giovedì 5 maggio 2016

SOLO UNA SETTIMANA









Titolo: Solo Una Settimana

Genere: Erotico/Drammatico

Rating: Rosso


Logline: In una villa isolata da una tormenta di neve, durante una settimana in compagnia di 2 amici e alcuni sconosciuti, Bella scoprirà una maniera intrigante di vivere una vacanza.


Sinossi: Bella ed Alice, 25enni, sono state invitate dal loro amico Emmett a trascorrere una settimana nella sua casa di montagna, con altri amici che le ragazze non conoscono. Solo al loro arrivo conosceranno i piani di Emmett e la sua pazza idea per rendere questa vacanza indimenticabile.






Arrivare alla villa di Emmett a Crystal Mountain, con quel tempo, fu davvero un’impresa titanica. Quando aveva invitato me e Alice a trascorrere la settimana di Capodanno alla sua villa in montagna con altri amici, non credevamo che ci sarebbe stata così tanta neve. E soprattutto, non avevamo pensato che avremmo dovuto guidare con quel tempaccio. Le strade erano tutte piene di neve, eravamo in mezzo ad una tormenta e, anche con le catene da neve sugli pneumatici, muoversi era stato difficilissimo.
Una volta giunte a destinazione, rimanemmo impressionate dalle dimensioni di quella vera e propria villa immersa nei boschi, e ora anche nella neve, che sembrava quasi un piccolo albergo. Da ogni finestra usciva una calda luce gialla e l’esterno, come ogni casa di montagna che si rispetti, era in legno e pietra. Il piano terra era totalmente adibito a garage e ci stavano comodamente una dozzina di automobili. Da lì, volendo, si accedeva direttamente al resto della casa, senza passare dall’esterno. I due piani superiori avevano un corridoio esterno, in legno, che percorreva l’intero perimetro della casa, e ogni stanza era dotata di portafinestra per potervi uscire. Il tetto spiovente copriva adeguatamente anche queste terrazze, in modo da potervi uscire anche in caso di brutto tempo.
Subito dopo di noi, arrivò anche un ragazzo che non conoscevamo, che scoprimmo chiamarsi Mike, e salimmo tutti assieme. Mike era carino, ma qualcosa nel suo sguardo e nelle sue movenze non mi piaceva. Mi dava l’idea di una persona viscida e ambigua.
Quando Emmett ci aprì la porta ed entrammo, la sorpresa aumentò e rimanemmo a bocca aperta. Già da fuori si capivano le dimensioni della casa, ma non dava, comunque, l’idea di essere così grande.
«Benvenuti nella mia umile dimora, ragazzi!» ci accolse Emmett, con un luminoso sorriso e un bicchiere contenente qualcosa di alcolico in mano, da cui si era sicuramente già servito.
«Umile dimora un cazzo, Emmett! Questa è una reggia!» Esclamò Mike.
«Che ci vuoi fare, a papi piace fare le cose per bene!»
Altroché! Rimasi incantata dall’enorme salotto in cui eravamo entrati, con un grande caminetto in pietra sulla parete in fondo, in cui ardeva un vivace fuoco scoppiettante. Nel salotto vi erano due zone relax da almeno dieci persone ciascuna, che potevano scegliere se accomodarsi su morbidi divani dai colori tenui o poltrone imbottite color rosso scuro. Al centro di ogni zona relax, c’era un grande tavolino centrale mentre, due più piccoli, erano posizionati in due angoli opposti. A terra, caldi tappeti ricoprivano il pavimento formato da lunghe assi in scuro legno grezzo.
La parete lunga di destra dava sull’esterno, ed era interamente composta da una vetrata da cui si poteva ammirare una vista meravigliosa sui boschi sottostanti, ora completamente innevati.
A metà della parete opposta, lontano dal camino, c’era il mobile bar, con il retro pieno di bottiglie e sei sgabelli davanti.
In fondo alla stanza, passando attraverso una porta ad arco, io e Alice entrammo nella biblioteca. Ci guardammo attorno meravigliate: tutte le pareti erano ricoperte di scaffali pieni di libri e foto ricordo della famiglia di Emmett. Anche qui vi era un caminetto acceso e un paio di divani. Quando mi voltai per tornare nel salone, mi accorsi di un ragazzo con una felpa chiara, col cappuccio sulla testa, che dormiva profondamente su uno di essi.
All’interno della casa c’era un caos pazzesco: una ventina tra ragazzi e ragazze bevevano e chiacchieravano. Alcuni erano spaparanzati su divani e poltrone, altri intenti a sfidarsi con uno dei numerosi giochi in scatola presenti in un mobile in un angolo, altri ancora a sfidarsi con la Xbox o la PS4. Non sapevo se i genitori di Emmett fossero a conoscenza dell’idea del figlio di invitare così tanti amici a festeggiare lì il capodanno. E, soprattutto, se fossero a conoscenza dei rischi che comportava ospitare così tanti ragazzi scatenati!
All’improvviso suonò una campanella che, scoprii, annunciava che la cena era pronta. Emmett, naturalmente, aveva pensato al personale di servizio che tenesse in ordine e cucinasse per tutti noi. Da quello che avevo capito, aveva invitato persone che facevano parte dei suoi molti giri di amicizie: con alcuni usciva nei momenti liberi, altri erano ex compagni di Università, altri ancora erano, come lui, soci in qualche club esclusivo. Io e Alice conoscevamo Emmett da quando eravamo piccoli e frequentavamo la stessa scuola primaria a Seattle mentre, degli altri ospiti, non conoscevamo nessun altro. Eravamo più o meno tutti coetanei, ragazzi e ragazze dai venticinque ai trent’anni. Scoprimmo che lo scopo di Emmett era proprio mettere insieme persone che non si conoscevano tra loro. Non era un caso che fossimo nove ragazze e nove ragazzi ma, a riguardo, Emmett era stato piuttosto vago.
La sala da pranzo era composta da cinque tavoli in legno da sei posti, posizionati apparentemente a caso. Dal soffitto pendevano una decina di lampadari di forma sferica, con il fondo aperto, di colore bianco. Anche da questa stanza si godeva di una splendida vista sui boschi circostanti. Sulla sinistra c’era un lungo tavolo su cui era disposto il cibo per il buffet: antipasti, primi, secondi, contorni e dolci. Sembrava veramente di essere in vacanza in un albergo di lusso.
Dopo la cena, la serata entrò nel vivo e finalmente Emmett avrebbe scoperto le carte riguardo a quella vacanza. Ci accomodammo tutti in salotto e lui salì in piedi sopra un tavolino per farsi vedere e sentire da tutti.
E fu allora che lo vidi: di fronte a me c’era un ragazzo. Nonostante fosse chiaramente molto stanco e sbadigliasse di continuo, dal suo viso traspariva una bellezza particolare, inusuale, molto maschile. Aveva il naso dritto e importante, la mascella squadrata, la bocca proporzionata con le labbra morbide e piene, così rosse da sembrare irreali. Aveva i capelli folti e all’apparenza morbidi, di uno strano colore: castano chiaro con alcuni riflessi che tendevano al rossiccio. Gli occhi, di una sfumatura che era una via di mezzo tra il verde e l’azzurro, erano arrossati e stanchi, ma limpidi e bellissimi. Dall’istante in cui posai lo sguardo su di lui, non riuscii più a distoglierlo. Era seduto su una poltrona, completamente rilassato sullo schienale, un po’ di traverso e con la parte inferiore di una gamba lasciata penzolare pigramente al di là del bracciolo. Indossava un maglione leggero, nero, a collo alto e le lunghe gambe fasciate in un paio di jeans chiari. Aveva mani grandi con dita lunghe, da pianista, con un anello al pollice sinistro. Una ragazza che non conoscevo era appollaiata sul bracciolo libero della poltrona dov’era seduto, con le gambe cicciottelle accavallate e infilate in un paio di leggins.
Come se si fosse sentito osservato, spostò lo sguardo su di me. Rimasi a fissarlo per un attimo, poi spostai l’attenzione sul padrone di casa che stava ancora parlando. «Quindi,» diceva, «ognuno di voi scriverà il proprio nome sul foglietto che vi darò. I ragazzi metteranno il foglietto nel vaso di destra e le ragazze in quello di sinistra e procederemo all’estrazione. Se qualcuno non vuole partecipare a questa iniziativa, è pregato di dirlo subito. Domani decideremo se rifare gli abbinamenti o no. Vi ricordo che non è carino parlare di quello che succede nelle stanze, e naturalmente nessuno è obbligato a fare niente e nessuno deve obbligare qualcuno a fare niente. È tutto chiaro?»
Tutti annuirono.
Tutti tranne me. «Non ho capito, perché dobbiamo scrivere i nostri nomi?» Bisbigliai ad Alice.
Lei si voltò con l’espressione finta arrabbiata, «Si può sapere a cos’hai pensato mentre Emmett stava parlando?»
Io non risposi, ma accidentalmente spostai lo sguardo sul ragazzo col maglione nero di fronte a me.
«Ah, ecco a cos’hai pensato.»
«Ma va’, che stai dicendo.» borbottai, mentre il ragazzo sbadigliava ancora. Però non resistetti e mi lasciai sfuggire «Li conosci?»
«Mi pare che lei sia un’ex compagna di corso di Emmett, quindi lo sarà anche lui.»
«Dici che è il suo ragazzo?» Chiesi, fingendo indifferenza.
«E questo mi conferma che non hai ascoltato una sola parola di quello che ha detto Emmett. Non ci sono coppie tra di noi.»
«A no? E perché?»
«Bella! Ci fai o ci sei?»
Uff, Alice sapeva sempre come farmi sentire una deficiente. Una non può neanche distrarsi due minuti…
«Ma allora, che cosa si fa?» chiesi esasperata ad Alice.
«Sesso, Bella. Se ti va ci fai sesso, altrimenti dormi. E se il tipo non ti piace, domani si rifarà l’estrazione e potrai cambiare partner. Ti è chiaro, ora?»
La guardai scioccata: praticamente eravamo finite in un film porno! Non ero abituata a fare sesso con leggerezza, ma ammetto che trovavo l’idea molto intrigante, soprattutto se guardavo un certo ragazzo che indossava un maglione scuro.
Tutti scrivemmo i nostri nomi e mettemmo i foglietti nei vasi davanti a Emmett. Una volta che furono raccolti tutti i nominativi, lui procedette con l’estrazione: un biglietto dal vaso di destra e uno da quello di sinistra.
Il primo nome estratto fu proprio quello di Alice e il secondo quello di Jasper, un ragazzo biondo che aveva colpito la mia amica appena avevamo messo piede nella villa.
A loro fu data una chiave con un cartellino con su scritto il numero 1.
Via via che le coppie venivano estratte, i ragazzi si mettevano vicini accanto a Emmett, con la loro chiave stretta in mano.
Alla fine rimanemmo in quattro: io, Mike, lo sconosciuto e un’altra ragazza molto formosa che non conoscevo. Non mi sarebbe dispiaciuto affatto che il destino avesse scelto di abbinarmi al bel tenebroso, ma naturalmente scelse Mike.
«Andiamo, vi faccio vedere le stanze! E che inizi la nostra…» Emmett fece una pausa ad effetto per attirare l’attenzione di tutti, «settimana da ricordare!», Fece strada, dirigendosi a passo svelto in corridoio e indicando le porte delle varie stanze. La numero sette e la otto, quelle mia e dello sconosciuto (che avevo scoperto chiamarsi Edward) erano in fondo al corridoio, una di fronte all’altra.
La nostra stanza era molto ampia, con un letto matrimoniale appoggiato alla parete di destra, una grande finestra e un mobile porta tv nella parete di fronte alla porta d’ingresso. Vicino alla finestra, un tavolino con due comode poltroncine e un piccolo frigobar. Sulla parete di sinistra un armadio e un grande caminetto acceso. La luce delle fiamme che danzavano vivaci era l’unica illuminazione nella camera. Lo ammetto: era molto romantico. Peccato che il destino mi avesse affibbiato un compagno di stanza viscido come un’anguilla. Porca miseria! Ero proprio nei guai.
Ipnotizzata dalle lingue di fuoco che ardevano, non mi accorsi che la porta fosse stata chiusa alle nostre spalle. Mi ridestai sobbalzando solo quando mi sentii toccare un braccio.
«Non ti aspettare niente, eh? Non ho intenzione di fare sesso con te! Quindi non ti avvicinare!» avvisai subito Mike, già mezzo nudo.
Il suo sguardo si fece ancora più viscido e si avvicinò, facendomi indietreggiare, «Vedrai che ti farò cambiare idea. Lo so che mi vuoi, l’ho capito.»
«Guarda, hai proprio capito male. Non solo non ti voglio, ma proprio non mi piaci. Non in quel senso!» mi affrettai ad aggiungere per non rischiare di farlo arrabbiare.
«Vedremo.» si limitò a sibilare lui, prima di andare a chiudersi in bagno. Io ne approfittai per uscire e cercare Alice ma lei era già in camera e, dai rumori sospetti che si sentivano, si stava già divertendo parecchio. Mogia, me ne tornai nella mia stanza. Mike intanto si era messo a letto e aveva acceso il televisore.
Io afferrai il mio pigiama e il beauty-case e mi infilai in bagno. Feci una doccia veloce per mandar via la stanchezza, mi asciugai, infilai slip e pigiama e lavai i denti. Una volta a letto, Mike spense la tv. Nel buio udivo il suo respiro pesante e lo sentivo muoversi e girarsi. Poi mi toccò il braccio.
«Mike! Torna dalla tua parte!»
Lui si avvicinò e questa volta mi accarezzò il viso, poi mi appoggiò una mano sul seno e con un movimento veloce venne sopra di me, iniziando a palpeggiarmi e cercando di togliermi la maglietta del pigiama.
«Smettila! Cosa fai?»
«Ti piace fare la difficile, eh?» sghignazzò tentando ancora di spogliarmi. Riuscii a urlare «Aiuto!», con tutto il fiato che avevo in gola, poi lui mi mise una mano sulla bocca per impedirmi di gridare ancora, mentre con l’altra mano cercava di abbassarmi i pantaloni.
In quel momento la porta si spalancò di colpo e la luce del corridoio inondò la stanza. Mi voltai e vidi Edward in t-shirt bianca e jeans in piedi sulla soglia, le mani chiuse a pugno.
«Lasciala.» disse incollando gli occhi in quelli di Mike, che continuava a tenere una mano sulla mia bocca.
«Che cazzo vuoi? Ci stiamo solo divertendo. Vattene.»
Edward spostò i suoi occhi attenti e arrossati su di me e dal mio sguardo terrorizzato capì di aver ragione. «Ti ho detto di lasciarla.» ripeté, spostando ancora lo sguardo su di lui che, finalmente, tolse la mano dalla mia bocca e lentamente si spostò di lato, «Stronzo!»
«Raccogli le tue cose.» mi disse brusco Edward.
Corsi in bagno a prendere il beauty case, poi afferrai la valigia e lo seguii nella stanza di fronte. Trovai quell’altra ragazza ancora vestita e con l’espressione imbronciata che stava tirando fuori dalla valigia alcuni vestiti per riporli nell’armadio. Edward si rivolse a lei, «Facciamo cambio di compagni. Nella stanza di fronte c’è un assatanato come te, vi troverete bene insieme.»
Lei sembrò illuminarsi, ributtò tutto in valigia e senza dire nulla uscì sbattendo la porta.
«Wow! Che velocità! Che le hai fatto per farla scappare così?»
Lui si sedette sul letto, sospirò e fece un sorriso stanco, «la domanda più corretta è: cosa non le ho fatto…»
«Oh!» Arrossii immaginando l’approccio che quella ragazza doveva aver tentato e il due di picche che si doveva essere presa.
Lui si sfilò tranquillamente i jeans come se io non ci fossi e li lasciò a terra, poi si mise sotto le coperte. «Tu sistemati, fa quello che vuoi, puoi anche accendere la tv. Io sono tre giorni che non chiudo occhio, quindi non avrò problemi ad addormentarmi. Probabilmente dormirei anche fuori, in mezzo alla neve.»
Lo guardai girarsi sul fianco destro, dandomi le spalle, «Sicuro che non ti disturbo se guardo un po’ di tv?»
Non mi rispose. Feci il giro del letto per guardarlo in viso e vidi che stava già dormendo. Alcune ciocche di capelli gli erano cadute sulla fronte e il suo respiro era regolare, tranquillo. Rimasi a guardarlo per un po’: i lineamenti del viso erano dolci ma maschili, gli zigomi sporgenti, la linea della mascella pronunciata. E sexy. Quelle ciglia erano così lunghe e folte da far invidia a un sacco di ragazze, compresa la sottoscritta. La bocca era leggermente socchiusa, con le labbra morbide e invitanti. Aveva braccia muscolose e toniche, le mani curate e le dita lunghe e affusolate.
Era davvero bellissimo.
Lo coprii meglio, visto che le coperte gli arrivavano solo fino ai fianchi, e raccolsi da terra i suoi pantaloni per appoggiarli ordinatamente su una sedia, insieme alla felpa. Ero stanca ma ancora agitata per il comportamento di Mike, quindi accesi il televisore e guardai l’ultima mezz’ora di un film horror.
