasciò, mi baciò. Non ci volle molto più di questo.
"Temo che questa volta non sia così semplice, straniero."
Ho un nome, usa quello per favore. Non sono straniero, non sono rumeno, non sono albanese. Sono un uomo. Lavoro, ho una tessera sociale. Esisto. Cristo!
"Capisco. Hai male. Sei stanco…"
Non ho male e non sono stanco. Sono solo furioso. Come sono? Voglio uno specchio.
"Sei preoccupato…"
Certo che sono preoccupato. Lo sarebbe anche una scimmia, cazzo!
"Stai calmo o ti lascio in questo brodo più a lungo del necessario così ti si placano i bollenti spiriti, sai?"
Sono incazzato, ma questo non mi impedisce di vederti per quello che sei.
"E sarebbe?" Mani sui fianchi, pronta alla battaglia. È proprio una turca, ha ragione mio nonno.
"Lascia stare i Turchi, per piacere."
"Per carità, chi vuole parlarne. Non mi sporco certo."
"Cullen…," ride, ora. "Mi sembrava non ti andassero a genio i commenti e gli appellativi razzisti. E questo cos'è?"
Ha ragione lei. "Scusa. Sono…irritato." E tu sei una donna bellissima. E io sono nudo, orrendamente ferito e…inutile.
"Torno subito," mi dice allontanandosi a prendere qualcosa. Quando torna ha in mano uno specchio.
"Ecco e qua il nostro paziente bisbetico." Gira lo specchio verso di me e vedo… Me stesso. Il solito Edward, con i capelli scomposti e castani, ma più corti, e un cerotto sulla fronte. La guardo interrogativo.
"Probabilmente la maschera ti ha abraso… Hai anche un'altra ferita sul lato sinistro della testa. Per questo abbiamo tagliato i capelli.."
Infatti da quel lato sembro colpito da alopecia. Una meraviglia. Le rendo lo specchio, ringraziando.
Poi cerco di cambiare posizione perché semisdraiato sento la schiena tirare.
"Aspetta. Lasciati aiutare."
Mi lascio aiutare per forza, vorrei dirle, e forse lo dico, mentre invoco un paio di santi.
"Hai un paio di brutte ferite nella schiena, dovute all'escara…"
Che cazzo è?
"Una crosta spessa che si forma sopra le ustioni e che va incisa, e poi anche tolta via, soprattutto quando è molto estesa e intorno allo sterno, come nel tuo caso, perché ti impedisce di respirare bene e inoltre…" continua a parlarmi mentre lavora efficiente con forbici e bisturi. Ma io non l'ascolto più, impegnato come sono a trattenermi dalla bestemmia a ripetizione. Ogni tanto la sento rallentare o fermarsi, quando il mio respiro si fa più breve. Mi dà il tempo di riprendermi dal male porco che sento.
Guardo le mie braccia, rosa maiale, le mie mani, rosa maiale, il mio petto, rosa maiale. Se mi fossi tenuto la tuta…
"E se l'avessi tolta del tutto sarebbe stato peggio. Ora non sapemmo dove prendere la cute sana che ci serve per curarti."
"Cioè?" Inghiotto a fatica.
Mi spiega che nei prossimi giorni mi tagliuzzeranno via strisce di pelle sana dalle gambe per coprire le braccia, il petto e la schiena che pelle non ne hanno più. E alla fine avrò cicatrici ovunque e sarò un mostro orribile. Alice non mi riconoscerà…
"Chi è Alice?"
Le racconto di mia sorella e lo faccio volentieri anche se so che a lei non frega niente. Serve solo a distrarmi, dalla voglia di andarmene, dalla voglia di fregarmene di tutto, dal male che mi fa nonostante le dita gentili, e nonostante mi chieda "scusa" ad ogni sussulto.
A che serve non lo capisco proprio.
"Ad evitare infezioni, Edward. E aiutare la cicatrizzazione e quindi la guarigione. Se la carne fosse rosso fuoco sarebbe un brutto segno. Se avessi la febbre sarebbe un brutto segno. Se non riuscissi a parlare o a respirare, sarebbe un brutto segno…"
"Giusto. Mi rimettete a posto, così poi sarò interamente 'un brutto segno' che cammina."
Non parla più. Lo so che sputo veleno e lei non c'entra nulla. Lo so che crede che io sia così perché sento dolore. E infatti lo sento, mi mangia la carne, nonostante la morfina, ma non è tutto. È che… sento soprattutto umiliazione. Un uomo senza braccia non può fare niente da solo. Non si lava, non si veste, non mangia, non legge. Nemmeno può menarselo a dovere. "Non potrebbe occuparsi di me un maschio, almeno?" chiedo.
"Ancora un altro commento razzista e ti rispedisco nel mondo dei sogni, Cullen."
"Volevo solo tutelarti dalla vista del mio totem indiano," sorrido, cercando di scherzare, anche se la voce mi suona amara. Non ride, ha capito già molto di me…E il mio totem è più simile a un cetriolo sottaceto, in questo momento, e quindi c'è davvero poco da ridere.
"Sono i farmaci, Edward."
Cazzo che fastidio! "Smettila di leggermi nel pensiero!"
"Smettila di pensare perché lo fai a voce alta."
Sempre l'ultima parola lei. Ma è gentile. Mi chiede cosa mi piaccia leggere, si offre di procurarmi qualcosa e di leggermi lei qualche pagina, "…solo finché non potrai farlo da solo."
Quando?

