lunedì 9 maggio 2016

MATAVANU




TITOLO STORIA: MATAVANU

Rating: Rosso

Genere: Drammatico

LOGLINE
Un coraggioso guerriero dagli occhi verdi sfida uomini e dei per salvare la sua amata. Sarà sufficiente per conquistare il diritto alla vita? L’amore vincerà sulla morte?

SINOSSI
Nella pace dei Mari del Sud, una terribile minaccia turba la quiete del villaggio. Due giovani innamorati osano l’impensabile, sfidando la collera divina e commettendo il più imperdonabile dei tradimenti. Nell’epico scontro tra vecchie e nuove divinità, tra la vita e la morte, i nostri due protagonisti cercano di sopravvivere all’incendio che tutto inghiotte. Saprà il loro amore essere più forte della morte?









Matavanu

1870, Isola di Savai’i, Samoa


Era una splendida giornata di aprile, nel villaggio di Tuasivi, sulla costa orientale dell’isola di Savai’i. Come quasi ogni giorno, in quell’angolo di paradiso nei Mari del Sud, una fresca brezza accarezzava le foglie delle alte palme da cocco, che incorniciavano graziosamente la spiaggia di sabbia bianchissima. Le piroghe, ormeggiate poco oltre il bagnasciuga, ondeggiavano appena, appoggiate in un’acqua così trasparente che sembravano fluttuare nell’aria. Un po’ più lontano dal mare, verso la foresta, le ampie fales, le capanne senza pareti esterne e dai tetti arrotondati fatti di foglie di palma intrecciate, dove si svolgeva la vita della comunità, segnavano l’inizio del villaggio. Sullo sfondo l’immensa, fitta foresta tropicale, di un verde così brillante che sembrava lucidato, si inerpicava sulla montagna, creando con i suoi chiaroscuri un magnifico contrasto con il cielo azzurrissimo, appena punteggiato da qualche nuvoletta bianca. L’insieme suggeriva una tale armonia con la natura, una pace, una perfezione, che non c’era da meravigliarsi se nel mondo occidentale, lontano migliaia di miglia, le leggende sulla bellezza di quei luoghi paradisiaci si andavano moltiplicando.

Eppure, avvicinandosi al centro del villaggio, anche un ignaro visitatore avrebbe colto una tensione nell’aria, una disperazione, una vibrazione sinistra, del tutto inusuali per quei luoghi baciati dalla dolcezza di un paradiso in terra. Il consueto cicaleccio delle fanciulle intente a intrecciare collane o stuoie, il vociare delle donne che correvano dietro ai bambini, il sussurrare degli anziani seduti a fumare e chiacchierare, il richiamo dei pescatori che tornavano dal mare o degli uomini che rientravano dalla caccia o dalla raccolta, i canti e le risate, insomma, i normali suoni e rumori del villaggio, erano completamente assenti. Al loro posto, un agghiacciato e assordante silenzio, rotto solo dal canto indifferente dei tanti uccelli e dal respiro rumoroso della foresta.

In effetti, gli abitanti di Tuasivi non erano spariti. Erano invece tutti lì, nello spiazzo al centro del villaggio, seduti a terra nella sabbia bianca, stretti gli uni agli altri per darsi coraggio, le mani intrecciate, le teste basse. Una massa compatta di corpi bruni e folte capigliature nerissime, di paglia intrecciata e di ornamenti di conchiglie, che tintinnavano e frusciavano a ogni minimo spostamento. Stavano attendendo un verdetto terribile e le loro anime erano straziate dalla paura, e dalla pena, per ciò che sarebbe stato.

Erano mesi, ormai, che il villaggio aveva perso la sua pace. I forti tremori della terra e gli sbuffi impazienti del vulcano, in cima a quella bella montagna verde che pareva così pacifica a un primo sguardo, aumentavano di intensità e di frequenza ogni giorno di più. Il significato era ormai chiaro a tutti, ma gli sciamani lo avevano confermato, senza ombra di dubbio, alcune notti prima, dopo avere interrogato gli dei. Il dio del Fuoco, il potente Matavanu, che risiedeva nel cuore del vulcano, era di nuovo irrequieto e sofferente. Dopo tanti anni di solitudine, desiderava una nuova sposa, che lenisse il suo ardore e gli impedisse di scatenare la sua ira di fuoco e lava sui villaggi dell’isola.