La mattina dopo mi svegliai su un fianco, sentendo un gran calore sulla schiena e qualcosa che mi impediva di muovermi come avrei voluto. Per un attimo mi tornò in mente quello che era successo con Mike ma ricordai subito l’arrivo di Edward. Mi toccai lo stomaco e vi trovai appoggiato un braccio. In quel momento, la mano pigramente abbandonata sulla mia pancia intrecciò le dita alle mie, e una voce roca alle mie spalle mormorò al mio orecchio «dai, stai qui ancora cinque minuti.» Il proprietario della voce, poi, spinse i fianchi contro di me e sentii un’erezione, e che erezione, premere contro il mio sedere. Il suo respiro così vicino mi solleticava il collo provocandomi un lungo brivido che corse giù per la schiena. Il suo abbraccio era piacevole, però sapevo che Edward non si era reso conto di essere abbracciato a me. Lo chiamai a bassa voce un paio di volte, senza ottenere risposta, così mi voltai. Non avevo calcolato quanto fossimo vicini e che, girandomi, la sua erezione avrebbe premuto contro un altro punto molto sensibile del mio corpo, un punto che trascuravo da troppo tempo. Scostai un po’ i fianchi ma lui si avvicinò ancora. Il suo profumo di pulito mi avvolse, mi allontanai di nuovo verso la parte opposta del letto ma lui strinse con forza il braccio, tenendomi ferma e venendo più vicino, molto vicino, troppo vicino!
No… troppo no, in fondo era piacevole.
Sì, cavolo! Troppo vicino! Troppo vicino! Perché non era me che cercava e non era me che voleva.
Ma fu me che baciò. Le sue labbra si posarono sulle mie e la sua lingua si fece strada nella mia bocca. Si scontrò con la mia lingua, lottò solo per un istante poi la dominò e la sottomise al suo volere, al suo ritmo. In un attimo mi spinse giù di schiena e il suo corpo fu sopra al mio, la sua coscia che spingeva tra le mie gambe, ad eccitarmi follemente. Cercai di respingerlo. Troppo debolmente, lo ammetto, e lo chiamai ancora tra un bacio e l’altro. Le cose erano due: o Edward aveva il sonno più profondo di qualunque altro essere umano, o sapeva perfettamente cosa stava facendo. Lo chiamai più forte e lui aprì gli occhi, pigramente. In quei bellissimi occhi verdi, credetti di veder sfilare, uno dopo l’altro, la tranquillità, il dubbio, la consapevolezza… Nonostante questo, però, non si allontanò subito da me. Rimase a guardarmi negli occhi, con le labbra ancora sulle mie, una mano sulla mia guancia e l’altra sul fianco, sotto la mia maglietta. Poi si staccò, lentamente, lasciandomi invadere dal freddo che il suo corpo aveva tenuto lontano. Si spostò verso il fondo del letto e, lasciandosi andare all’indietro si sedette, continuando a guardarmi. Tirai su le gambe stringendomele al petto.
Non era imbarazzato. Al contrario di me che stavo avvampando, lui era solo incuriosito. «Perché mi stavi baciando?».
«Cosa? Sei… sei tu,» risposi, puntandogli contro l’indice, «che mi hai abbracciata e baciata e premevi… premevi… e…» rimasi come una scema a balbettare, con il dito teso verso di lui, fin quasi a toccarlo.
Lui arrossì leggermente e abbassò il viso, alcune ciocche di capelli gli caddero sulla fronte.
Che stupida! Perché non avevo passato le mani tra quei capelli, per saggiarne la morbidezza?
«Cosa premevo?» Chiese alzando nuovamente il viso, con un sorriso intrigante. Seducente. E splendido. Quando sorrideva, si creava una bellissima fossetta sulla sua guancia sinistra e, da come mi guardava, era perfettamente conscio dell’effetto che quel sorriso faceva su di me. E, probabilmente, su qualsiasi persona non avesse un pene. Uhm, no, probabilmente faceva quell’effetto anche a qualcuno che ce l’aveva.
Cercai di articolare una frase sensata ma non mi venne in mente nulla, balbettavo perfino nel pensiero. Per calmarmi guardai oltre lui, il caminetto alle sue spalle. Mi chiesi come facesse ad essere acceso: forse Edward si era svegliato presto? Mi sembrava altamente improbabile.
«Allora? Non mi hai risposto. Perché mi stavi baciando?»
«Te l’ho detto, eri tu che baciavi me.»
«Ma non mi hai respinto. Da quello che ricordo, è durato un bel po’.» Ecco ancora quel sorriso. E quella splendida fossetta.
Tirai giù di scatto le gambe, consapevole del fatto che mi stessi eccitando e terrorizzata che potesse accorgersene. Come io potevo chiaramente vedere quanto anche lui fosse eccitato. Notevolmente eccitato, aggiungerei, visto che era ancora in boxer e maglietta, seduto di fronte a me. A gambe divaricate, con naturalezza.
«E tu perché mi hai baciata?»
Ci pensò su, o fece finta, «All’inizio ero ancora mezzo addormentato e non mi ero reso conto…»
«Insomma mi hai scambiata per qualcun'altra.»
Lui arrossì ancora. «Scusa. Mi sono svegliato per due anni accanto alla stessa persona, per tre giorni non ho dormito e… non me ne sono reso conto. Scusami.»
«Ah, quindi hai una ragazza. E quando mi hai baciata non ti sei accorto che non ero lei?» Che cavolo mi prendeva? Ero gelosa? O offesa? Oddio, che casino!
«Ho detto che all’inizio ero ancora mezzo addormentato. Ma quando ti ho baciata, sapevo chi eri.»
Oh! Allora per tutto il tempo era consapevole che stava baciando me e non lei. «Perché mi hai baciata?» E il vincitore per la domanda più idiota va a…
Sorrise, alzando le spalle, «Ne avevo voglia. Era piacevole, e tu non mi hai respinto.»
«Sì, che ti ho respinto.»
Si mise a ridere. «Il tizio di ieri sera, quello l’hai respinto. Con me sembrava solo che volessi pararti il culo.»
Anche io scoppiai a ridere: era vero. «Mi piaceva,» mormorai a voce bassissima, imbarazzata, «ma non credo che alla tua ragazza farà piacere.» aggiunsi seria.
Anche lui divenne serio, e anche un po’ schifato, «Non è più la mia ragazza. Sai, se una si scopa un altro nel letto che divide con me, me ne vado.»
Rimasi a fissarlo a bocca aperta: quale demente può tradire un ragazzo così?
Dopo qualche istante recuperai la lucidità, «Mi… mi dispiace.»
«A me no, quindi non esserlo neanche tu.» guardò in basso, sembrava in imbarazzo.
«Se non ti dispiace che sia finita, perché stavate insieme?» Lo so, dovrei farmi una bella dose di affari miei, ma…
Sul suo viso riapparvero quel sorriso intrigante e quella fossetta sbarazzina. «Il sesso era uno sballo!»
Avvampai e deglutii troppo in fretta, rischiando di strozzarmi con la saliva, quindi tossii e lui iniziò a ridere.
«Cos’è, sei una di quelle che si imbarazza a parlare di sesso?»
Sì, un sacco, soprattutto con un gran bel ragazzo che stavo baciando fino a due minuti prima. Ma finsi indifferenza, «Naa. Che vai a pensare?»
«Allora…» mormorò, sorridendo provocante. Poi, si mise in ginocchio e avanzò lentamente a carponi verso di me, con uno sguardo così sensuale che mi lasciava senza fiato. Arrivò al mio fianco, si sporse verso di me e mi sfiorò ripetutamente il collo con la punta del naso. Sembrava un gatto in cerca di coccole, mancava solo che iniziasse a fare le fusa. Poi furono le sue labbra a sfiorarmi la pelle delicata del collo e a scivolare sulla spalla, mentre mi appoggiava una mano dietro la nuca. Io non respiravo più, ero concentrata solo sulle sue labbra e sui suoi movimenti. Edward si alzò in ginocchio, troneggiando su di me. Sfilò la maglietta e, prendendomi il viso con le mani, mi guardò negli occhi. Si avvicinò, le labbra socchiuse, finché le appoggiò sulle mie e mi baciò. Gli misi le mani sui fianchi accarezzando la sua pelle morbida e calda, poi le feci scivolare indietro, sulla schiena, e lo strinsi, avvicinando ancora di più il suo corpo al mio. Mi sfilò la maglia del pigiama e, se rimase sorpreso dal trovarmi senza reggiseno, non lo diede a vedere. Con una mano strinse subito un mio seno, afferrando e torturando il capezzolo tra pollice e indice e facendomi mugolare senza vergogna. Si mosse in avanti, spingendomi a sdraiarmi sulla schiena. Infilò una mano sotto al tessuto leggero dei pantaloni, stringendomi una natica mentre continuava a baciarmi e a farmi impazzire. Il suo petto era appoggiato al mio e il calore del suo corpo era favoloso.
Ma che stavo facendo? Non era da me, non lo conoscevo neppure, lui neanche sapeva il mio nome. Non sapevamo nulla l’una dell’altro, eppure l’eccitazione che ci aveva avviluppati era incredibile. Non avevo mai fatto sesso con uno sconosciuto e avevo avuto solo tre ragazzi, con i quali avevo fatto l’amore solo dopo molti mesi che stavamo insieme. Ma Edward mi aveva fatto perdere la testa, mi stavo lasciando andare ai suoi baci e alle sue carezze come mai mi era successo prima. Mi sentivo quasi ubriaca, la testa leggera, vuota, il cuore che batteva velocissimo, così veloce che mi sembrava che i battiti si sovrapponessero. In mezzo al petto mi sentivo come se racchiudessi l’oceano in tempesta e le onde si abbattessero le une sulle altre cercando di uscire. E tra le cosce… Dio, non mi ero mai sentita così eccitata, invasa da un calore sconosciuto, desiderosa e bramosa di lui, perché solo lui avrebbe potuto saziare questo folle e incontrollabile desiderio che mi faceva sentire come un vulcano pronto ad esplodere.
Mi sfilò i pantaloni e, mentre succhiava e mordicchiava il mio capezzolo, le sue mani morbide mi accarezzarono le gambe. Mise gli indici sotto l’elastico delle mie mutandine e iniziò a spingerle verso il basso. Da un lato volevo quel contatto, quel corpo caldo contro il mio, volevo perdermi in quegli occhi e in quelle carezze, dall’altro avevo paura di tutto quello che stava succedendo, mi sembrava che accadesse troppo in fretta.
Gli appoggiai una mano sul petto e lo spinsi indietro, ma senza forza né convinzione. Ormai i miei slip erano a terra e la sua mano stava risalendo lungo la mia gamba. Mi sfiorò la coscia, l’interno coscia, e poi, mentre la sua lingua tracciava i contorni delle mie labbra, spinse due dita dentro di me, facendomi inarcare la schiena e spalancare la bocca per lo stupore. Avevo fatto l’amore, è vero, ma non c’era mai stata questa immediatezza, questa scioltezza tra me e l’altra persona. Con i miei ex eravamo sempre piuttosto impacciati, quasi freddi. Invece Edward era caldo, passionale, si muoveva con sicurezza, dentro e fuori di me. Anche se non lo conoscevo ero perfettamente a mio agio, mi sentivo bene e, soprattutto, volevo di più. Non volevo fermarmi ora, bramavo prendere da Edward tutto quello che voleva e poteva darmi. Tutto. E se fosse stato solo per una volta, sarebbe andato bene lo stesso, ma non ci avrei rinunciato per nulla al mondo.
Lui continuava a spingere le dita dentro di me, avanti e indietro, sempre più veloci. Il suo respiro era affannato, le guance arrossate e la bocca socchiusa. Io ero così immersa nel piacere che mi provocava che non riuscivo quasi a respirare… finché staccò le labbra dal mio collo e mi guardò, fissò gli occhi verdi nei miei e il suo pollice premette contro quel punto del mio corpo, responsabile dei rari orgasmi che mi ero procurata finora, e lo mosse in piccoli cerchi. Il mio corpo esplose di piacere. Esplose in qualcosa di così grande e intenso che non era neanche lontanamente paragonabile a quello che avevo provato quando lo facevo da sola, al buio della mia camera, sentendomi quasi in colpa. Mi sentii come se le mie ossa si stessero sgretolando e i muscoli perdessero consistenza. Tutti, tranne quelli che pulsavano attorno alle dita che ancora muoveva dentro di me. Non riuscii a staccare gli occhi dai suoi: ero sicura che il suo sguardo intenso fosse responsabile del mio piacere almeno quanto le sue dita. I suoi occhi erano splendidi: era come guardare un pezzo di cielo, sceso lì solo per me.
Ricominciò a baciarmi, tolse la mano dalla mia intimità e mi accarezzò la coscia, il fianco, il braccio, premette i fianchi contro i miei.
«Dì che mi vuoi.» Sussurrò al mio orecchio, mordicchiandomi il lobo.
«Oddio, sì! Ti voglio!» ansimai, mentre gli mettevo le braccia attorno al collo, infilando le dita tra i suoi capelli e attirandolo a me per baciarlo ancora.
Ricambiò il mio bacio con foga e a lungo, come fosse affamato di me. Poi si alzò e raggiunse la sua borsa, a terra accanto al letto, aprì una cerniera e ne estrasse una scatolina. Tornando verso il letto, tirò fuori un preservativo.
Sono ancora in tempo, pensavo, se non me la sento, devo dirlo ora.
Ma chi volevo prendere in giro? Quando fu a un passo dal letto, mi alzai a sedere e gli abbassai i boxer, impaziente. Mi trovai davanti il suo membro, parecchio più grosso e lungo di quelli che avevo visto finora. Avevo una voglia irresistibile di leccarlo, e così feci. Allungai una mano e gliela appoggiai su una natica tirandolo verso di me, mentre con l’altra mano lo afferrai alla base e lo indirizzai verso la mia bocca. Tirai fuori la lingua e lo leccai, come fosse un gelato buonissimo. Edward buttò la testa indietro e gemette e io continuai a farlo godere. Persino il suo godere mi eccitava, il suono dei suoi gemiti aumentava in me il desiderio che provavo per lui. Dopo un po’ appoggiò una mano sulla mia testa e io lo guardai, «Ora stenditi.»
Rimasi a guardarlo mentre si metteva il preservativo e quando fu pronto venne verso di me. Mi sdraiai sulla schiena. Timidamente chiusi le gambe ma lui infilò un ginocchio tra le mie e con l’altro mi divaricò le gambe, mettendocisi in mezzo. I suoi occhi sempre ancorati ai miei, mi sentivo quasi ipnotizzata, rapita dalla profondità del suo sguardo. Si abbassò sopra di me e mi baciò con dolcezza mentre con una mano mi stringeva una natica, quindi mi sollevò la gamba appoggiandosela sul fianco. Ogni suo gesto era estremamente eccitante. Lo sentii tra le cosce, lo sentii insinuarsi, all’inizio con dolcezza ma poi, in un’unica spinta, fu dentro di me. Io spalancai gli occhi per il senso di intrusione e di bruciore che provai e mi ritrovai ancora persa nel suo sguardo. Lui rimase fermo, lo sguardo fisso nel mio. Poi con una mano mi accarezzò una guancia mormorando «Lasciati andare.»
Mi baciò il collo con dolcezza e io mi rilassai, lui si mosse lentamente indietro per poi spingere ancora in me. Quello che provai fu indescrivibile. Ed era folle, assurdo perfino, che un perfetto estraneo mi facesse provare emozioni così belle rispetto ai ragazzi che, ne ero certa, avevo amato, quelli con cui avevo fatto l’amore. In quel momento nulla aveva importanza, né il fatto che non ci conoscessimo, né che fossimo lì per gioco.
Si tirò indietro, sollevò il busto e continuò a spingere dentro di me con forza, tenendomi stretta per i fianchi, così stretta da farmi male, ma non mi importava. Gettò la testa indietro, con gli occhi chiusi aumentando il ritmo.
«Non smettere! Continua! Continua!» mi resi conto che lo stavo implorando, sentivo ancora quel vulcano al centro del mio corpo pronto ad esplodere, ogni suo colpo mi portava sempre più vicino all’orgasmo. Lui rallentò ma mantenne il vigore delle spinte, poi mi guardò mordendosi il labbro inferiore. Mi sollevò le gambe e si appoggiò il retro delle mie ginocchia sulle spalle. Riprese l’intensità degli affondi e mi guardò: con le guance arrossate e le labbra socchiuse era bellissimo. Mi persi nuovamente nei suoi occhi, al limite del piacere. Poi, con la voce roca e affannata, sussurrò, «Vieni per me, piccola.»
Come obbedendo al suo ordine, il mio orgasmo esplose potente e violento, raggiungendo ogni brandello del mio corpo. Mi morsi le labbra per non gridare e far sapere al resto degli ospiti quello che stavamo facendo.
Quando il mio corpo si rilassò, Edward mi rimise giù le gambe e si abbassò sopra di me. Mi accarezzò una guancia guardandomi negli occhi, poi mi baciò con dolcezza. I suoi affondi si fecero meno bruschi ma ugualmente intensi. Gli strinsi le gambe attorno alla vita e con le braccia mi ancorai alla sua schiena, forte e muscolosa. Spostò le labbra sul mio collo e prese nuovamente a spingersi dentro di me con vigore. Quando il suo orgasmo arrivò, mi morse piano la spalla, gemendo. Non mi fece male, anzi, lo trovai sensuale ed eccitante.
Istintivamente lo strinsi. L’ultimo ragazzo con cui ero stata, si toglieva e andava a lavarsi subito dopo aver finito e non volevo che lo facesse anche Edward, lo volevo ancora lì, con me.
«Non andartene.» gli sussurrai all’orecchio.
Respirò a fondo, «Non ne avevo alcuna intenzione.»
Allora allentai un po’ la presa, perché non volevo dargli l’idea di essere troppo appiccicosa, e lui si irrigidì.
«No. Continua.»
Non sapevo se si riferisse a quello, ma lo strinsi ancora e si rilassò. Rimanemmo così alcuni minuti, ad accarezzarci in silenzio, a respirarci, finché due forti colpi alla porta ci fecero sussultare.
«Ragazzi, è ora di pranzo!»
Solo quando, sussultando, Edward scivolò fuori, mi resi conto che era rimasto per tutto il tempo dentro di me. A quel distacco trasalimmo entrambi e lui si sollevò, guardandomi. Sentii freddo e sentii subito la sua mancanza. Aveva lo sguardo confuso: forse per lui era lo stesso.