Un altro giorno. Un'altra tortura.
Ora mi fanno male anche le gambe, grazie al progetto di ricostruzione "uomo dei segni". E lei è sempre con me, se non per curarmi o aiutarmi nei "lavaggi a pezzi", per darmi da mangiare, o per la fisioterapia.
Non so nemmeno più da quanto sono qui.
"Bè? Non mi rispondi più?"
"Non hai chiesto niente."
Wow! I miei pensieri sono tornati miei! Evviva Maria! "Vorrei sapere da quanto sono qui."
"Quasi tre settimane, Edward. Una tortura lunghissima per tutti."
"Io sarei la tortura?"
"Sì, caro il mio non-paziente preferito."
"Ah sì? Perché credi che sia una mia scelta stare qui?"
"Francamente?"
"Certo."
"Comincio a crederlo. Sì."
Ma questa è scema.
"Potresti provare a cominciare a mangiare da solo, ad esempio. Le mani stanno meglio. Ed anche le braccia stanno molto meglio, soprattutto il destro…"
La guardo male ma lei continua. "Presto riuscirai a lavarti e vestirti completamente da solo. Potrai essere dimesso, andartene a casa e continuare a venire solo per la fisioterapia."
Le strappo il cucchiaio dalle mani e inizio a ingozzarmi di zuppa di chissà cosa sbrodolando apposta mento, lenzuolo e fasciatura del petto.
"Un bambino di due anni saprebbe fare meglio, Cullen."
Ah sì?
Lentamente alzo il cucchiaio sopra la testa mentre lei mi guarda sorridendo. Poi lo scaglio violentemente contro la parete di fronte, quindi abbasso in fretta il braccio e lancio anche la ciotola con la zuppa. E ora che ne dici?
Lei non fa una piega. "Deduco che non avessi fame. Perfetto. Fammi sapere se questa sera vorrai la cena o posso risparmiarmi di venire da te a vederti fare i capricci."
"Te l'hanno insegnato a scuola a trattare così i pazienti? Eh?"
"Solo le teste di…" si trattiene.
"Cazzo, Swan. Si chiama così: cazzo. Non è difficile. Cazzo. Caaazzooo! CAZZOOO!" Sto urlando ormai.
Lei si alza e senza aggiungere un parola esce dalla camera.
Quando dopo qualche minuto arriva un inserviente a pulire il casino che ho fatto, mi scuso a denti stretti.

"Davvero non so cosa mi è preso. Detesto questa immobilità. Detesto questo ospedale. Detesto che la compagnia per cui lavoro, lavoravo, mi faccia l'elemosina e paghi tutte le spese," dico l'indomani allo psicologo che mi fa chiacchierare due volte a settimana. "L'inattività e il dolore continuo rendono nervosi…"
Sbuffo, per niente convinto. "Ero stanco morto prima dell'incidente. Quattro o cinque settimane di vacanza dovrebbero essere un sollievo."
"Non credi che stai rimandando apposta le cose, Edward?"
"Tipo?"
"Rimandi di fare cose che potresti tranquillamente iniziare a fare, solo per paura."
"Paura di che?" E sto tremando, fottuto me.
"Paura di provare e non riuscire. Paura di provare e riuscire e poi non avere più scuse."
"Scuse di che?"
"Scuse per tornare a vivere, Edward."
"Vattene, per piacere. Non sai niente di me, tu. Io voglio solo tornare a casa, capisci? Non ho paura e non cerco scuse. Vorrei solo…"
"Vorresti solo…?"
"Essere quello di prima, credo."
"Con il tempo le cicatrici si noteranno meno, diventeranno meno rosse e a rilievo. Le braccia torneranno forti e toniche. Con qualche intervento di chirurgia estetica sarai più o meno quello di sempre…"
"Come dire che non è cambiato niente? Un cazzo! È cambiato tutto invece!"
"Tu sei ancora tu, Edward."
"Ah sì? Guarda le mie mani, allora. Non ho più le unghie. Ho la pelle del petto, della schiena e delle braccia raggrinzita e deforme. Non riesco a stendere il braccio sinistro completamente. Non ho forza per sollevare il materasso su cui sono disteso…"
"Ci hai provato? Ti eserciti in qualche modo, oltre alla fisioterapia?"
Anche questo è scemo. "Certo che ci ho provato. Ci provo ogni notte, quando le luci sono spente. Quando nessuno si accorge di me. Cronometro quanto tempo ci metto a slacciare e riallacciare questo coso che indosso. Quanto a piegare le maniche…"
"Bravo!"
Ora gli do un pugno in faccia e lo metto ko. "Ma vaffanculo, va'."
"Piccoli progressi che sarebbero maggiori se dovessi provvedere a te stesso," mi ignora, "se non avessi la balia dell'ospedale."
Lo guardo in un modo che deve essergli perfettamente chiaro, perché alza le mani in segno di resa mentre si solleva dalla sedia.
"A dopodomani, Edward."
Non rispondo e non saluto, da bravo bambino capriccioso.