Così, i Matai, i capofamiglia di tutte le aiga, le famiglie, insieme agli sciamani, si erano riuniti ai piedi della bocca del vulcano per chiedere al dio quale delle fanciulle vergini dell’isola desiderasse come propria moglie. Il rito era persino agghiacciante nella sua semplicità: dopo avere invocato il dio, ognuno dei Matai avrebbe inserito alcune conchiglie in un cesto. Ogni conchiglia, diversa per forma e colore, rappresentava una fanciulla della propria famiglia. Gli sciamani avrebbero poi eseguito una danza sacra, agitando il cesto sempre più forte. La prima conchiglia che fosse caduta a terra, ai piedi della bocca fumante del vulcano, avrebbe determinato la sfortunata prescelta, a cui sarebbe toccato il grande onore di essere sposa di un dio, ma che avrebbe perso la sua vita terrena in modo atroce e cruento, gettata viva nelle braccia infuocate del divino marito.

Intanto, nel villaggio, l’attesa era diventata così lunga e snervante che gli abitanti iniziavano a rompere l’immobilità e il silenzio; brevi parole di conforto, qualche raro lamento, anche qualche imprecazione. I bambini più piccoli piangevano per la fame o si agitavano per l’impazienza, non capendo fino in fondo la situazione ma sentendo il nervosismo degli adulti.

“Isa…” sussurrò la piccola Ali’i alla sorella maggiore, che la teneva stretta a sé.
“Sta’ tranquilla, andrà tutto bene”, mormorò di rimando Isa Bel, anche se non ci credeva nemmeno un po’.
“Isa, non possono scegliere te. Tu sei già promessa a Edwati! Nostro padre non lo permetterà!”.
“Ali’i, stai zitta!”, la rimproverò Isa Bel. “Chiunque scelgano… una di noi morirà”, concluse rabbrividendo, mentre dava voce al pensiero di tutto il villaggio, con quelle poche parole.
La piccola Ali’i iniziò a piangere. “Shhh…” cercò di calmarla Isa Bel, cullandola.
Prese fiato per dirle qualcos’altro, ma non poté proseguire, perché qualcuno gridò: “Eccoli, ritornano!”, indicando una fila di puntini sulla montagna.

A quel punto, scoppiò il caos. Alcuni iniziarono a correre verso la montagna, molte fanciulle scoppiarono a piangere e si strinsero ancora di più le une alle altre. Ci fu chi si alzò, chi si buttò in ginocchio, chi iniziò a tirarsi i capelli per l’ansia, altri gridarono forte, come se non potessero più tenersi dentro tutta quella tensione. Padri, madri, sorelle, fratelli: anche chi non rischiava direttamente di morire tra le fiamme del vulcano, era però pieno di terrore per la sorte delle fanciulle della propria famiglia.

Finalmente la lugubre processione formata dai Matai del villaggio e da uno degli sciamani arrivò davanti alle capanne, per annunciare il nome della prescelta. Intorno a loro si posizionò la fila degli aumaga, i giovani guerrieri che avevano scortato i Matai fino alla base del vulcano, restando poi indietro a proteggerli da qualsiasi possibile interruzione mentre eseguivano il rito. Tra loro, Edwati, che non esitò a rompere la formazione e a raggiungere la sua Isa Bel, stringendola tra le braccia con un sorriso incoraggiante. Lui non sapeva, naturalmente, quale conchiglia fosse stata estratta, ma era certo che Isa Bel, già promessa a lui, non fosse inclusa nel numero delle possibili vittime.