***

A pranzo mi sedetti a un tavolo con Alice e alcune ragazze con cui aveva fatto amicizia, e mi raccontò, con dovizia di particolari, della sua nottata.
Edward invece si accomodò a un tavolo di ragazzi.
Emmett disse che avevamo tempo fino all’ora di cena per decidere se cambiare compagno di stanza. Non sapevo se Edward avrebbe voluto cambiare, io sicuramente no.
Durante il pranzo ci scambiammo delle occhiate di sfuggita, ma non sapevo se volesse passare la notte con me. Preferii non chiederglielo, mi sembrava che fosse una cosa che mi facesse sembrare troppo opprimente nei suoi confronti.
Il programma per il pomeriggio prevedeva una visita al piccolo e caratteristico paesino montano più vicino, con una tappa per la cena in uno strano pub/grapperia, idea che ovviamente i ragazzi del gruppo avevano accolto con gioia. Una forte tormenta di neve, però, ci costrinse a rimanere nella villa e, per passare il tempo, vennero organizzati dei tornei di giochi da tavolo o alle consolle.
Io ed Edward scambiammo spesso qualche sguardo o poche parole, ma nulla degno di nota.
Fu nel tardo pomeriggio, che accadde.
Edward venne avvicinato da una ragazza molto bella, con gli occhi chiari e lunghi capelli biondi. Magra ma formosa e palesemente attratta da lui. Rimasero a chiacchierare vicini vicini, Edward seduto in una poltrona e lei appollaiata sul bracciolo, con le lunghe gambe abbandonate sopra a quelle di lui. Era chiaro che lei muovesse le sue col chiaro intento di accarezzargli la coscia e fargli capire quanto fosse attratta da lui. Quando si abbassò per sussurrargli qualcosa all’orecchio, mi irrigidii. Non riuscii a staccare gli occhi da quella scena, dal sorriso malizioso di lei, e dallo sguardo rapito di Edward. Quando lui le appoggiò le labbra sul collo, mi alzai e corsi fuori dalla stanza. Era tremendamente stupido essere gelosa, lo sapevo bene. Non ne avevo nessun diritto e non ce n’era motivo, sapevo che si trattava solo una scopata prima ancora che iniziasse, ma non era piacevole vedersi rimpiazzare così. Non dopo tutte le emozioni folli che mi aveva fatto provare.
Percorsi il corridoio buio a passo svelto, asciugando una stupida lacrima che era sfuggita al mio controllo. Stavo andando alla stanza che avevo diviso con Edward per raggruppare le mie cose e lasciargliela libera il prima possibile quando, all’improvviso, mi sentii afferrare con forza un braccio. Non ebbi neanche il tempo di rendermi conto di cosa stesse accadendo, che venni sbattuta con la schiena contro la parete. Un corpo premette sul mio tenendomi inchiodata lì e una bocca calò sulla mia, la lingua che mi entrava in bocca.
Riconobbi Edward all’istante. Il suo profumo, il sapore delle labbra e il modo di baciare erano inconfondibili. E poi il suo corpo, forte e caldo, la maniera in cui premeva sul mio, i capelli morbidi in cui passai le dita. Era impossibile non riconoscerlo.
«Dove scappi?» chiese tra un bacio e l’altro, quasi con rabbia.
Mentre parlava, con una mano mi aveva sollevato la maglia per toccarmi il seno, e rispondere mentre le sue dita lo stringevano era difficile, non riuscivo a pensare a nulla tranne a quelle mani su di me, a quella lingua che si scontrava con la mia.
E, comunque, ci volle qualche secondo prima che mi lasciasse la bocca per rispondergli.
«Allora?»
«In… in camera. Per togliere… le mie cose.» Era davvero difficile parlare, non smetteva un solo istante di baciarmi.
«La stanza mi piace di più, se ci sono le tue cose.» un suono cupo gli salì dalla gola, sembrava un ringhio, mentre infilava la mano dentro ai miei slip.
«Ma la bionda-»
«È te che voglio!». Con due dita mi entrò dentro, lasciandomi senza fiato. Affondai il viso nell’incavo del suo collo per soffocare i gemiti, per perdermi totalmente in lui, nel suo profumo così fresco, così maschio.
A meno di sette metri da noi, alla fine del corridoio, c’era il salone. Fortunatamente, da lì, era difficile che qualcuno ci vedesse, perché l’ingresso del corridoio era all’inizio della stanza, mentre i divani e i tavoli erano a metà, con la biblioteca dalla parte opposta. Ma chiunque avrebbe potuto uscire, per andare in bagno o nella propria stanza, e trovarci lì.
Lentamente, tirò fuori le dita e i suoi baci si fecero dolci e lenti. Portò entrambe le mani ai miei fianchi, sotto la gonna e infilò i pollici sotto ai miei collant e agli slip, abbassandoli.
«Cosa…? Sei impazzito?»
Si abbassò e mi spinse la biancheria sotto le ginocchia.
Per un attimo le sue mani mi lasciarono. Mi sollevò la gonna e, con una leggera pressione delle mani, mi aprì le gambe.
«No! Edward, no! Ci vedranno!» sussurrai.
Non disse una parola e io non feci in tempo ad aggiungere altro. La sua bocca era su di me, con la lingua leccava piano le mie labbra e il clitoride. Quasi non mi accorsi che fece scendere la cerniera del mio stivale sinistro e che lo tolse. E non mi resi conto che mi sfilò il collant e gli slip, ma solo che mi accarezzò le cosce con lentezza disarmante. Mi aprì di più le gambe e spinse la lingua dentro di me, leccandomi e procurandomi un piacere indescrivibile. Tornò al mio clitoride, succhiandolo dolcemente e soffiandoci sopra, infilando nuovamente due dita dentro di me. Mi portò sull’orlo di un orgasmo, e poi si staccò. Imprecai lasciandomi sfuggire un gemito di frustrazione. In un secondo era di nuovo in piedi, mi aveva sollevato la gamba sinistra e se l’era appoggiata sul fianco.
Poi, con un affondo veloce, quasi furioso, mi invase. Ero talmente presa da quello che mi faceva con la lingua, che non mi ero accorta si fosse abbassato la cerniera dei jeans. Mi sollevò anche l’altra gamba e io gli misi le braccia al collo: ora era solo lui a tenermi sollevata dal pavimento. Prese a scoparmi con forza sbattendomi contro il muro e procurandomi un orgasmo pazzesco dopo pochissime spinte. Per non urlare affondai un’altra volta il viso nell’incavo del suo collo e lo morsi, gemendo, senza riuscire a controllarmi.
«Cazzo! Bella, mi fai male!»
Non riuscii a staccarmi finché l’orgasmo non si dissolse. «È… è solo…colpa…tua!» mormorai tra le sue spinte.
Ridacchiò. «Ci sono quasi. Dimmi che prendi la pillola!»
«Cazzo! No!» imprecai con rabbia.
«Cazzo! No!» ripeté, col tono frustrato e appoggiando la fronte contro la mia. Con gli occhi chiusi rallentò gli affondi, cercando di regolarizzare anche il respiro.
«Spostati.» sussurrai.
«Dammi qualche secondo. Non ti preoccupare, ho tutto sotto controllo.» ansimò.
«Non hai capito, spostati.»
Si staccò guardandomi negli occhi, confuso.
Abbassai le gambe, una alla volta, e Edward fece un passo indietro uscendo da me. Guardandosi attorno, fece per slacciarsi la cintura e ricomporsi. Chiaramente non aveva capito il perché della mia reazione ed era confuso, ma quando mi inginocchiai davanti a lui, capì.
Presi in bocca tutta la sua imponente eccitazione, e lui inspirò bruscamente.
Poi passai la lingua su tutta la lunghezza, facendolo gemere, «Oddio! Sì!»
Sentii il mio sapore mescolato al suo. Con le mani sulle natiche lo tirai verso di me, neanche avessi paura che scappasse via. Adorava quando lo succhiavo, e se soffiavo sulla punta umida si lasciava sfuggire una risatina. Quando iniziò a muovere i fianchi per spingersi più a fondo, capii che era al limite. Cercai di trattenere i conati che quell’intrusione profonda mi provocava: non era facile, e l’unica cosa su cui mi concentravo era farlo godere. Il suo respiro e i gemiti mi eccitavano e avrei pagato qualunque cifra per averlo ancora dentro di me.
«Ci sono.» la sua voce fu poco più che un sussurro roco e, dopo due spinte, il suo piacere mi esplose in bocca e scivolò in gola. Continuai a succhiare, e poi a leccare per ripulirlo per bene.
Edward respirava velocemente. Si reggeva con una mano al muro mentre con l’altra mi accarezzava la guancia e il collo, con delicatezza. Parlò solo dopo parecchi secondi. «Sei stata favolosa.»
Diedi un’ultima leccata sulla punta rossa e liscia e vi soffiai, solo per sentire quella risatina un’altra volta, poi mi rimisi in piedi. Si rivestì in un secondo poi mi baciò, spingendomi nuovamente contro il muro. Fu un bacio profondo, travolgente ma lento. «Sai di me.» sussurrò, sfregando il naso contro il mio.
«Ti dà fastidio?»
Nel buio del corridoio mi guardò negli occhi per qualche istante, con le mani sulle mie guance. «Assolutamente no.» sospirò, un attimo prima di baciarmi ancora. Poi mi prese la mano, «Dai, andiamo in camera, così ti sistemi.»
Raccolsi lo stivale e la metà di slip e collant che non indossavo e lo seguii saltellando verso la nostra stanza. Mi sedetti sul letto per levarli del tutto, andai a fare pipì e darmi una rinfrescata veloce. Quando uscii, rivestita, lo trovai sdraiato a letto, con i piedi a terra e le braccia distese sopra la testa. La felpa si era sollevata, la maglietta sfilata dai jeans, e una striscia di pelle nuda sembrava ammiccare nella mia direzione. Mi avvicinai e appoggiai un ginocchio sul letto, tra le sue gambe, sollevandogli la maglietta. Avevo una voglia folle di baciare quel tratto di pelle.
«Perché sei scappata via in quel modo?»
Rimasi con le labbra a pochi centimetri da lui, incerta su come rispondere.
Dopo alcuni secondi di silenzio, riprese, «C’entra Tanya?»
«Oh, che bel nome.» finsi indifferenza ma Edward scoppiò a ridere. «Non devo più parlare con nessuna ragazza finché dividiamo il letto?»
Avvampai e mi sedetti accanto a lui, che rimase sdraiato, mettendo però le braccia sotto la testa per guardarmi meglio, in attesa.
«L’hai baciata.»
Mi guardò sorpreso, «Cos’è che ho fatto?»
«L’hai baciata.»
Si tirò su appoggiandosi sui gomiti, e mi guardò con un sorriso a metà tra il divertito e il sorpreso, «Non l’ho baciata.»
«Sì, sul collo. Dopo che lei ti aveva sussurrato qualcosa all’orecchio.»
«No. Mi ha chiesto se volevo cambiare compagnia per questa notte, e io le ho semplicemente risposto che non ci pensavo proprio. Lei ha voluto fare la sexy e sussurrarmelo all’orecchio, io ho fatto altrettanto per prenderla un po’ in giro, tutto qui. Se tu avessi aspettato cinque secondi, avresti visto la sua espressione e avresti capito. Invece sei schizzata via.»
«Credevo volessi lei.»
«L’avevo capito.»
«Sapevi che ti stavo guardando?»
«Ovviamente.»
Rimasi in silenzio col suo sguardo addosso. Non sapevo cosa dire, mi sentivo sciocca e allo stesso tempo felice.
Quando Alice mi aveva proposto di accompagnarla in questa settimana, non sapevamo che sarebbe stata una cosa di questo tipo, e non avevamo idea di chi sarebbero stati i nostri compagni di avventura. Tra gli altri ragazzi, non c’è nessun altro con cui passerei la notte, o anche solo con cui dividerei la stanza. Edward mi piace. Molto. Sia per un fatto estetico, ovviamente, visto che è bellissimo, che di alchimia. Quando siamo vicini c’è qualcosa nell’aria, come fosse pervasa dall’elettricità, e credo che la senta anche lui. Quando ci tocchiamo o baciamo sembra che tutto scompaia, il mio cuore batte così forte che sembra voglia uscirmi dal petto. La mia pelle diventa più sensibile e quando è in me, non desidero altro.
Un sospiro mi fece tornare alla realtà, così la smisi di fissarmi le mani e lo guardi.
«Facciamo così: io non voglio un’altra ragazza, ok? Vorrei rimanere con te tutta la settimana. Se anche a te sta bene, direi che possiamo smettere di preoccuparci, che dici?»
Annuii senza riuscire a trattenere un sorriso che fece sorridere Edward. «Potevi dirlo che volevi stare con me.»
«No. Mi sarebbe sembrato di implorarti o condizionarti e non volevo farti rimanere con me, se non lo desideravi. Con tutte le belle ragazze che ci sono qui…»
«Sto già con la più bella…» mormorò un attimo prima di baciarmi ancora.