"Ti ho detto che non voglio che la chiami, Jimmy! Sono settimane che vai avanti con questa cazzo di storia! Non.Chiami.Mia.Madre. Fatti i cazzi tuoi, amico. Okay?"
James viene a trovarmi quasi ogni giorno, da quando non ho più sedute in camera iperbarica, quando non potevo ricevere visite.
Viviamo, vivevamo, insieme, lavoravamo insieme. Andavamo al locale insieme.
"Non faremo più un cazzo di niente, insieme, hai capito? Io sono un'altra persona, adesso. E tu invece sei sempre tu. Fattene una ragione. E guarda, risparmiati pure la fatica di venire a trovarmi. Non voglio l'elemosina di nessuno. Non voglio la tua pena."
"Ma sta' zitto, lagna." Mi guarda come se non mi riconoscesse più.
Visto? Stessa faccia, stesso nome, ma un'altra persona. Ecco e qua.
In fondo prima dell'incidente quasi lo volevo. Non mi piaceva quasi niente di quello che facevamo insieme o che facevo da solo. Continuavo a chiedermi se fosse tutto lì. Se non ci fosse "altro". Eccolo. Ora ho un'altra occasione di vita. E invece rivoglio quella di prima.
"Sono una testa di cazzo, Jim. Va' per la tua strada, amico."
Dà un'occhiata all'orologio. "Vado perché è tardi, amico. Ma non ti illudere, torno."
"Non vedo proprio perché."
"Perché tu faresti lo stesso per me, Albania." Scappa ridendo prima che gli tiri dietro quello che mi capita a tiro.
Sull'uscio quasi si scontra con qualcuno che sta entrando.
"Swan. Non è l'ora di farmi saltare i nervi. Ci ha già pensato il mio amico."
Resta immobile a guardarmi, poi sospira e mi passa il suo cellulare. "Chiama tua madre, cretino."
Rido, tiro un porco perché ancora mi fa male il petto, rido di nuovo, più piano. Ma lei è sempre seria, ferma a un passo da me, col braccio teso a porgermi il cellulare.
"E non lanciarlo perché giuro che ti prendo a schiaffi così velocemente che non farai in tempo ad accorgertene."
Alzo un sopracciglio. Allungo la mano a prendere il telefono. Lo guardo e poi, fissandola, lo lascio cadere per terra.
Si avvicina a labbra e occhi serrati, incazzata e bellissima come sempre.
Fatti sotto. Dammele. Ho proprio voglia di prenderle da te. Di prendere qualcosa, qualunque cosa. Di vederti perdere la calma. Di far uscire quei meravigliosi capelli rosso fuoco da sotto la cuffia.
Mi arriva uno schiaffetto ridicolo. "Un bambino di due anni saprebbe fare meglio, Swan." Le dico, canzonandola.
Me ne arriva un altro, un po' più forte.
Le fermo le mani, mentre lei si divincola. Non sento nemmeno male alle mani, pur stringendole i polsi, per quanto sono incazzato.
Detesto non riuscire a controllare il nervoso, che mi prende ancora più forte quando sono con lei. Eppure so che non ce l'ho davvero con lei, so che ce l'ho soprattutto con me stesso. Ma averla intorno mi manda ai pazzi. Mi fa pensare a tutto quello che non posso più fare, che non posso più avere, che non sarebbe bene, lecito, giusto. A tutto quello che vorrei farle.
"Perché sei così bella, eh? Dimmi perché."
Si immobilizza. L'ho spiazzata. Ha la bocca appena aperta, il respiro affannato per la breve lotta, qualche ciocca di capelli un po' fuori dalla cuffia orrenda.
Non è bene, lecito, giusto, ma lo faccio. Menefregosenoncrepo. La bacio.
È meraviglioso. Le passo la lingua sulle labbra, sopra e sotto, le spingo la punta all'interno, costringendola ad aprirsi a me. E lei lo fa, non subito, ma lo fa. Evviva Maria, lo fa. Entro in quel paradiso di calore umido, che sa di sciroppo di fragole, di desiderio vecchio come il mondo, di aria fresca del mattino, di clima torrido estivo, di gelato al cioccolato, di miele sciolto nel latte caldo. Sa di tutte le cose buone del mondo. Tutte quelle che mi piacciono da sempre e qualcheduna in più.
Chiudo gli occhi e le succhio dolcemente la lingua, beato come un uccellino nel nido. Potrei andare avanti per sempre. Senza pensare. Altro che speed, questo sì che spegne la mente. Le lascio libere le mani perché devo usare le mie per toglierle la cuffia, e intanto riapro gli occhi. Per vedere l'ottava meraviglia al mondo: una cascata di capelli rosso fuoco che le incornicia il viso e le spalle.
Non ha l'espressione tanto contenta, però. Sarà gelosa dei capelli?
Mi arriva un ceffone potente, stavolta.
"Cazzo, Swan. Questo faceva male!"
"Sei un idiota." Scappa via.
Mi alzo a raccogliere il suo cellulare per controllare di non avergli procurato troppi danni. E mentre ce l'ho in mano, intento a rimirarlo, lei rientra in camera come una furia.
"Questo è mio." Me lo strappa dalle mani e riparte. Poi si ferma sull'uscio. Quella zona lì le dona. La luce le illumina il viso e…
"Non guardarmi con quella faccia stupida, per piacere. Sembri una scimmia davanti a un sacchetto di noccioline!"
"Banane."
"Noccioline."
"Alle scimmie piacciono le banane."
"Anche le noccioline."
"Se lo dici tu."
"Certo… Cazzo, Cullen! Non era di questo che volevo discutere!"
"Io non volevo proprio discutere, invece."
"Tu… Tu… Sta' zitto, per piacere. Sai solo fare il bambino. Passi dall'essere esasperante all'essere… Esasperante in maniera esasperante!"
Ah, ora è tutto chiaro. Mi pare di capire di essere esasperante. Un non-paziente 'brutto segno che cammina' esasperante.
"Ma resta il fatto che devi chiamare tua madre. Non conti solo tu, le tue paranoie, i tuoi problemi e i tuoi capricci, a questo mondo."
Le faccio cenno di continuare. Mi piace vederla infervorata. Le sono venuti due cerchi rossi e rotondi sulle guance. È adorabile in maniera… adorabile. Glielo dico, ma non la prende troppo bene.
"Smettila di dire cazzate."
"Stai imparando a dire le parolacce, Swan. Mi compiaccio."
"Compiaciti di sto grandissimo…"
Rido. E bestemmio, di nuovo.
Mi si avvicina comprensiva e mi dice di stendermi. Vorrei dirle di stendersi con me, ma finalmente resto zitto. La furia è passata e ora vedo ciò che siamo davvero. Un paziente e la sua infermiera, un contatto umano casuale. Una donna bellissima e un uomo ferito, un rapporto a scadenza.
"Mi disp…" Inizio a parlare ma mi blocco. Non vorrei che pensasse che mi dispiace averla baciata. Quella è l'unica cosa che rifarei mille volte più altri mille milioni di volte. Mi dispiace averla fatta incazzare. Ma se non l'avessi baciata forse non si sarebbe incazzata. Quindi mi sa che non mi dispiace per un cazzo.
"Davvero, Edward. Metti da parte per un attimo quello che senti tu. Mi hai detto che chiamavi tua mamma ogni settimana prima dell'incidente, no?"
Annuisco.
"E da quando sei qui non l'hai mai chiamata?"
Sospiro. "No."
"Sarà terrorizzata. Penserà che ti è successo qualcosa."
"Infatti…"
"Penserà che sei morto."
"La compagnia l'avrebbe avvisata."
"Il tuo cinismo fa schifo. Davvero."
"Anche la tua cuffia."
"Piantala, Cullen. Sei insopportabile e…e…"
"Esasperante?"
Ride. "Chiamala. Se la chiami, quando entro qui da te sciolgo i capelli."
Sorrido allungando la mano ad accettare il telefono.
Non le dico che vorrei che non lo facesse perché accetto di chiamare mia madre, ma piuttosto perché le piace essere guardata da me. Non come un semplice malato, non-paziente, esasperante, ma come un uomo che le piace. Vorrei poterle accarezzare il viso anche se forse le mie mani non avranno mai più il tatto. Ma forse le farebbe senso che io la tocchi…
La fermo tenendole d'istinto la mano prima che se ne vada. Lei non si ritrae.
"Pensi che tornerò come prima, Bella?"
"Che intendi? Sei avviato alla guarigione completa, Edward."
Faccio segno di no. "Tutte le cicatrici, i segni alle mani, il dolore alla schiena…"
"Passeranno dolori e ferite. Finiranno garze e bende. Molte cicatrici si ridurranno, altre potremo correggerle chirurgicamente…"
"Ma la gran parte rimarrà per sempre, lo so. Me lo hanno detto i medici, perfino lo psicologo. So cosa aspettarmi dal mio corpo," faccio una smorfia. "Probabilmente non mi guarderò più allo specchio a figura intera. E magari non andrò più in spiaggia. Magari le maglie a mezze maniche posso regalarle a James…" Alle mani non voglio pensare. Non posso pensare alle mani. Come faccio a non vederle e a non farle vedere? Scuoto la testa. "Non è questo che intendo… Io come sarò, Bella? Cosa vedrà mia madre? Cosa dirà? Che faccia schifata farà mia sorella a vedere queste mani?"
Mi sorride dolcissima, mi si avvicina, mi prende lei, lei!, una mano e me la stringe. Poi si siede sul letto accanto a me e mi parla fissando il muro davanti a sé.
"Mio padre è morto in seguito a un incidente sul lavoro, Edward. È caduto da una fascia agricola con il suo trattore e ha riportato un grave trauma cranico. È stato in coma per una settimana, poi il suo cuore ha ceduto e… se n'è andato. Non ha mai ripreso conoscenza. Non abbiamo potuto salutarlo."
Sposta gli occhi a guardarmi e riprende. "In quella settimana ho sentito spesso mia madre sussurrargli di aprire gli occhi, di dirle qualcosa, di restare con lei. Era straziante. I medici ci dissero che anche se si fosse ripreso avrebbe avuto gravi problemi. Probabilmente non sarebbe più stato capace di parlare, di camminare, di mangiare. Pensai che, ben sapendo quanto gli piacesse essere attivo, non avrebbe mai accettato una vita così. Ma mia madre no, Edward. Lei semplicemente lo amava. Lo rivoleva con lei. A qualunque costo. Qualunque parte di lui." Si asciuga una lacrima col dorso della mano che non stringe la mia. "Quando ami qualcuno, ami davvero intendo, ami il bello e il brutto di quella persona. La scatola e il contenuto. Perciò chiama tua madre e tua sorella, Edward. Ti rivogliono indietro di sicuro."
Si alza e si avvia di nuovo alla porta, poi si ferma un'ultima volta a guardarmi.
"E comunque sei un uomo bellissimo. Esasperante, rompiscatole, chiacchierone, ma bellissimo."
Mi strizza un occhio e se ne va, lasciandomi a sorridere all'aria, contento come un fottuto arabo ricchissimo.