Edwati e Isa Bel erano una coppia da quando entrambi avevano memoria. Lui era naufragato 17 anni prima sull’isola, insieme ai genitori, proprio sulla spiaggia di Tuasivi. All’epoca era un frugoletto di quattro o cinque anni, bianco e rosa con i capelli di uno strano color rossastro e gli occhi verdi come il mare. Incantati da quei colori che non avevano mai visto, i Samoani lo avevano toccato con curiosità e tenerezza, traendolo in salvo insieme alla madre. Il padre non era arrivato vivo alla spiaggia, purtroppo, e pochi giorni dopo anche la madre, provata dagli stenti patiti in mare, aveva esalato l’ultimo respiro, non senza raccomandare quel suo piccolino alle donne del villaggio, in una lingua che non capivano ma con dei gesti universali che avevano perfettamente compreso e onorato.

Il piccolo parlava anch’esso una lingua sconosciuta, ma continuava a ripetere una parola che suonava come Eduolt, Idualt, qualcosa del genere. Così, un po’ per assonanza, un po’ perché pareva adeguato come significato, il piccolo era stato chiamato Edwati, una commistione tra il nome impronunciabile che lui sembrava gradire, e il locale Eteuati, che vuol dire “dono divino”. In effetti, giunto misteriosamente dall’oceano e con quegli occhi strani e la pelle chiara, molti pensavano fosse un figlio del dio del mare e lo trattarono sempre con una certa deferenza.

Appena ripresosi dalla morte della madre, nutrito e rifocillato, il piccolo Edwati uscì dalla capanna e osservò il villaggio. Il suo sguardo fu subito attratto da un gruppetto di bambine, sedute nella sabbia bianca, che pasticciavano con un gran mucchio di fiori colorati. Le osservò per un po’, poi d’un tratto si fiondò, con entusiasmo e innocenza di bambino, verso la piccola Isa Bel, che con le manine paffute stava cercando di intrecciare alcuni fiori. Le disse qualcosa, che lei ovviamente non capì, e poi le stampò un bacio umido sulla guanciotta, tra le risate intenerite dei presenti. Lei sgranò gli occhioni nocciola, poi prese uno dei fiori che aveva in mano e glielo mise nei capelli.

Da allora crebbero insieme, inseparabili. Nuotarono insieme, e insieme affrontarono infinite avventure nella foresta. Si tennero la mano a vicenda quando erano ammalati, o quando un’erba urticante o un insetto dispettoso creava loro dolorosi eritemi. Quando lui divenne adulto, un poderoso e agile giovane guerriero, dalla pelle di un bel color bronzo dorato per la continua esposizione al sole, i tatau di cui si ricoprì parlavano di lei. Mentre la dolce Isa Bel, divenuta una splendida fanciulla dal corpo flessuoso e i capelli di seta, la più bella delle perle dell’isola di Sava’i, non aveva occhi che per lui.

Ora stavano per mettere su famiglia: il padre di lei, Karli’i, l’aveva promessa ufficialmente a Edwati qualche settimana prima e il matrimonio si sarebbe celebrato alla seguente Luna piena. Ora Isa Bel, mentre ricambiava la stretta di Edwati, sperava, sperava fortemente, che nessuna delle fanciulle del villaggio fosse stata scelta dal vulcano. Certo, una ragazza, una giovane vergine dell’isola, stava per perdere la sua vita terrena e sposare il dio del Fuoco. Era un pensiero terribile. Ma almeno, che fosse di un altro villaggio! Una faccia che non conosceva, una famiglia a cui non era legata, così che nulla funestasse poi la gioia per quell’unione, attesa da tutti, tra lei e Edwati.

Il momento era giunto. Lo sciamano avanzò, seguito dagli occhi sbarrati di tutto il villaggio. Allungò la mano e tutti trattennero il fiato. Se avesse lasciato cadere un semplice sasso, significava che la prescelta era di un altro dei villaggi dell’isola. Ma se fosse stata una conchiglia, allora il Matai della famiglia a cui apparteneva la fanciulla, sarebbe andato a prenderla per mano e l’avrebbe condotta dallo sciamano, dando inizio al rito del matrimonio con il dio.