*** Tre giorni dopo ***

Era quasi ora di cena, Edward era già uscito e mi avrebbe aspettato salone.
Prima di raggiungerlo mi fermai da Alice, perché sapevo che aveva un brutto mal di testa. Bussai piano alla porta della stanza che divideva con Jasper, per non disturbarla nel caso stesse dormendo. Neanche loro avevano ancora cambiato partner e Alice si stava prendendo una brutta cotta. Venne ad aprire lei e, con un dito davanti alle labbra, mi fece cenno di non fare rumore. Jasper era già uscito, quindi eravamo da sole. Le lampade erano spente e l’unica luce che rischiarava la stanza veniva dalle finestre e dall’immancabile caminetto acceso. Le lanciai uno sguardo interrogativo, lei mi prese la mano e mi guidò proprio verso una finestra, aperta a vasistas. Rabbrividendo per l’aria fredda che entrava nella stanza, guardai fuori attraverso le tende. Sulla terrazza antistante c’erano due ragazzi che chiacchieravano, probabilmente credendo che la stanza alle loro spalle fosse deserta. Erano Emmett e Edward, in piedi, coi gomiti appoggiati al corrimano, e stavano ridendo dei commenti poco carini che Emmett stava facendo sulla ragazza con cui aveva trascorso le ultime due notti. Avrei riconosciuto Edward tra mille, anche al buio. La sua schiena ampia e muscolosa, i capelli scompigliati e le gambe lunghe. Solo vederlo mi annodava lo stomaco, e sentire la sua risata mi faceva subito avvampare.
«Tu, invece?» chiese Emmett a Edward.
«Io cosa?»
«Quando mi hai detto che con quella stronza era finita, non mi sembrava vero. Ho pensato “Ecco l’uomo giusto per rendere indimenticabile questa settimana a tutte quelle fanciulle!” e tu che fai? Ti dedichi anima e corpo solo a Bella? Che, se vogliamo essere pignoli, non era neanche stata assegnata a te.»
«Senti-» iniziò Edward dopo un sospiro, ma Emmett lo interruppe subito.
«Amico. Le hai dedicato tre anni della tua vita e, conoscendoti, le sarai stato fedele perfino col pensiero. Ora devi pensare ad altro, scopare in giro, sfogarti, fare le peggiori porcate, quelle che alla tua ragazza del futuro non chiederai mai. Cambia, guardati attorno. Tanya venderebbe l’anima al diavolo solo per farsi sbattere da te. E ti darebbe tutto,» fece una pausa, guardandolo dritto negli occhi, «mi capisci?»
Io e Alice ci guardammo, lievemente disgustate.
«Sto bene con lei, non mi interessa cambiare.»
«Ma lei ti dà-»
«Non ho nessuna intenzione di risponderti.»
«Eddai…»
«No. Senti, grazie del pensiero. Lo apprezzo. A modo tuo, sei sempre stato un amico. Per questo, quando è successo, ho chiamato te. La tua cura è stata favolosa, davvero. Anche se mi hai fatto andare ad un passo dal coma etilico e non mi hai lasciato dormire per tre giorni di fila. Ma non ti ho mai sentito dire “Te l’avevo detto.” Mai. L’ho apprezzato. Ma non voglio discutere di cosa faccio a letto con Bella.»
Emmett sospirò, tamburellando con le mani sul corrimano in legno per alcuni secondi.
«Dillo.» mormorò Edward.
«No.»
«Lo so che mi vuoi dire qualcos’altro. Avanti, fallo. E poi lasciami tornare dentro: qui mi sto ibernando. Ormai non sento più le dita dei piedi.»
«Vuoi che ti scaldi io?» sussurrò Emmett ridacchiando.
«Naa. C’è di meglio che mi aspetta, dentro.»
Il mio cuore fece una capriola e Alice mi guardò sfoderando un maxi sorriso a trentadue denti. Se non ci fosse stata la finestra aperta, mi avrebbe preso le mani e avremmo saltellato ridacchiando come due bambine dell’asilo. Non tanto per la frase in sé, ovviamente, ma per la dolcezza che aveva usato nel dirlo. La sua voce era cambiata, era diventata profonda, sexy…
«Ti stai innamorando, non è vero?»
La domanda di Emmett piombò su di noi come un macigno. Diventammo di colpo serie, in attesa di una risposta di Edward. Il mio cuore accelerò, mi tremavano le gambe e mi sudavano le mani.  
Edward non rispose.
«Come immaginavo. Non è il caso, lo sai vero? Non ora. Stai giocando col fuoco, e finirai per farti molto male. E soprattutto ne farai a lei. Devi levartela dalla testa e dal letto prima che sia troppo tardi, Edward.»
Edward sospirò, «È già troppo tardi, temo. Per entrambi.»
«Cazzo! Edward!» Emmett batté un pugno sul corrimano, poi si passò le mani tra i capelli, nervoso e agitato. «Da stasera basta. Non devi più stare con lei.»
«Non sta a te decidere. E io ho già deciso. Non ci rinuncio. Non voglio. E non posso. E poi, mancano tre giorni. Quando ce ne andremo non vorrà più saperne di me. Ritornerà alla sua vita, come ognuno di noi.»
«Neanche se lo dirai un milione di volte accadrà. Basta vedere come ti guarda: non ti leva gli occhi di dosso. Ti mangia, anzi, ti scopa con gli occhi. Ed è la stessa cosa che si vede quanto tu guardi lei
«Tre giorni, Em. Ti chiedo solo tre giorni.» Edward si passò le mani tra i capelli, di colpo sembrò esausto.
Emmett allargò le braccia, «Come vuoi, Ed. Sta a te decidere.»
Edward non disse altro. Annuì e si diresse verso la porta per rientrare ma l’amico lo chiamò. «Ehi!»
Edward si voltò, il viso stanco.
«Lo sai che io ci sarò, vero?»
Edward sorrise e annuì, «Certo!» poi si voltò e, infilando le mani in tasca, si diresse a testa bassa verso la porta per rientrare.
Io e Alice rimanemmo in silenzio per alcuni secondi, fu lei a parlare per prima, «Secondo te, cosa significa?»
«Non… non lo so.» Ero scioccata da quel discorso di cui non avevo capito nulla. «Edward mi starà cercando. Devo andare.»
La lasciai lì e corsi fuori diretta nel salone. Lo vidi appena entrai: si trovava al centro della sala e si stava guardando intorno, era pallido e sembrava spaesato, teso. Mi vide subito. Rimanemmo a guardarci per alcuni istanti, poi venne verso di me e, quando fu a un passo di distanza, mi tese la mano. L’afferrai e lo seguii in biblioteca. Decisi di non dirgli che avevo origliato, ma volevo, dovevo sapere di cosa stavano parlando.
Una volta arrivati nella biblioteca, Edward si sedette sullo stesso divano su cui si era addormento la sera del nostro arrivo e mi fece sedere sulle sue ginocchia. Mi guardò negli occhi per alcuni secondi, l’espressione seria, poi mi baciò con dolcezza.
Quando ci staccammo era pensieroso, lo sguardo cupo.
«Cosa c’è?» non ero riuscita a nascondere il tremolio della voce, e lui se n’era senz’altro accorto. Mi fissò per alcuni istanti, poi parlò. «Bella, scusami per questa indelicatezza, ma non vorrei lasciar correre e pentirmene più avanti.»
Il mio cuore saltò un battito e mi sentii un groppo in gola: sapevo cosa stava per dire. Annuii e lo lasciai parlare.
«Quello che c’è tra noi, che stiamo vivendo… Ecco… non vorrei comportarmi in maniera tale da farti credere che potrebbe continuare anche fuori di qui. Non fraintendere: tu sei davvero fantastica, ma in questo momento la mia vita è un gran casino e non posso avere una storia.»
Non riuscii a dir nulla. La delusione e la tristezza che provai mi mozzarono il respiro. Dopo quello che aveva detto a Emmett, che forse si stava innamorando di me, mi aveva fatta sperare.
Riuscii ad annuire e a simulare una tranquillità che non avevo. «Non ti preoccupare. Era scontato, ma grazie di averlo precisato.»
Edward mi fissò ancora. Sicuramente aveva capito che ci ero rimasta male, ma annuì, chiudendo di fatto il discorso.
Rimasi accoccolata addosso a lui, seduta sulle sue ginocchia, e appoggiai la testa sulla sua spalla. Gli misi una mano sul petto, lui mi cinse con le braccia e rimanemmo a fissare il fuoco dell’immancabile caminetto acceso. Era poco più di una fiammella, la legna era quasi finita e il fuoco si stava spegnendo. Mi riconobbi in quella piccola lingua di fuoco che, imperterrita, si aggrappava a un pezzetto di legno per continuare a vivere, bruciandolo. Anche io mi stavo aggrappando a Edward, godendo di ogni momento passato con lui.
Tra un po’, nel caminetto non sarebbe rimasto che cenere. Proprio come quello che accadrà a noi, pensai. All’improvviso, un piccolo clangore metallico proveniente dal caminetto attirò la mia attenzione: poco sopra la fiammella si era aperta una porticina, da cui caddero due ciocchi di legno che finirono sulle braci. Partì una ventolina che ben presto sviluppò altre fiammelle che aggredirono i due nuovi pezzi di legno. Ecco come mai c’era sempre il fuoco acceso, in ogni stanza! Non me n’ero mai accorta. Chissà se anche tra me e Edward sarebbe arrivato qualcosa a darmi nuova speranza?
In quel momento suonò la campanella avvisandoci che la cena era pronta. Ci staccammo e mi alzai, tendendogli la mano.
«Ti va se ci sediamo vicini stasera?» chiese.
Ovviamente annuii.
Sedemmo con dei ragazzi che avevamo conosciuto lì. La cena fu allegra, Edward scherzò e rise con gli altri come se non fosse successo nulla, anche se mi accorsi che mi cercava spesso, cosa che, al di fuori della stanza da letto, succedeva raramente. Non che ora lo facesse in maniera plateale, ma per me era impossibile non notarlo. Ad esempio, cenare con la sua mano sulla coscia fu strano ed eccitante. E fu eccitante anche quando, di fronte agli altri, mi mise un braccio attorno alla vita e mi diede un lungo bacio sul collo, facendomi avvampare.