Sono qui a fissare il soffitto, dopo aver chiamato mia madre.
Abbiamo pianto, pregato nella nostra lingua, cantato con Alice, scherzato. Sapeva che sono in ospedale, sapeva dei miei progressi, delle mie mani. Sapeva tutto. Quel coglione di James l'ha tenuta costantemente informata. È un coglione ma anche un grande amico. E la compagnia petrolifera per cui lavoravo, e forse lavoro ancora, le ha accreditato direttamente i miei stipendi, ridotti della percentuale dovuta al mio ricovero.
Vogliono venire a trovarmi, mia madre e mia sorella. Nonostante la loro insistenza e il mio desiderio di loro, le ho fermate, usando la scusa dei soldi, tanti, troppi, che ci vorrebbero. In realtà non voglio che vengano. Le amo ma non mi sento pronto. Ho una paura fottuta e questo mi irrita moltissimo. Ho promesso che sarò io tornare a casa, appena mi dimetteranno. Non le ho detto che spero sia il più tardi possibile, sempre per via della paura, ma non solo… Non voglio smettere di vedermi girare intorno la Swan, con le sue gambe lunghe, gli occhi allegri, la bocca irriverente e quei capelli che mi incendiano il sangue nelle vene.
Mi prude la schiena in un modo…esasperante. Sorrido nel buio e penso a lei. Mi direbbe "È la cicatrizzazione, per questo senti prudere. Non grattarti però. Ti spalmo l'unguento…"
Devono aver diminuito di molto i farmaci che mi danno, perché ultimamente il cetriolo è tornato ad essere un totem, quando penso alle mani della Swan che mi spalmano qualunque cosa.
Il cervello ha una grande immaginazione, infatti, anche se non ho sensibilità, vedere le sue mani che mi toccano, sapere che mi accarezzano…, mi fa sentire ciò che non sento e il cazzo mi va in modalità Fiestamigotodalanoche.
Allungo una mano a recuperare il suo cellulare dal comodino e scorro di nuovo le immagini. Lei con le amiche, lei al mare, lei con un cane, paesaggi bellissimi dei dintorni, il matrimonio di un'amica e lei bellissima in abito verde con quei capelli che Maria Maddalena non li aveva così rosso fuoco, lei che prova abitini in qualche camerino e fa le smorfie allo specchio. La vedo sempre più bella, e mi fa paura anche questa cosa.
Perché io la voglio, questa donna. La voglio proprio per me, mia e basta. Voglio scoparla, baciarla, dormire con lei, svegliarmi con lei, fare il bagno insiem… No. Voglio fare con lei cose in cui posso indossare almeno una maglietta, ma comunque voglio moltissime cose con lei.
Non ho ancora avuto il coraggio di guardarmi la schiena con uno specchio. So che le ustioni di terzo grado erano lì e al mio braccio sinistro. E infatti ho ancora bisogno di unguenti e creme. E presto dovrò affrontare ancora un paio di operazioni di chirurgia estetica.
Mi acciglio e scorro i suoi contatti. E se avesse… Mi rassereno che non ci sia nessun "orsacchiotto", "tesoruccio", o "amore mio". Strano non abbia un uomo. Ma meglio così.
Edward che pensi di fare con lei? Tutto. Ma non sai se lei ti vuole. Mi ha baciato. Bugia, tu hai baciato lei. Ma lei ha risposto al bacio. E comunque era solo un bacio. Ma un bacio meraviglioso. Ma solo un bacio. Be', posso provare a violentarla., se ci sta significa che… Sei cretino, Edward. Un cretino che parla da solo.
Penso che la mia frustrazione sessuale sia ormai alle stelle e mi stia facendo uscire di senno.
Imposto il volume più basso possibile e accedo alla sua playlist "Top". Dalle sue scelte musicali puoi sapere molto di cosa emoziona, piace, fa godere una donna. Credo. Spero.
Scorro le canzoni e leggo titoli dei Muse, Mars, …ha gusto la Swan, Duran Duran, Guns N' Roses, One Direction… Coosa? Sono tentato, molto tentato, direi quasi deciso, di eliminarle tutte le tracce dei One Schifection… Ma mi trattengo. Mi prenderebbe a schiaffi e avrebbe ragione. Salto. Scelgo. Poi chiudo gli occhi e lascio partire musica, mano e fantasia.
Immagino che sia la mano della Swan ad abbassarmi i boxer per dare sollievo a questa parte di me, come ha già fatto per tutto il resto del mio corpo…
Mi stringe piano con la sua mano morbida… No, non ci siamo. Apro gli occhi e sfilo i guanti di cotone che mi coprono le mani. Riprendo così, almeno il calore della pelle sarà simile al suo.
Ad occhi chiusi, con la musica di sottofondo, la mano che si muove piano su e giù, mi sembra quasi di vedere i suoi capelli sfiorarmi, di sentire la sua voce parlarmi...
"Lascia che ti aiuti io, Edward…" Anche se dice cose a sproposito, e forse devo resettare la mia fantasia.
"Edward. Davvero, lascia che ti aiuti io."
Apro gli occhi di scatto, il cazzo in mano, la musica che va, e lei è lì che mi guarda sorridendo.
"Triste spettacolo, Swan, eh?"
"Spettacolo glorioso, direi piuttosto… Ero venuta per riprendermi il cellulare, pensando che volessi parlare, o litigare, o magari dormissi, ma se hai bisogno di qualcos'altro sono qui per te."
Ingoio a vuoto, il cazzo sempre in mano, muto. Devo sembrare un idiota.
"Vuoi che resti?" La sua mano sposta dolcemente la mia, si stringe intorno a me e mi muove piano, senza stringere troppo, ma senza scivolare troppo piano. Si muove perfetta.
"Certo che voglio che resti, Swan." To', ho ritrovato la lingua. "Vorrei che stessi sempre in questa camera, sempre intorno a me. Vorrei che…" e finalmente taccio perché la logorrea non va tanto d'accordo con l'orgasmo che monta. O parli, o godi. Sono un uomo, due cose insieme non le faccio, per contratto.
"Il mio splendido…" mi bacia lieve la fronte, "forte…", mi bacia un sopracciglio, "antipatico…" un bacio al naso, "orgoglioso…", un bacio sul mento, "Edward." Non smette di pomparmi, non accelera, non rallenta. Si muove perfetta. È perfetta la sua mano. È perfetta questa sega. È perfetta lei.
Esplodo a raffica che manco un mitragliere serbo, fottuto lui.