Lo sguardo impassibile e indecifrabile, lo sciamano lasciò cadere l’oggetto. Tutti si accalcarono per vedere, coprendo la visuale agli altri dietro.
“E’ una conchiglia…una conchiglia bianca!”, sussurrarono agghiacciati i primi della fila. “Una conchiglia bianca!” ripeterono quelli più indietro, trasmettendo il triste responso. Davanti, tra i Matai, Karli’i barcollò. Gli altri lo guardarono, severi, così sollevati che le loro figlie fossero salve, da diventare crudeli verso il povero Matai della famiglia segnata dal grande onore, e al tempo stesso colpita dal grave lutto, in ogni caso predestinata a sollevare tutti loro dalla paura e dal pericolo.

“Fai quello che devi, Karli’i. Valla a prendere!”, lo incitarono.

Karli’i, come sospinto da una forza estranea, il bel viso contorto in una smorfia di terrore e sorpresa, perché nemmeno i Matai sapevano quale conchiglia fosse stata estratta, fino al momento dell’annuncio ufficiale, avanzò. Davanti a lui gli abitanti del villaggio si separarono, come sospinti da una invisibile corrente. Si fermò davanti all’adorata figlia e allungò una mano. “Vieni, Isa Bel”, mormorò straziato. Lei sollevò lo sguardo su quel volto amato e il suo cervello si rifiutò di capire. Restò lì con la bocca socchiusa, immobile. Chi invece capì in fretta, e reagì, fu Edwati. Con uno strattone portò Isa Bel dietro di sé, facendole scudo con il proprio corpo.

“Cosa dici, Karli’i! Isa è la mia sposa, non è disponibile per il dio del Fuoco! Dovrete fare un’altra scelta!”, ringhiò.
Karli’i lo guardò, disperato. “Il matrimonio non è ancora stato celebrato, Edwati. Lei è vergine, e Matavanu ha scelto. Non possiamo fare nulla…”, quasi singhiozzò il povero padre.

Gli altri guerrieri si avvicinarono minacciosi. “Fatti da parte, Edwati. Conosci la legge. Tutte le fanciulle vergini possono essere le prescelte. Non vorrai mettere in pericolo tutti noi, facendo adirare il dio del Fuoco?” gli gridò uno di loro, mentre gli altri annuivano e sollevavano le lance.
Karli’i a quel punto sembrò recuperare un po’ di autorità, e sollevò una mano, imperioso, a zittirli. Poi lentamente, fissando la figlia nei begli occhi nocciola, sollevò nuovamente l’altra mano, ripetendole dolcemente “Isa Bel”. E stavolta, lei sgusciò da dietro le protettive, amate spalle del suo Edwati, posò la manina in quella del padre, e sussurrò “Eccomi”.

Edwati tentò nuovamente di reagire, ma fu circondato in un lampo dagli altri guerrieri, le lance spianate a separarlo da Isa Bel, ormai stretta, prigioniera, nel cerchio formato dai Matai e dallo sciamano. Non era già più sua, era la futura sposa del dio del Fuoco, ora.

Più indietro, nel gruppo delle donne del villaggio, la madre di Isa Bel si accasciò, svenuta, con un piccolo grido, mentre Ali’i singhiozzava, rannicchiata sul suo corpo esanime.


Villaggio di Tuasivi, quella sera

I festeggiamenti per il matrimonio di Isa Bel con il dio del Fuoco proseguivano ormai da ore. Lei sedeva, muta, tra sua madre e suo padre, leggermente stordita dallo shock, dai canti rituali, dalle percussioni ossessive, e anche dal fumo dell’oppiaceo che lo sciamano le aveva fatto inalare per iniziare a prepararla all’incontro ultraterreno che l’attendeva. Agghindata con i ricchi paramenti di chi sposava un Matai, secondo la tradizione riceveva i saluti e le felicitazioni di ciascuno degli abitanti del villaggio, che a turno le sfilavano davanti e le donavano chi un monile, chi un fiore, un cestino intrecciato. Piccole cose che avrebbero dovuto rallegrare la sua nuova capanna di giovane sposa, e che in questo macabro simulacro di un vero matrimonio sarebbero state poste in una grande cesta e condotte con lei, in cima al vulcano, anch’esse destinate a bruciare nel fuoco per seguirla nella sua nuova vita di moglie divina.