***

Metereologicamente parlando, quella settimana fu uno schifo. Praticamente tutti i giorni vi furono tormente di neve o venti talmente forti da impedirci di uscire. Per fortuna la villa di Emmet era dotata di palestra e sala giochi, così non ci furono troppe occasioni di annoiarci. Senza contare che, spesso, molti trascorrevano qualche ora nelle loro stanze in… piacevoli attività, non necessariamente solo di coppia.
Vennero organizzati piccoli tornei di biliardo e biliardino, oppure sfide ai vecchi videogiochi Arcade anni ’90. I ragazzi (e anche qualche ragazza,) parteciparono anche a degli incontri di lotta. Ma le cose che più ci fecero ridere, furono le partite a Twister e le sfide con i “tappeti dance” collegati alle consolle. Alcuni di noi, tra cui la sottoscritta, ovviamente, erano talmente scoordinati da non azzeccare neppure un passo.
Non c’era che dire: i padroni di casa sapevano come trattare gli ospiti e non farli annoiare.
Per la sera di Capodanno, Emmet aveva organizzato una bellissima festa a cui aveva invitato anche alcuni suoi amici che si trovavano nei paesi limitrofi.
La giornata, però, fui piuttosto malinconica: mancavano solo due giorni alla fine di quella vacanza. Il che significava ancora due soli giorni da passare con Edward.
Quella sera andò a fare la doccia prima di me. Quando uscì stavo leggendo a letto, immersa in una storia d’amore che sapevo già essere a lieto fine. Questo mi rendeva ancora più triste ma, evidentemente, ero in una… “fase masochista” della mia vita. Sollevai appena gli occhi e me lo ritrovai davanti praticamente nudo, coperto solo da un asciugamano annodato in vita. Con un secondo telo si stava frizionando i capelli, ottenendo un risultato molto divertente. Avevo sempre creduto che ragazzi così belli esistessero solo nei film o fossero, comunque, irraggiungibili. Ora, invece, me ne trovavo uno a meno di due metri da me. Meravigliosamente nudo, o quasi, con la pelle ancora umida dalla doccia ed estremamente invitante. Era difficile rimanere solo a guardare: avrei voluto toccare, leccare, mordere ed assaggiare ogni centimetro del suo bellissimo corpo.
La sua risata improvvisa mi ridestò dai miei sogni ad occhi aperti, «Credo che i tuoi pensieri potrebbero far arrossire perfino uno come me.»
Imbarazzata, abbassai lo sguardo, «Non credo ci sia qualcosa in grado di farti imbarazzare. E, comunque, non stavo pensando a niente che non abbiamo già fatto!» Gli feci una linguaccia spegnendo il mio Kobo, poi mi alzai dal letto. «Vado a fare la doccia. Fredda, probabilmente.»
Gli passai accanto diretta in bagno, lui mi afferrò per un braccio e mi baciò con dolcezza. «Ti aspetto nel salone, così vedo se a Emmett serve aiuto a sistemare.»
«Credo che con tutto il personale che c’è, non abbia bisogno di te. Ma vai pure.» Mi liberai dalla sua presa e mi diressi in bagno.
Dopo una decina di minuti, entrò per pettinarsi. Ero ancora sotto la doccia e lui era praticamente già pronto, gli mancava solo la camicia. Si sporse per darmi un ultimo bacio. Per un attimo, valutai di trascinarlo dentro la doccia, ma Edward sembrò leggermi nel pensiero. Mi afferrò il labbro inferiore tra i denti, poi mormorò «Non ci pensare neanche…»
Sorrisi, «Allora vattene, altrimenti non rispondo di me stessa.»
«Ok, ti aspetto di là.» mi diede un casto bacio a fior di labbra e fece un passo indietro. Io gli diedi le spalle per finire di insaponarmi e, in quel momento, mi assestò una sonora sculacciata sulla natica destra.
Mi voltai in fretta urlandogli contro imprecazioni degne di uno scaricatore di porto, ma nell’aria era rimasto solo l’eco della sua risata, visto che non c’era già più.
«Ti do un’ora! Poi vengo a prenderti!» Urlò prima di chiudersi la porta della camera alle spalle. Avevo il sedere in fiamme per quella sculacciata e, nelle orecchie, ancora la sua risata divertita. Finii di fare la doccia imprecando e, quando uscii, mi guardai allo specchio: lo stampo della sua mano era nitido e color rosso fuoco.
«Questa me la pagherai! Non so ancora come, ma me la pagherai!» continuavo a borbottare vestendomi.
Decisi di prepararmi molto carina, e di farlo ingelosire. Un’ombra attraversò i miei pensieri: si sarebbe ingelosito? O non gliene sarebbe importato nulla? Beh, decisi con un’alzata di spalle, c’è un solo modo per scoprirlo: provare.
Puntuale, allo scadere dell’ora, risuonarono tre colpi la porta. Sapevo che era lui, ma decisi di stare al gioco. Invece di dirgli “avanti!” andai ad aprire. I miei tacchi alti riecheggiarono sul pavimento in legno e, quando aprii la porta, Edward stava sorridendo. Quando gli apparii davanti, mi squadrò dall’alto in basso. Il sorriso gli si affievolì sulle labbra, e l’espressione divertita lasciò il posto a una meravigliata, stupita.
«Sei… Sei bellissima.» mormorò.
Il suo sguardo rapito mi fece completamente dimenticare i miei propositi di vendetta per la sculacciata che mi aveva inferto. Ci avevo messo impegno per impressionarlo, ed ero orgogliosa di esserci riuscita. Avevo raccolto i capelli in un elegante chignon, che metteva in risalto il collo sottile e delicato. Indossavo un top rosso decorato da pizzo e cristalli e una minigonna ampia al ginocchio, di colore nero con un ricamo rosso che richiamava il motivo del top. A completare il tutto, un bellissimo paio di scarpe rosse con plateau e tacco vertiginoso. Quello che ancora non sapeva, e non vedevo l’ora che scoprisse, erano le culotte e il reggiseno in pizzo rosso e le calze autoreggenti nere, con la balza in pizzo e un nastrino rosso tutto attorno. Molto, molto sexy. Per completare la mia mise per la festa, un trucco leggero e dei piccoli punti luce alle orecchie.
«Così fa molto “primo appuntamento”.» dissi maliziosa.
«Vero. Non ci avevo pensato.»
«Peccato.»
Mi guardò incuriosito, «Perché?»
«Perché non vado mai a letto con un ragazzo al primo appuntamento.» risposi, facendogli l’occhiolino e chiudendo la porta alle mie spalle.
Ero convinta che sarebbe scoppiato a ridere, invece si fece serio e mi venne vicino, così vicino da togliere il fiato. Fui avvolta dal suo profumo leggero e, un attimo dopo, Edward posò il proprio sguardo sulle mie labbra socchiuse, poi sui miei occhi. Constatai con piacere che, con quei tacchi altissimi, ero solo di pochi centimetri più bassa di lui. Si avvicinò ancora e abbassò il viso, posando delicatamente le labbra sulle mie. Mi baciò con dolcezza e passione, premendo il corpo contro il mio e bloccandomi contro la porta chiusa. Spinse i fianchi contro di me e sentii la sua erezione, che mi eccitò. Non aveva ancora visto le mie culotte nuove, e già avrei dovuto buttarle, perfetto!
Dopo un meraviglioso bacio che parve infinito, si staccò lentamente e attese che aprissi gli occhi, «Scommetto che, per me, farai un’eccezione.» mormorò con voce roca e sexy.
Mi tremavano ancora le gambe e non avevo la più pallida idea di che cosa stesse dicendo. «Cosa?» ansimai, «Eccezione su cosa?»
Rise, «Vedrai che dopo lo ricorderai.» Sussurrò dandomi un bacio in fronte. Poi mi prese la mano e mi guidò fino al salone, dove arrivai con la testa ancora sulle nuvole.
Divani e tavolini erano stati addossati alle pareti per ricavare lo spazio per ballare e appesi alle pareti e al soffitto c’erano numerose decorazioni. Edward mi portò al mobile bar, dove bevemmo una bibita fresca, poi mi guidò al centro della sala. La musica era alta e tutti ballavano scatenati. Ballammo vicini per alcune canzoni, giocando con sguardi e carezze, poi la musica rallentò, tramutandosi nella lenta melodia di una canzone d’amore. Alcuni abbandonarono la pista e alcune coppie vennero a ballare.
Edward mi tese la mano, un sorriso gentile sulle labbra e lo sguardo malizioso, «Permetti?»
Era dai tempi del liceo che non ballavo un lento con un ragazzo e mi sentii un po’ in imbarazzo, ma l’afferrai subito. «Volentieri.»
Gli misi le braccia al collo e lui appoggiò le mani sui miei fianchi.
«Sei davvero bellissima.» disse guardandomi negli occhi.
Avvampai e, imbarazzata, abbassai lo sguardo. Non mi faceva spesso complimenti e sentii come uno stormo di farfalle svolazzarmi nella pancia. «Grazie. Non sei niente male neanche tu.» Niente male? Dio! Era splendido! Aveva una camicia blu notte che metteva in risalto il colorito pallido della sua pelle e, allo stesso tempo, la limpidezza degli occhi. Anche io ero rimasta senza fiato quando, aprendo la porta, me l’ero trovato davanti.
Alla seconda canzone mi tirò a sé, mettendomi una mano al centro della schiena. Appoggiai la guancia alla sua spalla e chiusi gli occhi, lui accostò con dolcezza il viso al mio. Ondeggiavamo sulla pista e, anche se eravamo circondati da altre coppie, mi sentivo come se ci fossimo solo noi. Il suo profumo, così buono e delicato, mi riempiva le narici. Il suo respiro accarezzava la mia pelle e il suo petto, così forte e muscoloso, toccava il mio. Con le dita gli accarezzai il collo e i capelli della nuca, facendolo rabbrividire. Stavo così bene lì con lui, mi sembrava tutto perfetto. Però non riuscii a fare a meno di chiedermi cosa ci potesse essere di così importante nella sua vita. Perché non voleva darci neanche una possibilità? Eppure, mi sembrava interessato a me: era solo finzione? Oppure una mia impressione?
Poggiò le labbra sulle mie e io non riuscii a resistere, cercai la sua lingua per prima. Con quel contatto, tutti i miei dubbi sparirono: lo desideravo. Nient’altro aveva importanza.
Edward sospirò, baciandomi e spingendo i fianchi contro i miei. «Che dici, siamo rimasti abbastanza?»
«Cosa? Vorresti già andartene?» lo guardai incredula, «Siamo appena arrivati.»
«Dai, ce ne andiamo per un po’ e torniamo per mezzanotte. Non se ne accorgerà nessuno.»
«E dove vorresti andare?»
«Ovunque tu possa farmi vedere cosa nascondi sotto ai vestiti.»
Arrossii.
Edward mi strinse più forte a sé e, questa volta, avvampai. «Nascondo solo il perizoma e il reggiseno, li hai già visti. Che fretta hai?»
Fece scivolare una mano lungo il mio fianco fino al mio sedere, «Questo non è un perizoma.» disse, tastandomi la natica.
Scoppiai a ridere, «Dovrai tenere a bada la tua curiosità ancora per un po’, tesoro!» lo ammonii.
Diventò serio e mi fissò, «Non è la curiosità che devo tenere a bada, ma qualcos’atro.»
Non feci in tempo a chiedergli a cosa si riferisse, che spinse nuovamente i fianchi contro i miei.
Risi ancora e lui ne approfittò per prendermi la mano e uscire dalla pista. A lunghe falcate si diresse verso la porta, diretto al corridoio. Evidentemente non si ricordava dell’altezza dei miei tacchi e io, non essendo molto abituata a camminarci, inciampai. Mi sorresse riuscendo, fortunatamente, a evitarmi una rovinosa caduta,
«Mi vuoi proprio rallentare, eh?» scherzò. «Ma io non mi faccio prendere in giro così, dolcezza!»
Ridendo aprii la bocca per chiedergli a cosa si riferisse, ma non feci in tempo. Si abbassò e, mettendomi un braccio sotto le ginocchia e l’altro sulla schiena, mi prese in braccio. Mi sfuggì un gridolino e risi forte mentre, a passo svelto, percorreva il lungo corridoio stranamente illuminato, dirigendosi verso la nostra stanza. Circa a metà corridoio rallentò e, dopo un paio di passi, si fermò, incerto.
«Cosa c’è?» chiesi, guardandomi attorno e non vedendo nulla di strano.
«Non sono sicuro…» mormorò pensieroso.
«Hai cambiato idea?»
Mi guardò come se avessi detto una grossa stramberia, «Neanche morto!» Poi indietreggiò, camminando all’indietro per qualche passo.
«Che cosa succede?»
Si fermò davanti a un grande specchio e ci si mise di fronte.
Fu allora che capii. Ovviamente, vista come mi teneva, la mia gonna non era per niente aderente e, in quella posizione, Edward ebbe modo di osservare chiaramente le mie cosce, le culotte e le calze autoreggenti.
Scoppiai a ridere e arrossii violentemente, cercando di coprirmi almeno un po’ con le mani. Inutilmente.
Ridendo forte riprese la strada verso la nostra camera. «Per quanto ancora volevi tenermi nascoste tutte quelle belle cosette?»
Non risposi, ero tropo imbarazzata.
Quando arrivammo, abbassò la maniglia col gomito ed entrammo, quindi richiuse la porta alle nostre spalle con un calcio.
Mi poggiò coi piedi a terra, poi prese il mio viso tra le mani baciandomi quasi con furia. Non disse una parola mentre mi sfilava il top leggero, gettandolo sul letto. E neanche quando abbassò la cerniera della gonna e la fece scivolare ai miei piedi. Fece qualche passo indietro, guardandomi con occhi resi lucidi dal desiderio e il respiro affannato. «Dio, sei uno spettacolo!» mormorò dopo infiniti secondi in cui era rimasto a contemplarmi.
Il suo sguardo mi mandava a fuoco e, sicuramente, il mio viso era dello stesso colore della mia biancheria.
Venne verso di me e mi baciò ancora, spingendomi delicatamente verso il letto. In un attimo si levò la camicia, scalciò via le scarpe e, con un unico gesto, tolse pantaloni e boxer. Mentre veniva verso di me, tolsi una scarpa ma lui fece schioccare la lingua, «Tienile.» sussurrò.
Infilò gli indici sotto l’elastico delle mie culotte e le accompagnò giù fino a sfilarle. Quindi risalì, tracciando una scia con la lingua dal mio ombelico al collo, fino a trovarsi sopra di me, tra le mie gambe. In un unico affondo veloce mi impalò. Lo strinsi tra le gambe, sollevando un po’ il sedere per sentirlo meglio. Mi resi conto che non c’era nessuna barriera tra di noi, perché non aveva messo il preservativo. Lo sapevo che era assurdo, ma mi sembrava di sentirlo in modo diverso, più intimo, più intenso. Non sapevo perché non lo avesse indossato, e non ero arrabbiata. Al contrario, ero sicura che tutto sarebbe andato bene. Ci rotolammo nel letto e, una volta che mi trovai sopra di lui, mi sollevai fino a farlo uscire quasi completamente da me. Quindi, adagio, scesi a riprenderlo tutto. Mi mossi così, lentamente, su e giù per due o tre volte. Poi Edward, con le mani sui miei fianchi, mi guidò per aumentare il ritmo. Il suo sguardo addosso mi eccitava da morire. Sapere che stava guardando le mie espressioni, le mie labbra, i miei seni che ballavano mi mandava fuori di testa. Alzò il busto mettendosi seduto e mi strinse forte a sé, mentre succhiava con avidità un mio capezzolo. Raggiunsi l’orgasmo e continuai a muovermi su di lui, finché mi fermò ansimando e sussurrando al mio orecchio, «Ferma-ferma-ferma!»
Mi fermai ma non riuscii a non baciarlo, a non passare la lingua lungo la linea della sua mandibola, sul collo e sull’orecchio. Infine gli presi il viso tra le mani e lo baciai. Con un movimento repentino si spostò e mi ritrovai nuovamente sotto di lui che, lentamente, uscì da me. Mi baciò in maniera profonda, deliziosamente, poi si accasciò e rotolò sul fianco, ansimando.
«Ehi! Ma tu non hai finito.» gli dissi, appoggiandogli la testa sul petto.
Lui mi strinse, «Non ce ne sono più.»
«E me lo dici adesso?»
«Oggi pomeriggio mi sono dimenticato di dirti che era l’ultimo. Sai com’è, avevo altro da fare.» disse con un sorrisino.
«Uhm, sì, ricordo. Allora, risolviamo un problema alla volta, vuoi?»
Annuì.
Mi alzai e mi spostai verso il suo membro, ancora duro e lucido dei miei umori.
«Non devi-»
«Non devo,» lo interruppi, «voglio.»
Gattonai tra le sue gambe e lo presi in bocca facendolo godere.
Poi ce ne rimanemmo lì, abbracciati, in silenzio. Avevo appoggiato il viso sul suo petto, e fissavo il fuoco che ardeva nel camino, ipnotizzata dalla danza sensuale delle fiamme. In quel fuoco rividi Edward: così ardente, bellissimo, indomito e travolgente. Ma allo stesso tempo anche rassicurante, dolce e affettuoso. Edward sembrava avere un fuoco dentro, che prendeva vita quando io gli stavo vicino, quando mi desiderava, quando mi prendeva con passione.
Ma io non sapevo praticamente nulla di lui.
Il fuoco è anche furioso, pericoloso, doloroso e distruttivo. E Edward? Assomigliava al fuoco anche in questo? Sentivo che non aveva cambiato idea: una volta che la settimana fosse finita, non ci sarebbe più stato un noi. Quindi sì, per me sarebbe stato anche doloroso e distruttivo.
Perché, Edward? Perché?
Cercando di trattenere le lacrime, mi concentrai sul battito del suo cuore: regolare e rassicurante, una musica dolce che amavo. Sembrava impossibile persino a me, ma ero sicura che l’avrei riconosciuto tra altri mille.
Quando eravamo insieme, da soli, Edward era dolce, mi coccolava e aveva mille attenzioni per me. Quando mi guardava, i suoi occhi sembravano brillare, perfino la sua voce era diversa, più bassa, più sensuale. Passavamo le notti a fare l’amore o a farci le coccole. Dormire? E chi ne aveva bisogno? Quando nel tuo letto c’è uno come Edward, non ha senso dormire. Non hai mai sonno, hai solo voglia di lui, di darti a lui, di… Oddio! Avevo davvero pensato fare l’amore, anziché fare sesso? Era stata solo una distrazione? Oppure, davvero quello che provavo per lui era così profondo?
«Un penny per i tuoi pensieri.»
La sua voce, così calma e penetrante, mi provocò un guizzo tra le gambe. Era eccitante. Tutto in lui lo era. Con la mano mi stava accarezzando i capelli con dolcezza, provocandomi un brivido lungo la schiena.
«Pensavo a te.»
«A me? Riguardo a cosa?» la sua mano scivolò lenta alla base del collo facendo un piccolo massaggio.
«A tutto e a niente. Tutto quello che è successo in questi giorni, e niente in particolare.»
Non rispose.
«Anzi, una cosa in particolare, sì.» ripresi, mogia.
Si mosse un po’, «Cosa?»
«Mi mancherai. Sto bene con te.»
Neanche questa volta disse nulla, così, cercando di simulare indifferenza, aggiunsi, «Lo so che non vuoi che ci vediamo, quando andremo via di qui. Mi dispiace, ovviamente, ma lo capisco.»
«Davvero?» chiese dubbioso.
Sospirai. «No, per niente.» lasciai scappare una risatina nervosa. Mi ero pentita di aver affrontato l’argomento: non volevo parlarne, non volevo sentirmi dire che non voleva stare con me, così mi tirai su e mi sedetti sui talloni. Lo guardai. Era spettinato e bellissimo, con gli occhi lucidi, probabilmente a causa della stanchezza.
Mi guardò anche lui. Sembrava volesse parlare e dirmi qualcosa di importante, sembrava stesse comunicando con lo sguardo, ma io non riuscii a leggervi nulla. «Mi mancherai anche tu, Bella. Moltissimo.»