"Sei importante, sai?" Mi dice più tardi, mentre ascoltiamo la musica con le sue cuffie, una ciascuno.
"Per te?"
Annuisce e mi sento bene. Come da bambino, quando giocavo ad accamparmi sotto la coperta della nonna. "Anche tu sei importante per me."
Le racconto con semplicità della telefonata a mia madre. Che le ho promesso di andare a trovarla. E che vorrei che lei venisse con me.
"Non sono mai stata in Kosovo."
"Pristina è stata distrutta, come la maggior parte delle città. Ma la stiamo…stanno ricostruendo. E ci sono paesaggi bellissimi…Mio nonno è un ottimo baro e mia sorella suona il violino e sembra un piccolo angelo."
"Tua sorella piacerebbe a mia madre. Ha sempre sognato una figlia musicista ma io sono stonata come una campana ed ero più interessata a smontare braccia e gambe alle bambole che ad altro…"
Ridiamo. "Io suonavo la fisarmonica, a casa, ma qui non lo sa nessuno, a parte James. Figuriamoci… Già così mi chiamano Romania!"
"Voglio sentirti suonare…"
"Ogni volta che vorrai," le bacio il naso. "Sai? Mia madre cucina il miglior djuvec del mondo. E lo prepara sempre, se abbiamo ospiti. Quindi dovrai proprio venire ad assaggiarlo."
Ride ancora. "Così potresti continuare la tua fisioterapia…"
"A proposito di fisioterapia…", sorrido nel buio riprendendo a baciarle il collo e le spalle. E le braccia. E il seno. E la pancia.
E di colpo questa stanza e questa notte sono il posto più bello e luminoso che ci sia.