Le fanciulle, grate per essere scampate all’indesiderato onore di essere prescelte dal dio, e fiduciose che il sacrificio di Isa Bel avrebbe placato il vulcano, danzavano con fervore la Siva, sinuosa e sensuale. Scuotevano i fianchi e facevano frusciare i loro gonnellini di foglie essiccate, cantando al ritmo dei fala, i tradizionali strumenti a percussione. Ma le loro movenze allegre, i loro sorrisi allusivi, contrastavano quasi grottescamente con le espressioni stravolte dei genitori di Isa Bel, e lo sguardo vacuo di lei. Non le carezze amorevoli di uno sposo l’attendevano, infatti, ma l’abbraccio bollente e mortale di un dio.

Per quella notte, e solo per quella notte, Isa Bel era ancora una giovane futura sposa Samoana. Poi sarebbe stata accompagnata nella capanna dove avrebbe riposato, forse, pianto, sicuramente, da sola. Da quel momento, sarebbe stata considerata già una semi-dea, appartenente al mondo ultraterreno del suo sposo. Nessun essere umano avrebbe più potuto nemmeno sfiorarla, pena la morte. All’alba lo sciamano l’avrebbe prelevata, e la triste e solenne processione dei Matai e degli sciamani avrebbe risalito nuovamente la montagna, conducendola al suo destino. Lo sciamano le avrebbe offerto una pietosa bevanda fatta di potenti erbe magiche, per spegnere la sua sensibilità e la sua volontà, e renderle il meno doloroso possibile l’ultimo tuffo, nell’orrido cratere fumoso in fondo al quale rosseggiavano rocce incandescenti.

Edwati, disperato e furente, aveva detto addio a Isa Bel per primo, quando ancora il sole non era del tutto tramontato. L’aveva stretta a sé, l’aveva baciata a lungo, come a sfidare il suo rivale ultraterreno. L’aveva guardata negli occhi, intensamente, per trasmetterle tutta la sua forza, tutto il suo amore. Infine le aveva mormorato qualcosa, una promessa che il vento e l’emozione si erano portati via, quindi si era voltato ed era corso lontano dal villaggio, nella foresta, il più distante possibile dai canti e da quella lugubre festa di matrimonio che era in realtà un funerale. Quello della donna che amava.

Isa Bel, nel suo stordimento, lo aveva comunque cercato con lo sguardo per tutta la sera, mentre il buio inghiottiva i tetti delle capanne, intorno ai fuochi, nei gruppi di giovani guerrieri che ora danzavano la Sasa, schiaffeggiando i propri corpi e gli strumenti a percussione in un ballo rituale virile e pieno di energia. Ma di lui non vi era traccia. L’aveva abbandonata per scappare lontano, vinto dall’impotenza e dal dolore. Isa Bel capì che non lo avrebbe mai più rivisto; e quella consapevolezza ebbe il potere di spezzarla. Vacillò, si accasciò tra le braccia della madre, scatenando nuovamente il suo pianto disperato e dando così il segnale inequivocabile della fine dei festeggiamenti. Era come se il suo corpo mortale avesse preso coscienza di essere ormai inutile: Isa Bel era pronta ad arrendersi al suo dio.


Più tardi, nella notte

La povera Isa Bel singhiozzava sommessamente, sul suo giaciglio nella capanna dove era stata condotta semi-svenuta e lasciata sola. Fuori, i guerrieri, i Matai e la comunità tutta vegliavano, a protezione di colei che ormai era entrata formalmente in una condizione di semi-divinità, ma anche per impedirle qualsiasi insensata fuga. La capanna, illuminata da due fiaccole, era adorna di ogni ricchezza: arredi prestati dai Matai per l’occasione, suppellettili di vario tipo, oltre ai doni di nozze che Isa Bel doveva portare con sé nel suo viaggio senza ritorno. Nascosto dietro una delle grandi ceste qualche animale notturno si agitò piano, mentre, sfinita, Isa Bel finalmente si addormentava.