***

Era arrivato. Il tanto temuto, triste, ultimo giorno.
Ero amareggiata e sentivo tutta la sofferenza di sapere che domani, a quest’ora, sarebbe già finito tutto e io e Edward saremo lontani. Avrei voluto parlare con lui, chiedergli perché tra di noi dovesse finire, perché non potesse darmi un’opportunità. Stavamo bene insieme e sapevo che Edward non aveva nessuna intenzione di tornare con la sua ex ragazza. E allora perché?
Dovevo sapere.
Per farlo, avrei dovuto chiedere direttamente a lui, ma quel giorno Edward mi evitava, non mi cercava con lo sguardo e non si avvicinava. E quando intuiva che stavo andando da lui, si allontanava. Sconfitta, delusa e amareggiata, andai a letto presto, lasciando le tende della finestra aperte. Nel buio della notte mi piaceva guardare il cielo e le poche stelle che riuscivo a scorgere dal letto. Faticai a prendere sonno e sperai tanto che Edward mi raggiungesse. Dopo due ore, finalmente mi addormentai, triste e sola, col viso rigato di lacrime.
Avevo sempre avuto il sonno leggero, e infatti, nonostante Edward stesse facendo pianissimo, bastò il click della porta a svegliarmi. Decisi di far finta di dormire e, aiutata dalla flebile luce che filtrava dall’esterno e dal caminetto acceso, lo osservai spoglirsi. I suoi movimenti erano nervosi, sembrava arrabbiato. Scalciò via le scarpe e sfilò la felpa, buttandola sulla sedia lì vicino seguita dalla t-shirt. Ma fu il tintinnio della cintura e il rumore ovattato dei bottoni dei jeans che venivano aperti, che risvegliarono in me il desiderio. Era la nostra ultima notte, che senso aveva passarla lontani?
In quel momento mi accorsi che Edward stava venendo verso di me e chiusi gli occhi per non farmi scoprire. Percepii il suo sguardo addosso, poi si abbassò per essermi più vicino. Sentii il tocco delicato delle sue dita che mi accarezzavano una guancia, e il sospiro che si lasciò sfuggire. Questo era il mio Edward, quello che era rimasto con me durante la settimana appena trascorsa. Quelle carezze non appartenevano allo sconosciuto che mi aveva ignorata tutto il giorno, facendomi soffrire come mai prima d’ora. Quando lo sentii allontanarsi decisi che, non appena fosse venuto a letto, sarei andata ad abbracciarlo.
Nel momento in cui sentii il materasso cedere sotto il suo peso, però, ebbi paura. Paura di essere respinta, derisa, umiliata ancora, e non riuscii ad avvicinarmi.
Sentii Edward girarsi e rigirarsi nel letto, imprecare, borbottare, scoprirsi e ricoprirsi, cambiare mille volte posizione.
Cosa ti turba, amore mio? pensai più e più volte.
Poi, finalmente, sibilando, «Cazzo!» Edward si avvicinò e mi abbracciò. Nel momento esatto in cui mi strinse, entrambi ci lasciammo sfuggire un sospiro.
«Scusa, sono uno stronzo.» sussurrò al mio orecchio, con il respiro ad accarezzarmi il collo e farmi rabbrividire. Mi girai tra le sue braccia fino a trovarmi di fronte a lui e, buttando alle ortiche fino al più piccolo frammento del mio orgoglio, mi spinsi contro di lui, baciandolo. Edward rispose al mio bacio con foga, stringendomi e spingendomi sulla schiena. Meno di un minuto dopo, stavamo facendo l’amore con foga, quasi con rabbia, in maniera animalesca. Non c’era traccia di tenerezza, solo passione e affondi furiosi e aggressivi.
«Vieni con me, Bella. Vieni con me.» sussurrò Edward con le ultime spinte.
Raggiungemmo l’orgasmo insieme, e rimanemmo abbracciati, ancora un tutt’uno. Nessuno dei due voleva interrompere quell’unione così perfetta, quell’angolo di paradiso tutto nostro.
In breve, tutta la tensione della giornata mi piombò addosso e, quando scivolai alle porte di un sogno, fui sicura di sentire Edward sussurrare, «Si può amare qualcuno dopo poche ore che è entrato nella tua vita?» sentii le sue dita accarezzarmi lievi il viso, scorrendo poi con delicatezza tra i capelli, «Ti amo, Bella. Con tutto il cuore.»
«Anch’io ti amo, Edward. E sarà per sempre.» La mia voce era flebile, ma i miei sentimenti erano veri e forti: amavo Edward come non avevo mai amato nessuno. Anche se lo conoscevo solo da pochi giorni, anche se durante tutta la giornata mi aveva ignorata e fatta soffrire. E mentre sprofondavo nel sonno, ero sicura di averlo sentito sussultare, forse sorpreso dalle mie parole.
La mattina dopo, quando il sole stava lentamente risvegliando il cielo, i suoi primi raggi si posarono su di noi, scoprendoci ancora addormentati l’uno tra le braccia dell’altra. Il suo viso era dolcemente appoggiato sul mio seno, e non resistetti alla voglia di accarezzare i suoi capelli, così morbidi e setosi. Gli appoggiai un piccolo bacio sulla fronte, e lui si stiracchiò.
«Buongiorno.» sussurrò con voce roca, guardandomi negli occhi.
«Buongiorno.» risposi e, sorpreso dall’intensità del suo sguardo, il mio cuore ruzzolò.
Nell’aria, ad aleggiare su di noi come fosse stata appena pronunciata, la nostra confessione di ieri sera.
Mi amava.
E io amavo lui.
Ma questo non avrebbe cambiato nulla.
Lo sapevamo entrambi. L’unica differenza era che lui sapeva il perché e io no.
All’improvviso mi baciò, con urgenza e frenesia. Fu uno scontro di labbra, denti e lingue. La sua mano sul mio seno, ad accarezzarmi con fervore, come se volesse trasmettermi tutto quello che sentiva per me, tenermi legata a sé con le sue carezze. Fummo di nuovo un corpo solo, una persona sola, un’anima sola. I nostri respiri e gemiti riempivano l’aria. Le nostre mani vagavano sul corpo dell’altro, toccando, accarezzando e stringendo il più possibile, per assorbire la sensazione di quella pelle sotto le dita, e l’emozione che l’altro, con la sola sua presenza, ci trasmetteva.
Eravamo passione e calore. Eravamo fuoco. Eravamo due fiamme che si scontravano e diventavano una sola.
Ci amavamo con tormento, dolore e forza, a tratti eravamo quasi violenti.
Desiderosi solo di darsi all’altro, di donare amore e piacere e forza per allontanare la disperazione della lontananza, dell’addio.
Persi il conto degli orgasmi che Edward mi fece provare mentre ci amavamo in quel letto. Sapevamo entrambi che sarebbe stata la nostra ultima volta.
Non comunicammo a parole: i nostri sguardi, i gemiti e le carezze parlarono per noi.
A tratti Edward rallentava l’intensità degli affondi e, facendo lunghi respiri, sprofondava col viso nell’incavo del mio collo, baciandomi e leccandomi e mordendomi. Capii che, proprio come me, non voleva che finisse. Sapeva che, una volta che ci saremmo alzati dal letto, sarebbe stata questione di una manciata di ore e poi, tra di noi, tutto sarebbe finito. Neanche io volevo lasciarlo andare, gli stringevo le gambe attorno ai fianchi con forza, per tenerlo in me. Avrei voluto fermare il tempo in quel momento: quando eravamo uniti, un unico corpo e un’unica anima.
Poi, mentre la sua lingua mi accarezzava il lobo e il suo respiro mi correva sul collo, sussurrò tre piccole parole al mio orecchio: «Ti amo Bella.» poi spinse i fianchi in un affondo veloce, poi un altro e un altro ancora e l’ennesimo orgasmo attraversò ogni cellula del mio corpo.
«Ti amo, Edward! Ti amo-ti amo-ti amo!» sussurrai velocemente non appena il piacere si attenuò. Lo strinsi forte, ma dopo alcuni secondi lo spinsi giù. Volevo stare sopra di lui, volevo essere io a dargli piacere. Iniziai a muovermi su e giù, le sue mani sui fianchi, il suo sguardo fisso su di me, le labbra socchiuse. Quando si prese il labbro inferiore tra i denti mi piegai in avanti, muovendomi più velocemente. «Vieni per me.» ansimai, pronunciando le stesse parole che mi disse la nostra prima volta.
Finalmente si lasciò andare a quel piacere che tanto aveva cercato di ritardare. Alzò i fianchi, inarcandosi, e ringhiando «Oh, cazzo!» riversò in me tutto il suo orgasmo.
Mi accasciai, esausta, il viso accanto al suo. Mi strinse forte a sé, così forte che facevo fatica a respirare. Edward invece faceva lunghi respiri, come se cercasse di calmarsi, di riprendere il controllo. Rimanemmo immobili per interminabili minuti, ancora uniti, stretta nel suo splendido abbraccio e col viso sepolto nell’incavo del suo collo a inebriarmi del suo profumo, fino a quando non resistetti più e cercai le sue labbra con le mie, accarezzandole piano.
I nostri respiri si mescolarono mentre continuammo a baciarci per un tempo infinito, finché ci fu impossibile continuare a ignorare i rumori e gli schiamazzi che provenivano dal corridoio, e che ci fecero tornare alla realtà.
«È ora di andare, vero?» chiesi.
«Già. Non possiamo più rimandare. Gli altri stanno già portando fuori le valigie, noi dobbiamo ancora iniziare a farle.»
Annuii, scambiammo un ultimo bacio, poi lentamente mi spostai. Dopo un ultimo sguardo, si diresse in bagno e sentii scorrere l’acqua della doccia.
Trascorso qualche minuto lo raggiunsi. Edward aveva ormai finito e si stava asciugando, quindi presi il suo posto sotto il getto dell’acqua calda. Cercai di fare in fretta e di non pensare a nulla.
Quando uscii lo trovai già vestito, la valigia aperta buttata sul letto, mentre gettava dentro alla meno peggio i vestiti che prendeva dall’armadio. Io indossai biancheria pulita, poi un paio di jeans e un maglione leggero. Misi la mia valigia accanto a quella di Edward e, lentamente, ci misi dentro i vestiti, senza prestare la minima attenzione a come vi finivano.
Ci mettemmo molto poco: in una mezz’ora avevamo raccolto tutto quello che c’era in giro per la stanza. Senza scambiarci una sola parola, se escludiamo “Tieni, questo è tuo.” oppure “Passami quello, grazie.”
Raggiungemmo gli altri in salone per il pranzo. Edward cercò Emmett per accordarsi sul loro rientro, visto che avevano programmato di tornare insieme, mentre io presi posto accanto ad Alice.
Dopo qualche minuto, mentre stavo mescolando senza appetito il cibo nel piatto, sentii una voce gentile alle mie spalle, che fece accelerare il battito del mio cuore, «È libero qui?»
Mi voltai, e mi accolse il meraviglioso sorriso sghembo di Edward che, con un cenno del viso, indicava la sedia alla mia destra. Annuii e lui vi si sedette, spostandola vicinissima a me, talmente vicino da far toccare le nostre gambe. Rimasi inebetita a guardarlo. Lui sorrise e si sporse verso di me, dandomi un bacio sul collo estremamente lento e sensuale.
«Bleah! Ragazzi, non qui davanti a tutti, vi prego!» scherzò Emmett.
Mangiai in uno strano stato mentale, in cui cercai di non pensare all’inevitabile ma, inevitabilmente, finii per pensarci. Strano, vero?
Dopo pranzo ci allontanammo dagli altri, cercando un po’ di privacy in biblioteca.
«Senti,» esordii per attirare la sua attenzione, «detesto fare domande di cui conosco già la risposta. Ma ho bisogno di sentirlo da te, ok?»
Edward annuì, guardandomi serio.
Con un lungo respiro, cercai di prendere coraggio: «Tu sei ancora dell’idea che non ci vedremo più, una volta tornati a casa. Non ti interessa frequentarmi, capire se può nascere qualcosa tra di noi.»
Mi resi conto che non gli avevo fatto una domanda, ma avevo espresso quella che era una mia certezza.
Dopo una lunga pausa, Edward annuì.
«Credi che potresti spiegarmi il motivo? Vedi,» deglutii a vuoto, improvvisamente mi sentivo la gola secca, «io con te sto davvero bene, e mi sembra che per te sia lo stesso. Prima mi hai detto una cosa molto importante, e sento che eri sincero. Allora perché?» Ce l’avevo messa tutta, ma non riuscii a trattenere le lacrime che, inesorabili, ora mi rigavano le guance.
Edward mi guardò asciugando le lacrime con le dita. I suoi occhi erano lucidi, inoltre era turbato anche se stava cercando di farsi vedere sicuro e deciso. «Certo che ero sincero, quando ti ho detto che ti amo. Tra di noi ho percepito subito qualcosa di speciale, come speciale è quello che sento quando ti bacio o facciamo l’amore. Ma, come ti ho già spiegato, in questo periodo della mia vita non posso avere una storia. È meglio per entrambi se non ci sentiremo più.
«Credo di essere abbastanza grande per decidere da sola cosa sia meglio per me. Dì pure le cose come stanno, ti sarei d’intralcio. Vederci, uscire, stare con me, ti distrarrebbe dal tuo obiettivo. Giusto?»
«Più o meno.»
«E posso sapere qual è, questo obiettivo?»
Aprì la bocca per parlare, poi si morse il labbro inferiore, pensieroso. «No.»
«Mettiti nei miei panni per un istante, ok? Con te ho provato qualcosa di mai provato prima, solo starti vicino mi fa battere forte il cuore. Non so come, e so che è assurdo, ma mi sono innamorata di te in pochi giorni.» allungai una mano afferrando l’oggetto dalla tasca posteriore dei miei jeans e ne misi un’estremità in bocca, afferrandola coi denti. Gli presi la mano sinistra e spinsi verso il gomito il polsino della sua felpa blu scuro, poi, con la penna di cui conservavo il tappo tra le labbra, gli scrissi il mio numero di telefono sull’avanbraccio. «Così avrai un altro paio di giorni per ripensarci. Probabilmente non lo farai, ma non potrei mai perdonarmelo se non ci provassi. Lo capisci, vero?»
Edward annuì, io lo guardai negli occhi e lo baciai. Ci baciammo finché Emmett non ci chiamò tutti a raccolta: era ora di andare. Allora ci alzammo e raggiungemmo gli altri nell’ingresso. La giornata era splendida e dirsi addio con quel sole meraviglioso mi sembrava una grossa ingiustizia.
Alice mi aspettava in auto, mentre gli altri erano già partiti tutti. Emmett doveva rimanere per sistemare alcune cose, e lui e Edward sarebbero partiti di lì a un paio d’ore.
Ce la misi tutta per non piangere, un po’ per orgoglio, un po’ perché preferivo che Edward mi ricordasse col sorriso, come io avrei ricordato lui, e non con gli occhi rossi e gonfi.
Mi aiutò a caricare la valigia, poi un ultimo, lungo bacio, e salii in macchina senza guardarmi indietro.