"Oggi mi dimettono." Me lo dico a voce alta perché ancora non ci credo.
Cristo, mi dimettono.
Vado a casa di James, che è anche casa mia, anche se non l'ho mai sentita davvero mia, finora. Ma non sento più mia nemmeno la casa del nonno, a Mitrovica. Ultimamente invece sento molto più casa mia questo ospedale.
Ho avuto paura, per molto tempo, troppo tempo, di tutto. La paura faceva parte di me. Prima, quando dovevo partire; poi, arrivato qui, di non riuscire ad adattarmi; poi di perdere il lavoro o di non rivedere la mia famiglia. E di non riuscire a vivere, di sentirmi sempre e solo uno straniero, con pronto il foglio di via.
E poi sono arrivato in quest'ospedale, con la paura di essere un menomato e basta, per il resto dei miei giorni. Qui ho sofferto, imprecato, ma sono finalmente "nato". Ho scoperto amici buoni davvero, e ho trovato Bella. Così, al pensiero di andarmene da qui, ho avuto di nuovo paura. Mi faceva incazzare che tutti considerassero la mia dimissione una buona notizia: i medici, mia madre, James, Aro, che è venuto a trovarmi due volte nell'ultima settimana, Bella. Perfino Bella. Soprattutto Bella. Mi sentivo un randagio che viene accolto per un po' e poi ributtato in strada. Si incazza anche il miglior cane del mondo, credo.
Contemporaneamente però ero emozionato e orgoglioso di 'uscire', quasi fossi un carcerato che finalmente ottiene la libertà. Come se mi dicessero "Siamo certi che puoi farcela. Vola."
Poi Aro ha fatto pendere l'ago della bilancia dalla parte giusta.
Nella prima delle sue visite mi ha chiesto se me la sentissi, se volessi tornare a lavorare in piattaforma.
"Se voglio tornare? Cazzo se voglio tornare!"
Ero commosso, esaltato, inebriato, quasi ai limiti della pazzia.
Tornare a lavorare per me significa che sono di nuovo un uomo, che sono davvero un uomo. Che posso badare alla mia famiglia.
Non ho mai saputo quanto fosse importante il lavoro per un uomo. Me lo avevano insegnato, ma non lo sapevo davvero. Ero partito dal mio paese perché non potevo fare altro. Perché ero diventato l'uomo di casa, dopo la morte di mio padre, in guerra. Perché il nonno era vecchio, ormai, e tutto poggiava sulla mia schiena.
Ora invece è diverso. Ora so di essere un uomo. E quindi lo sono davvero.