Si svegliò di soprassalto, confusa, con la strana sensazione di un peso addosso. Si guardò intorno e credette di sognare. Proprio sopra di lei, vicinissimo, l’amato viso del suo Edwati la fissava con quegli occhi verdi inconfondibili. Isa Bel si concesse un sorriso, ma lui le mise una mano sulla bocca, sussurrando “Shhhhh”. Certo era un sogno, ma pareva così vero... Edwati si sollevò un po’ da lei, ripetendole piano: “Sh-shhh, Isa Bel”. A quel movimento, lo sguardo di lei scese appena, accarezzando il possente petto nudo di lui, le spalle, il torace coperto di tatau. Era bello, era caldo, era rassicurante. Era…nudo! Isa Bel si accorse con orrore che anche lei era completamente nuda, sotto di lui, e iniziò ad agitarsi. Come se si attendesse quella reazione, Edwati strinse la presa sulla bocca della ragazza, e la mantenne immobile con il suo corpo. Quando Isa Bel smise di muoversi e lo fissò, sconvolta, Edwati ricominciò a parlarne, così piano che sembrava solo muovere le labbra. “Isa Bel, io ti salverò. Te l’ho promesso, oggi, e manterrò la mia parola.”.

Tacque per un momento, attese che il senso completo delle sue parole penetrasse la mente sconvolta della fanciulla, quindi proseguì:
“Per essere sacrificata al dio del Fuoco devi essere vergine. E allora io adesso farò ciò che avrei dovuto fare settimane fa. Sarai mia, Isa Bel. Anche se solo per questa notte.”.

La ragazza sgranò gli occhi e iniziò a scuotere la testa, freneticamente. Edwati mantenne salda la presa su di lei, e continuò a parlarle, fissandola con uno sguardo di brace:

“Isa Bel, lo farò comunque, lo capisci? E’ l’unico modo per salvarti, e sarò felice di morire al posto tuo. Ma questa sarà la nostra unica notte, per tutta la vita a venire. Dunque ti chiedo: è così che vuoi che avvenga? O posso togliere la mano dalla tua bocca e baciarti? Isa Bel, posso fidarmi di te?”.

Gli occhi della fanciulla saettarono all’ingresso della capanna, quindi tornarono su Edwati. Se anche avesse gridato, lui avrebbe fatto in tempo comunque a portare a termine il suo piano. A quel punto lo avrebbero strappato dalle sue braccia, immediatamente, ma sempre troppo tardi per salvarlo.

E poi stava così bene, stretta al suo petto muscoloso … calda, protetta, amata, dopo l’ansia e il dolore di quelle ultime ore. Isa Bel regalò a Edwati il primo sguardo vivo e vero di quella orribile giornata, quindi annuì appena. Lui lasciò piano la mano che le copriva la bocca e, quando vide che Isa Bel non aveva più intenzione di ribellarsi, abbassò lentamente il capo e la baciò.

Fu un bacio tenero, intenso, crescente. Edwati si riappropriò della dolcezza delle labbra della sua amata, assaporò la sua piccola lingua, vezzeggiò il suo viso, sfiorò col proprio respiro caldo l’incavo del suo collo, le mordicchiò il lobo dell’orecchio. Isa Bel era completamente sciolta nelle braccia di Edwati, un languore bollente che si impadroniva del suo basso ventre, mentre il giovane guerriero si faceva più audace. Lasciò scivolare con reverenza e ardore le mani su di lei, scoprendo i suoi piccoli seni, accarezzandole lieve i fianchi, mentre il corpo della ragazza rispondeva d’istinto, vinto dalla passione. Un rumore fuori dalla capanna gelò per un attimo i movimenti di Edwati, che si immobilizzò. La gravità della situazione occupò nuovamente la sua mente, ridandogli lucidità e determinazione. Guardò teneramente negli occhi la sua Isa Bel. “Alofa, amore”, iniziò, vinto per un attimo dalla timidezza, e dalla enormità del sacrilegio che stava per compiere. Lei ricambiò l’intensità del suo sguardo. “Se questa sarà la nostra unica notte, per tutta la vita”, gli disse semplicemente, ripetendo le sue parole di poco prima e accarezzandogli il viso, “allora, fa’ che non possa dimenticarla, mai”.