*** Tre mesi dopo ***

«Non dovevo ascoltarti! Non dovevo ascoltarti! Dai, andiamo via!» Mugolai.
«No! Siamo venute fino a qui per vederlo, e lo vedremo!»
«Tu mi hai trascinato fino a qui per vederlo. Io ti avevo detto che non ci volevo venire. Se avesse voluto, mi avrebbe chiamato lui. Il numero ce l’aveva.»
«Bella. Ora. Tu. La. Smetti. Sono tre mesi che ci stai male, che piangi perché lo vorresti rivedere. Almeno ora lo vediamo, così la smetti di pensarci. Magari neanche ti piace più.» disse Alice, per niente convinta.
Le lanciai uno sguardo alla “Che cavolo stai dicendo?”
«Non puoi saperlo! Ti sei innamorata dell’idea che hai di lui, magari te lo ricordi più bello di quello che è.» riprovò Alice.
«Per quanto bello io me lo ricordi, non sarà mai tanto quanto lo è davvero. E poi neanche sappiamo se viene qui.»
«Sì che lo sappiamo. È stato proprio Emmett a dirlo a Jasper. I ragazzi durante quella vacanza avevano formato un gruppo affiatato e, da qualche settimana, si trovano in questo pub tutti i venerdì. Non ci sono mai tutti, ma ci proviamo.»
«Quindi dovrò vedere anche tutti gli altri. Bella roba…» Ero sconsola, triste, arrabbiata e frustrata. Edward non mi aveva mai cercata. Subito prima di andarmene, calpestando la mia dignità e il mio amor proprio, gli scrissi il mio numero di telefono sull’avambraccio. “Magari ci ripensi.” gli avevo sussurrato prima di dargli un ultimo bacio e andare via. Sapevo che non mi avrebbe chiamata, era stato chiaro ma, se non lo avessi fatto, non me lo sarei mai perdonato. Ovviamente passai tre mesi in cui alternavo momenti di “Vedrai che chiamerà.” a momenti “Lo sapevo che non mi avrebbe chiamata.” La mia amica Alice aveva provato in tutti i modi a farmi rassegnare all’idea, e probabilmente aveva ragione lei: avevo idealizzato Edward come il ragazzo perfetto, e soprattutto perfetto per me. Secondo lei, se l’avessi rivisto, mi sarei resa conto che era solo uno come tutti gli altri, solo un po’ più stronzo, visto che non mi aveva chiamata nemmeno una volta.
Fissai il muro di fronte a me. Mi ero seduta con le spalle all’ingresso perché non volevo guardare tutte le persone che entravano, per poi rimanere delusa ogni volta che non era lui.
Inevitabilmente la mia mente volò a quella magnifica settimana. Rividi Edward e il suo splendido sorriso, i suoi occhi che brillavano, risentii i suoi gemiti e le sue carezze sulla pelle. Mi mancava così tanto! Ricacciai in gola un singhiozzo, scossa da un brivido.
«Ti prego! Andiamocene! Se mai dovesse arrivare e non mi riconoscesse?» Ero sul punto di mettermi a piangere: la paura di rimanere delusa da come avrebbe potuto comportarsi Edward se ci fossimo incontrati era più forte della voglia di vederlo. Era ufficiale: ero una vigliacca.
Mi curvai in avanti, appoggiando la fronte sulle braccia. All’improvviso, dalla mia borsa provenne la melodia di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, la colonna sonora di una pubblicità il cui protagonista era un attore famoso e sexy che assomigliava moltissimo a Edward. Cercai il cellulare nel caos della mia borsa: per fortuna lo schermo si illuminava quando ricevevo una chiamata, altrimenti non lo avrei mai trovato in quel gran casino.
Guardai lo schermo e impallidii.
«Che c’è?» chiese Alice sporgendosi verso di me per sbirciare lo schermo.
Voltai lo smartphone verso di lei, mostrandole la scritta “Numero Sconosciuto”. Un brivido mi corse lungo la schiena, e mi sentii come se tutto intorno a me stesse tremando.
«Rispondi! Che aspetti?» chiese Alice con la vocina stridula e un enorme sorriso.
Feci un lungo respiro. Non sapevo se, una volta aperto bocca, avrei trovato la voce. E se davvero dall’altra parte ci fosse stato Edward?
In quel momento, la musica cessò. Rimasi a fissare lo schermo, inebetita e scioccata. La scritta “1 chiamata senza risposta” lampeggiava prendendomi apertamente per il sedere. Sollevai la mano con l’intenzione di lanciare il telefono contro la parete di fronte a me, quando lo schermo si illuminò nuovamente e “Whole Lotta Love” riprese a suonare. Non ci pensai un attimo, premetti il tasto verde e mi portai il telefono all’orecchio urlando «Pronto!»
Alice scoppiò a ridere, e io rimasi in attesa. «Pronto?» riprovai, con un tono di voce meno folle.
Dall’altro capo un respiro, e poi «Swan?»
Conoscevo quella voce: non era chi speravo, ma ero talmente confusa da non riuscire a capire a chi appartenesse. Mi accasciai sulla sedia, guardando delusa Alice e scuotendo la testa.
«Sì, sono Bella.»
«Quanto ci metti a venire qui?»
Eh? Fissai lo schermo come se ci fosse un piccolo folletto che mi prendeva in giro. «Qui dove? E soprattutto: chi sei?»
«Cazzo Swan! Sono solo le undici di sera, già dormivi? Sono Emmett. Emmett McCarty. Ti ricordi di me?» fece un sospiro, come se si trovasse a discutere con una bambina con problemi di apprendimento che lo stava facendo impazzire.
«È Emmett!» sillabai ad Alice, che guardava la confusione sul mio viso. «Sì, Emmett, mi ricordo di te.»
«Bene. Allora rispondi: quanto ci metti ad arrivare qui?» rimase in attesa per un paio di secondi e poi aggiunse, sempre come se stesse parlando con la stessa bambina di prima, «A Seattle. Ho controllato, avresti un volo tra un paio d’ore. Riesci a prenderlo?»
«Emmett, perdonami ma non ci sto capendo niente. Perché dovrei prendere un aereo? Perché dovrei venire a Seattle?»
Dall’altro capo ci fu silenzio per interminabili secondi, poi un sospiro, «Perché ha bisogno di te. Ora, Bella.»
Non ci fu bisogno che Emmett pronunciasse il nome di Edward per sapere che stava parlando di lui.
«Non ha neanche le palle per chiamarmi?» chiesi stizzita.
Emmett sospirò, il suo tono si fece disperato, «Non può. E quando scoprirà che l’ho fatto io, sono sicuro che vorrà uccidermi. Ti prego, Bella! Vieni.»
In quel momento qualcosa nel mio cuore si spezzò. Alice vide la mia espressione e venne a sedersi accanto a me, avvicinandosi al telefono per cercare di capire cosa stesse succedendo.
«Cosa… Perché…»
La mia amica mi vide in difficoltà e prese il telefono, «Emmett, sono Alice. Siamo a Seattle.»
«E perché non me l’ha detto subito?» la voce di Emmett era così alta che lo sentii anche se mi ero allontanata dal telefono. Alice rimase in attesa mentre io la fissavo come in trance. Cosa voleva dire che Edward aveva bisogno di me? E perché non mi aveva chiamata lui?
«Noi siamo in un pub, il… aspetta… ecco qua. Il “Saint John’s Bar and Eatery”, l’indirizzo è 719 East Pike Street.» alcuni secondi di pausa, «Come?»
Continuavo a fissarla, incapace di dire una sola parola. Per fortuna c’era lei. Per fortuna eravamo lì.
La vidi impallidire, poi, con un filo di voce, mormorò «Oh, mio Dio!»
«Cosa?» chiesi, allarmata.
Alice si voltò verso di me, lo sguardo triste, ma non disse nulla. Solo quando salutò Emmett e chiuse la comunicazione, mi disse di sbrigarmi, che sarebbe arrivato a prenderci nel giro di pochi minuti.
Nemmeno dieci minuti dopo, come in trance, aprii la portiera dell’elegante limousine nera con autista che si fermò dritta davanti a noi. Salii e mi accomodai sul sedile posteriore accanto a Emmett e Alice accanto a me.
Partimmo velocemente e io lo ricoprii di domande. «Dove stiamo andando? Che succede? E cos’ha Edward?»
Emmett aprì il piccolo frigo bar, prese un bicchiere e versò un dito di un liquido ambrato da una bottiglia, che poi rimise via.
«Ti sembra il momento di bere?!» lo aggredii, ma lui mi sorprese porgendomelo.
«È per te. Bevi, ne avrai bisogno.» Obbedii e lo trangugiai in un unico sorso che mi bruciò la gola come se si trattasse di fuoco liquido. Cominciò subito a girarmi lievemente la testa. Forse non era stata una buona idea.
«Edward non ti ha mai detto perché non voleva dare una possibilità a quello che c’era tra voi, vero?»
Scossi la testa. Avevo un nodo in gola che mi rendeva difficile respirare, e sentivo il mio cuore correre come un pazzo.
«Edward è innamorato di te da… praticamente da subito. Non ha mai saputo spiegare quello che provava. E l’unico motivo per cui non ti ha voluta accanto, era quello di non farti soffrire. Mi ha fatto giurare e stragiurare che non avrei mai detto nulla a nessuno, soprattutto a te. Fino a questo momento ho resistito, ma ora sono divorato dai sensi di colpa, non posso più tacere. Bella…» sospirò nuovamente, gli occhi lucidi. In quel momento lo vidi contemporaneamente più vecchio, come se portasse un enorme peso sulle spalle, ma anche più giovane: sembrava un ragazzino che stava affrontando una cosa troppo grande per lui. Tutta la sua strafottenza, il suo buonumore, la sua allegria… tutto se n’era andato. Sul suo viso, sul suo fisico, solo dolore e angoscia. Sembrava che, nell’attesa di essere pronunciate dalle sue labbra, le parole gli procurassero autentico dolore fisico.
Alice mi prese la mano e la strinse forte, e io, senza rendermene conto, feci lo stesso con Emmett. In quel momento, la limousine varcò il cancello d’ingresso di un vastissimo edificio. Alzai lo sguardo giusto in tempo per leggere l’insegna: Swedish Medical Center. Un ospedale.
All’improvviso fui aggredita da un forte senso di nausea e credetti sul serio di essere ad un passo dal vomitare. «Emmett?»
Non rispose e la nostra auto proseguì affiancando l’edificio e raggiungendone un altro, più piccolo, posto alle sue spalle. La limousine si fermò di fronte alle porte scorrevoli dell’ingresso, decorate con un grande adesivo recante il nome della struttura: Swedish Cancer Institute.
Rimasi a fissare quel nome con la testa che vorticava forte, la nausea e la sensazione che, se avessi provato a mettermi in piedi, le gambe non mi avrebbero sorretta.
Edward.
Edward stava molto male. Quanto? Ricordai il suo bellissimo volto, il suo sorriso, gli splendidi occhi limpidi che brillavano, i suoi capelli morbidi e folti. Quanto era rimasto della persona che amavo? Sarei stata abbastanza forte per rivederlo?
«Bella?»
La voce di Alice mi strappò ai miei pensieri e alle mie paure. Era già scesa e mi stava porgendo la mano, in attesa che io l’afferrassi. Stavo ancora stringendo la mano di Emmett, che parlò piano. «Forza. Ce la farai. Ce la farai per lui.»
Annuii e lui mi strinse la mano ancora una volta. Scendemmo e io e Alice lo seguimmo all’interno del Centro Medico mentre iniziò a raccontare.
«Il giorno che Edward sorprese quella troia della sua ex a letto con un altro, successe perché non era andato al lavoro. Nelle settimane precedenti, infatti, aveva avuto spesso dei violenti attacchi di mal di testa e si era deciso a fare degli esami. Quel giorno era stato convocato dal medico che lo aveva visitato per comunicargli gli esiti. Chiese a me di accompagnarlo, perché non voleva far preoccupare inutilmente quella puttana. Era convinto di non avere nulla di preoccupante: attribuiva tutto allo stress, alle litigate con quella lurida vacca.»
«Emmett?»
«Ci siamo quasi, Bella. Venite,» disse entrando in una saletta con un tavolo, alcune sedie e un paio di distributori automatici di bevande e prodotti alimentari confezionati, «qui potremo parlare in pace.»
«Emmett, voglio vederlo, ti prego!»
«Lo so. Ma prima devi sapere a cosa vai incontro. Ci vorranno ancora un paio di minuti. Va bene?»
Annuii e lui continuò, «L’esito degli esami, purtroppo, fu feroce. Edward aveva un tumore al cervello, in uno stadio avanzato e in una posizione inoperabile. All’inizio reagì con incredulità, ovviamente. Poi si incazzò. E poi pianse. Il medico gli aveva predetto al massimo 6 mesi di vita. Al massimo.»
Dopo avermi strappato il cuore dal petto ed averlo calpestato fino a renderlo un’inutile poltiglia, Emmett continuò a parlare, senza rendersi conto che io non lo ascoltavo neanche più. Dopo “tumore al cervello” non sentii più nulla. A parte “inoperabile” e “6 mesi di vita”: quelle, le sentii benissimo. Iniziai a singhiozzare e Alice mi abbracciò stretta, con le lacrime che le rigavano le guance.
Sentii, come in lontananza, Emmett tirare su col naso. «Dopo aver parlato col dottore, era rientrato a casa per cercare conforto e amore dalla persona che amava. Era a pezzi, ovviamente. E invece trova quella cagna che si fa sbattere nel loro letto.» Il tono di Emmett era affettuoso quando parlava di Edward, ma riusciva, in una sola parola, a far trasparire tutto l’odio e il disprezzo che provava per quella donna.
«Sei mesi? Emmett, mi stai dicendo che sta morendo?»
Annuì, cercando di ricacciare in gola un verso strozzato.
«Quanto…? Quanto gli resta?»
«Forse un’ora, forse due. Forse nemmeno questo. Ascoltami. Lo so che è difficile, ma abbiamo pochissimo tempo. Ormai sono giorni che non è lucido. È in preda alle allucinazioni e al delirio. Ci eravamo rassegnati e stavamo aspettando la fine. Poi, mezz’ora prima che ti chiamassi, improvvisamente è tornato in sé. Stava benissimo. Parlava, rideva, raccontava delle cazzate che aveva fatto da ragazzino. Io ho creduto in un miracolo, ma i medici mi hanno spiegato che si tratta solo di un falso miglioramento, una scarica finale di energia del corpo e della mente, che cercano di ribellarsi alla morte imminente. E allora non ce l’ho più fatta e, anche se gli avevo giurato di non chiamarti, non sono riuscito a mantenere la promessa. Era giusto che vi salutaste, che vi vedeste per l’ultima volta. Un ultimo bacio, l’ultimo “Ti amo” e tutte quelle cazzate lì.» fece un sospiro, tormentandosi le mani che teneva in grembo, «Ho lottato per settimane, che dico, per mesi col senso di colpa, perché volevo chiamarti ma gli avevo promesso di non farlo. E ora lotterò coi sensi di colpa per non averti chiamato prima, per non aver capito prima cosa era meglio per lui. Spero solo che capisca perché l’ho fatto e che non mi odi. Ti ha pensata ogni minuto di ogni giorno, Bella, ma non voleva farti soffrire.»
Gli occhi di Emmett erano lucidi, le guance rigate di lacrime e la voce incrinata dall’emozione. Era strano vederlo così, lui che di solito aveva sempre il sorriso sulle labbra.
«Edward, ora, non sa che sta per… per…» non riuscì a dirlo, e fece un gesto ruotando la mano, per indicare quella maledetta parola, «è convinto di stare meglio davvero.»
Annuii, «Mi porti da lui, adesso?»
Fece un sorriso tirato, «Ovvio, sei qui per questo. Andiamo.» disse alzandosi e dirigendosi al corridoio. «Fisicamente non vedrai una grossa differenza. Non ha perso i capelli o roba simile, era troppo tardi per tentare con chemioterapie o altre porcate. È solo più magro e pallido.»
Ci fermammo di fronte a una porta chiusa. Io e Emmett ci asciugammo il viso dalle lacrime ed entrambi respirammo a fondo un paio di volte. Alice ci avrebbe aspettato fuori, non se la sentiva di entrare e preferì lasciarci soli.
«Pronta?» sussurrò Emmett, con un sorriso di incoraggiamento.
«Per niente! Andiamo.»
Emmett diede due colpetti con le nocche alla porta ed entrò a passo sicuro, sfoderando un sorriso vivace ed incredibilmente sincero. «Allora, vecchia spugna! Come va?»
Io decisi di rimanere un po’ indietro. Ero sicura che Emmett avrebbe detto qualcosa per farmi venire avanti, al momento giusto.
«Alla buon’ora! Dove cazzo sei stato? Mi hai abbandonato proprio nel momento in cui sto meglio?»
«Sono andato a festeggiare, no?»
«Senza di me? Sono io il festeggiato, qui! Sto meglio, cazzo! Sto meglio!»
Risentire la sua voce dopo tutto quel tempo, mi fece fremere e percorrere da un brivido. Non era la voce sensuale che ricordavo, era più roca, il tono più basso. Ma era lui. Era davvero lui. La felicità di essere ad un passo dal rivederlo, però, annegò nell’immenso dolore di sapere che sarebbe stato solo per pochi minuti. Cercai di scacciare quel pensiero, non doveva vedermi triste.
«Non ci crederai, ho anche trovato compagnia. Ma siccome è più il tuo tipo che il mio, e io ti voglio bene, lo sai, ho deciso di portartela!» si voltò verso di me, allungando un braccio indietro e aprendo la mano, invitandomi ad afferrarla per trovare il coraggio e la forza di venire avanti. «Vieni pure, dolcezza.»
Dopo un ultimo profondo respiro, feci un passo avanti afferrando la mano di Emmett, poi un altro ancora e mi fermai accanto a lui.
Eccolo.
Magro, le guance scavate, pallido e il colorito spento, i capelli arruffati. Anche in un letto di ospedale, sfinito, era sempre bellissimo. Ed emanava ancora quel fascino che lo caratterizzava, che lo ha sempre distinto da tutti.
A Edward morì il sorriso sulle labbra. La sua espressione, però, era sorpresa, non arrabbiata. Mi fissava senza dire nulla, forse per essere sicuro che fossi proprio io.
«Bella…» la sua voce era un sussurro.
«Sì.» il sorriso che mi spuntò sulle labbra era vero e allegro, «Sono venuta a Seattle per un weekend, entro in un pub e sbatto contro questo armadio. Dopo alcuni minuti di chiacchiere, mi ha detto, “Vieni con me, andiamo a far vedere a Edward che trovo compagnia anche senza di lui!” e così, eccomi qui.»
Mi avvicinai a lui, titubante, che ancora mi fissava stranito e incredulo.
«Edward, è lei. Non è un’allucinazione.» Emmett lo disse ridendo, ma ero sicura che avesse centrato in pieno la paura di Edward, così mi avvicinai ancora e gli presi la mano. «Sono io, Bella.»
Finalmente sorrise e allargò le braccia. Mi abbassai e lo abbracciai forte, cercando di non fargli male. Riconobbi subito quell’abbraccio, quel corpo caldo, il suo respiro sul collo. Non era forte come lo ricordavo, anche il profumo della sua pelle era cambiato, ma era ancora Edward, il mio Edward. L’emozione di essere lì, da lui, di stringerlo, era immensa. Un misto di felicità, dolore, angoscia, incredulità mi vorticavano nel petto. Riuscii a trattenere a fatica i singhiozzi, ma le lacrime scesero ugualmente a rigarmi le guance.
«Vieni qui, siediti vicino a me, ho voglia di stringerti.» sussurrò, con la voce rotta dall’emozione.
Tolsi le scarpe e tirai su un pochino la gonna per riuscire a salire sul letto, mi addossai ai cuscini contro cui era appoggiato, e ci abbracciammo ancora. Lo strinsi forte e quasi tutto andò a posto. Quasi.
Eravamo insieme, finalmente.
Non so chi sia stato il primo, se c’è stato, ma le nostre labbra si cercarono e si trovarono immediatamente. Le nostre lingue ricordarono subito il ritmo della loro danza e le nostre mani non persero un solo istante per toccare e accarezzare l’altro, passare tra i capelli, intrecciarsi. Avevo aspettato così tanto per poter stare ancora con lui, e ora che finalmente l’avevo ritrovato, non sopportavo l’idea di perderlo ancora.
Dopo qualche minuto, un leggero bussare alla porta ci fece separare. Entrò un’infermiera, giovane e carina, con un dolcissimo sorriso. «Scusate il disturbo, ragazzi. Edward, come stai oggi?» Si avvicinò con un termometro digitale in mano e gli prese la temperatura appoggiandoglielo sulla fronte.
«Ciao Emily. Meglio, grazie. Guarda che non ho la febbre, anche se quell’aggeggio ti dirà di sì.»
La voce di Edward era allegra, mi teneva la mano e averlo di nuovo vicino era la sensazione più bella che avessi mai provato.
«Ti presento Bella, la mia…» si voltò a guardarmi, indeciso, come a chiedermi se quella parola fosse quella giusta per noi, «ragazza?» il suo sguardo era dolce, colmo di speranza.
«La tua ragazza, ovvio! Mica vado in giro a baciare chiunque, sai?»
«Piacere, Bella. Guarda che il tuo ragazzo ha fatto strage di cuori, qui dentro. Ma ci teneva tutte al nostro posto, parlando continuamente solo di te.» L’infermiera mi fece l’occhiolino, mentre misurava la pressione a Edward, che arrossì.
«Mi sembra giusto.» le risposi, accarezzandogli una guancia e perdendomi nel suo sguardo.
Mi guardai attorno, ma Emmett non c’era più. Non so quando ci avesse lasciati soli, non me n’ero accorta.
Emily uscì salutandoci, e riprendemmo a baciarci immediatamente.
«Dio, quanto mi sei mancata!» sussurrò.
«Ora sono qui, e non me ne andrò neanche se me lo chiederai!»
Mi guardò intensamente, lo sguardo cupo e triste, preoccupato. «L’ho fatto solo per proteggerti.»
«Avrei voluto starti vicino.»
«Lo so, ma ti amavo, e ti amo troppo, non potevo permettere che tu vivessi tutto quello che ho passato, che soffrissi così. Ho pensato che, se mi avessi odiato, sarebbe stato più facile dimenticarmi e continuare la tua vita.»
«Non avrei mai potuto odiarti. E non potrò mai dimenticarti, Edward. Mai.» lo guardai negli occhi, volevo capisse bene quanto stavo dicendo. «Ti amo. Non ho smesso un solo giorno di pensare a te.»
Ci baciammo ancora, poi si staccò stringendomi. Il suo abbraccio mi sembrò più debole di prima, ma cercai di convincermi che fosse solo suggestione.
«Sono… sono molto stanco.» sussurrò, con un filo di voce.
Mi addossai meglio ai cuscini, «Vieni, appoggiati a me. Mettiti comodo e fai un sonnellino. Quando ti sveglierai, io sarò qui.»
Edward annuì e, chiudendo gli occhi, appoggiò la testa sul mio petto. Quando lo strinsi, trattenendo i singhiozzi, non si accorse delle lacrime che mi rigavano le guance.
«Ti amo, Edward.»
La sua voce fu solo un sussurro, feci quasi fatica a sentirlo, «Ti amo anch’io, Bella. È stato bello vederti per l’ultima volta.»