Sono sulla porta del grande ospedale. Davanti a noi, James mi aspetta in macchina, con lo sportello già aperto.
"Mi chiami stasera?" Bella si torce le mani, come quando aveva paura di essere scambiata per una sadica.
"Certo che ti chiamo, piccola."
La abbraccio incastrandole il viso tra il mio collo e il mento. Perfetto.
Avevo ragione quando pensavo che non poteva essere tutto lì. C'era molto di più ad aspettarmi, e il fuoco me l'ha portato.

FINE








24 commenti:

  1. Storia molto carina, il personaggio di Edward è caratterizzato molto bene, ho trovato solo un po' fuori luogo il lavoretto di mano.
    E come mai lei si è indispettita quando lui le ha liberato i capelli?

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  2. Wow! Bellissima! Non ho idea di cosa si provi dopo un incidente come quello che ha travolto Edward ma la sua paura, il suo dolore... le sue emozioni sono descritte in modo magnifico. Mi sono scese le lacrime mentre leggevo il suo dolore e sono felice che tutto si sia risolto... e che abbia trovato ciò che ha perso. La scrittura è sciolta e ogni parte secondo me ha un motivo di esistere... in poche righe hai scritto tutto ciò che serve per affezionati e capire i personaggi... bravissima!

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  3. Mi è piaciuta molto, anche se, secondo me, in alcuni punti ti sei dilungata un po' troppo. ottima la descrizione degli stati d'animo, della paura e del dolore, tema del contest centrato perfettamente

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  4. Che meraviglia!!! Ho goduto dalla prima all'ultima riga. Meravigliosi personaggi, adorabili soprattutto I monologhi di Edward (che ti "firmano" alquanto, devo dire...), tutto è ben calibrato, finale perfetto. Grazie per questa bellissima emozione.

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  5. Direi che concordo con lui... Davvero gli One Direction?!? Te possino... Vabbè... Ti perdono!
    Questi tuoi viaggi introspettivi mi piacciono soprattutto quando è lui a farseli...
    Non mi sarebbe dispiaciuto un po' di "movimento" ma effettivamente sarebbe stata un altra storia... e Bella ci ha stupite con il suo lavoro di mano... così... all'improvviso...
    Grazie per averlo solo bruciacchiato e non fatto morire.
    Grazie