***

Mi svegliai con un sussulto. Non mi ero neppure resa conto di essermi addormentata. Dopo un istante di confusione e smarrimento, il suono di un singhiozzo attirò la mia attenzione, e mi voltai verso destra. Emmett mi fissava, gli occhi rossi e gonfi, lucidi, una lacrima che rotolava lungo la guancia. Ci misi il tempo di un battito di ciglia a ricordare.
Edward.
Lo stringevo ancora tra le braccia. Aveva il capo appoggiato sul mio seno e l’espressione serena. Gli occhi chiusi. Il petto immobile.
«Grazie, Bella.»
Alzai gli occhi verso di Emmett, e vidi anche due infermiere e Alice che, appoggiate alla parete, in silenzio, anch’esse con gli occhi lucidi, ci guardavano.
«Se n’è andato sereno perché era tra le tue braccia, perché tu eri qui. I suoi occhi erano sereni quando si sono chiusi per l’ultima volta, solo grazie a te. Hai reso gli ultimi momenti della sua vita luminosi. Scusami per non averti chiamato prima. Avrei dovuto farlo. Avrei doluto capire che, nonostante le sue parole, lui ti voleva qui. Tutto di lui chiedeva di te: il suo cuore, il suo corpo, i suoi occhi. Ma io non ho saputo ascoltare. E quando l’ho fatto era troppo tardi. Perdonami.»
Lo guardai compiere un passo verso di noi, dare un bacio sui capelli di Edward e poi scompigliarglieli con affetto, quindi uscire dalla stanza a passo lento e capo chino.

FINE

16 commenti:

  1. sei stata bravissima. i miei complimenti. Spero che sia tu a vincere perché te lo meriti di cuore. bravissima. ho ancora i brividi.

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  2. non amo le tragedie!!! partendo da questo la storia mi è piaciuta molto, ci sono stati dei punti descrittivi un po' troppo dettagliati per quanto riguarda gli arredi ma nel complesso, finale escluso, mi è piaciuta! Brava!

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  3. Bellissima. Scritta molto bene e trasmette forti emozioni. Non mi piacciono le storie non a lieto fine, ma il finale è stato dolce e pieno di amore... bravissima!

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  4. Questa non è un dramma ... è una Tragediaaaaaaaaaa!!!
    Ma se lo dovevi far morire non poteva essere una morte tranquilla?!?
    Certo è morto benissimo però ... Pig miseria...
    Il loro trovarsi è stato bellissimo, mi è piaciuto il loro amarsi...
    Le descrizioni degli ambienti un po' lunghe ma senza dubbio accurate.
    Non mi è piaciuto piangere alla fine ma... che devo fa?
    Grazie

    JB

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  5. Ahhhhh! Mannaggiaaaaaaa! Eccccccheccccc.... cioè, niente miracolo? Niente angelo dell'amore che mosso a pietà arriva e lo fa guarire? La fata turchina è in sciopero??? Uffff....lo so che è il finale perfetto per questa storia, lo so....però mannaggiaaaaaaaa! Ti perdono solo perché hai scritto una cosa bellissima, sentita, emozionante e molto sensuale. E realistica (fin troppo....mannaggiaaaaaaaa!). Grazie per averci fatto piangere, a buon rendere, eh!?

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  6. Anatema su di te. E poi anche una fatwa. E che le locuste invadano il tuo appartamento mentre le cavallette devastano il tuo giardino (o i vasi sul balcone) (o le piante sul pianerottolo). Ma come? Fai morire Edward? Che poi uno dice: “Vabbè, era brutto!”. Noooo, era strafigo. Dicee: “Vabbé, era stronzo!”. Noooo, era un paladino senza macchia e senza paura che salva le fanciulle dai perigliosi assalti dei marrani viscidi. Dicee: “Vabbè, ce l’aveva piccolo come un citriolino sottaceto!”. Noooo, na trivella che manco nel Mare del Nord per trovare il petrolio. Dicee: “Vabbé, era puttaniere!”. Noooo, ligio e fedele perfino ad una vacca maiala, figurati con una tenera ed amorevole. Dicee: “Vabbè, però era egoista e pensava solo a se stesso e al proprio piacere!”. Noooo, disenteressato che manco Madre Teresa di Calcutta e pronto al sacrificio meglio di Orazio Coclite. Dicee: “Vabbè, ma con la chemio era diventato come zio Fester e gli puzzava pure l’alito!”. Noooo, bello più de prima e con l’aria scavata e sofferta che intriga.
    E me lo fai morì tra le sue braccia? Te pozzino!!!!!!!
    A te il premio “Storia di una capinera” con ignomia e bando perpetuo fino a seguito della storia e miracolosa resurrezione di Edward (se vuoi puoi ispirarti ad “Arrow”: lì sono già morti e risorti tutti almeno un paio di volte).
    Epigrafe per te: “Non ragionar di lei, ma guarda e passa"...fino a rinsavimento.

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    1. Mi sto adorando dalle risate per la tua recensione!!!
      Ahhahahahahahahhahahah!!! Ciaspola sei un mito!!

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  7. Mi è piaciuta molto la prima parte di questa storia, la nascita dei loro sentimenti, l'inizio di una storia che però sembra non poter avere un futuro...Ma poi perché mi hai fatto morire Edward? Ci sono rimasta troppo male, mi veniva da piangere :'(
    In ogni caso mi è piaciuta molto la storia, in particolare l'atmosfera data dai caminetti che la pervadeva. Complimenti!

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  8. Non so perchè, ma già dall'inizio annusavo la tragedia, nonostante l'atmosfera leggera/hot che aveva la fanfiction. Sei stata veramente brava a farmi stare col dubbio fino all'imprevedibile twist che ha avuto la storia, però quanto soffro ogni volta che Edward muore!!!
    Bravissima,
    Aleuname.

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  9. Mi è piaciuta la storia della settima free, scambi e divertimento. Trovo che la settimana insieme, in alcuni punti, sia stata eccessivamente descritta e la storia in generale è davvero tanto lunga ma si fa leggere volentieri. L'ultima parte, invece, mi ha coinvolto davvero tanto. Non amo le tragedie ma nella parte finale mi hai letteralmente rapito e portata in quella stanza.
    Complimenti e grazie.
    p.s. ho amato all'inverosimile Emmett.

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  10. Molto struggente sul finale, decisamente porno la prima parte. Magari avrei amalgamato i due argomenti in modo da non risultare così staccati, con una differenza di tono così netta. Nella prima parte avrei messo un po' meno sesso e un po' più di reciproca conoscenza. Però è una bella storia. 1 punto.

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  11. Storia molto coinvolgente, sensuale e ben scritta. Unico nei (ma piccolo piccolo) forse un po' troppo lunga per l'articolazione della trama in soli due punti. Ti perdono il finale tragico solo perchè mi ha fatta emozionare tanto (pure troppo!!!) Bravissima. Cristina.

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  12. Una storia particolare che mi ha presa molto, devo dire la verità.
    Sono rimasta come una scema quando ho iniziato ad intuire che non sarebbe finita bene e...porca miseria è finita malissimo!!!
    Hai descritto molto bene il nascere del loro sentimento e il loro cercarsi e volersi. Ma hai trasmesso altrettanto bene il dolore presente in quella stanza di ospedale.
    Veramente brava ... da parte mia una applauso per e a questo Emmett.
    Complimenti.

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  13. BARBARA PETRELLA ASSEGNA 4 PUNTI A QUESTA STORIA

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  14. Solo un appunto... è troppo lunga per essere una shot, ma è ben descritta e mi piace come descrivi il loro sentimento.

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  15. Non si fa. No no no no!
    Una tragedia così no! Edward morto no.
    No no no!
    Non ti perdonerò mai! Mo' cerco di scoprire chi sei.......
    Brava però per le grandi emozioni suscitate!

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