    JB

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  6. Bellissima. Per una serie infinita di motivi. Il personaggio di Edward è complesso e affascinante, descritto con grande intensità. All’inizio sembra strafottente (e fottente), interessato solo a intontirsi di alcool e sesso. Poi iniziano ad emergere le sue insicurezze e paure, che cambiano e aumentano man mano che veniamo messi a conoscenza del suo passato. Un padre morto in guerra, la necessità di crescere in fretta per prendersi cura della sua famiglia (e quindi il brusco addio all’adolescenza) e di abbandonare tutto ciò che si conosce per affronare un lavoro massacrante in un luogo estraneo (il tema dell’esule che perde la propria identità ma non riesce a crearsene una nuova, eternamente diviso tra il suo passato e un presente che sente come non accogliente). Dopo l’incidente nuove paure: di non essere più un “uomo”, cioè qualcuno che non solo bada a se stesso, ma si prende cura di coloro che ama; di essere un mostro deforme che nessuno avrà mai più il coraggio di accarezzare andando oltre il muro dell’esteriorità (“La Bella e la Bestia); di essere solo, con la scelta per reazione di respingere prima di essere respinti.
    I tempi della narrazione sono perfetti e lo scioglimento appagante. Ti ringrazio anch’io per aver scelto il lieto fine (anche un po’ hot) perché ho bisogno di arcobaleni, la realtà è già abbastanza bigia.

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  7. Finora la mia preferita!!! Sei riuscita a trasmettermi così bene quello che provava questo Edward che a volte, quando si sentiva sconfortato, avrei voluto entrare nella shot, penderlo a schiaffi e dirgli: "Come puoi pensare che qualcuno non ti ami, idiota?!".
    Bravissima,
    Aleuname.

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  8. "Il mio culo": un segno distintivo... ma avevo capito chi fossi fin dalle prime righe, perché amo il tuo modo di scrrvere come lo amo di pochissime altre.
    Che dire? E' una storia bellissima. I tuoi personaggi sono perfetti, intensi, completi e veri, vivi. Edward perso sia prima che dopo l'incidente, anche se per ragioni diverse; Bella, forte e carismatica sarà la spinta che aiuterà il bisbetico, esasperante, rompiscatole ma bellissimo "non-paziente" a ritrovare se stesso nell'uomo completo che non sapeva di essere.
    E poi va beh... il lavoretto di mano... un gioiello che era nell'aria e che ci sta... perché è il modo migliore che ha Bella per fargli capire che tutto può ricominciare.
    Brava, bravissima... e se smetti di scrivere e darmi emozioni così, te la farò pagare. Chiaro?
    P.S.: le sue mani... cazzo, ho sofferto un botto a immaginare le sue mani rovinate dal fuoco... quelle mani che mi cambiano i connotati dentro e fuori!! Te possinooooooooooooooo!!!

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  9. Credo che sia la storia con la migliore caratterizzazione del personaggio di Edward. Sembra di essere nella sua testa e sentire le sue emozioni. Davvero brava e bella storia!

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  10. Un Edward complesso e profondo che affronta una situazione limite come può e come sa, riuscendo a trovare la sua strada nonostante tutto.
    Dvvero molto bella e ben scritta...conoscendomi sono certa ci filero' su per alcuni giorni perché questa storia e soprattutto questo Edward hanno lasciato il segno.
    brava

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  11. Vabbèèèèèèèè!!! Questa è firmata. Non solo per l'italiano che al solito è più che perfetto, ma anche nella caratterizzazione di Edward. Non c'è niente da fare. Ha ragione chi afferma che alcune penne sono riconoscibilissime senza ombra di dubbio! Cosa posso aggiungere a quello che già ti è stato scritto? Che questa one shot è il tuo solito piccolo gioiello, lo hanno detto. Che è scritta benissimo, pure. Allora ti dirò quale parte mi è parsa in assoluto la più bella. Per me è clamorosa la prima parte, quella che precede l'evento che darà il via alla movimentata storia d'amore tra i due (non voglio fare spoiler). Quella mi ha presa al 100%. Ed è una cosa secondo me che ha un peso, perché è più facile coinvolgere con ciò che accade dopo, per una serie di ragioni, ma farmi sentire tutto mentre per Edward la vita scorre nella sua frustrante routine, è davvero mestiere. Bravissima!

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  12. Il commento sopra era il mio! Sono Cristina.

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  13. Bellissima! Sto lasciando commenti brevi e poco soddisfacenti ma il tempo stringe e voglio commentarle tutte.
    La tua storia è coinvolgente, meravigliosamente scritta, i personaggi perfetti... non so cosa scrivere.
    Complimenti, davvero stupenda.

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  14. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  15. Davvero certe penne sono riconoscibili... e magistrali. Adoro questa storia. Tu sei una delle due autrici che meglio riescono a caratterizzare Edward, quasi lo leggeste nel profondo. infatti siete in poche a prediligere la narrazione dal suo punto di vista. Grazie per questo ennesimo gioiello. A te i miei 5 punti.

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  16. BARBARA PETRELLA ASSEGNA 5 PUNTI A QUESTA STORIA

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  17. scritta benissimo, ben costruita. secondo me sei Paola B. oppure aly :D poi non lo so..... ma davvero è bellissima, molto emozionante.

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  18. LAURA SPARVIERO ASSEGNA 2 PUNTI A QUESTA STORIA

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  19. CHIARA AMADORI ASSEGNA A QUESTA STORIA 2 PUNTI

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  20. Terribile per le sofferenze del povero Edward, ma molto bella.

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