E così Edwati si posizionò all’entrata di lei e spinse, piano. La passione che avevano condiviso, l’amore che li legava, la fiducia di Isa Bel, gli resero il compito più facile. Quando iniziò a sentire un po’ di resistenza, esitò appena. Poi, occhi negli occhi, le mani intrecciate, affondò, dando a lei la vita e a sé la morte.

Isa Bel non chiuse gli occhi alla fitta di dolore che l’attraversò. Non abbandonò mai lo sguardo di Edwati. Non quando lui iniziò a muoversi dentro di lei, prima lentamente, delicatamente, poi in profondità, a un ritmo sempre più incalzante. E nemmeno quando sentì montare una sensazione potente, inarrestabile, nella quale si tuffò fiduciosa, come quando insieme a Edwati, da bambina, stringendogli la mano si buttava di testa tra le onde. Continuò a fissarlo, rapita, quando i lineamenti di lui si contorsero in una lieve smorfia, quasi di dolore, mentre raggiungeva l’apice e si riversava tutto dentro di lei: corpo, mente, anima, cuore. Edwati trasferì dentro Isa Bel tutta la sua energia, il suo amore, la vita che non avrebbe vissuto, i tramonti che avrebbe perso, le corse mancate, le risate, i baci, i ricordi.

Ansimanti, i due giovani si baciarono, respirando uno nella bocca dell’altra, appaiando i battiti impazziti dei loro cuori, accarezzandosi a vicenda i corpi tremanti, stringendosi in un abbraccio che doveva durare una vita, doveva valere una vita. E poi ricominciarono ad amarsi, per tutto il resto della loro breve notte, come se davvero fossero solo due giovani sposi, nel pieno delle loro forze, come se l’alba dovesse portare loro un’altra meravigliosa giornata insieme, e non una condanna a morte.

Fuori dalla capanna, i lievi singulti che giungevano da dentro, i sospiri, i sussurri, vennero creduti, pietosamente, i lamenti della povera Isa Bel, che piangeva sul proprio destino, e nessuno entrò.

Alla fine Isa Bel si addormentò tra le braccia del suo amore, vinta dalle troppe emozioni. Edwati, invece, rimase a fissarla, il poderoso corpo tatuato sdraiato su un fianco, la testa sostenuta dalla mano, un lieve sorriso sulle labbra. Attese che lo sciamano, all’alba, entrasse nella capanna, e potesse testimoniare senza ombra di dubbio l’avvenuto sacrilegio. Solo allora si alzò dal giaciglio e lo seguì, in silenzio, fuori dalla capanna, andando incontro alle lance spianate degli altri aumaga, affrontando a testa alta e con uno sguardo di sfida gli attoniti Matai, fronteggiando sprezzante gli abitanti del villaggio, che piano piano prendevano coscienza dell’impensabile tradimento, dell’indicibile offesa al dio, e anche, come secondo pensiero, dell’incubo che ricominciava. Perché se Isa Bel era salva, un’altra fanciulla avrebbe dovuto prenderne il posto.

Le grida crescenti e sempre più minacciose fuori dalla capanna finirono per svegliare Isa Bel, che aprì gli occhi, e si trovò sola. Terrorizzata da ciò che sapeva stesse per succedere, si coprì velocemente e si precipitò fuori. Raggiunse senza fiato la spiaggia, dove avevano trascinato Edwati e lo avevano fatto inginocchiare davanti allo sciamano, pronti a sentir pronunciare e ad eseguire l’inevitabile e immediata condanna a morte.

Isa Bel fece in tempo a gridare “No!” con tutto il fiato che aveva in gola, ma sentì il suo urlo decuplicato, reso potente e disumano da un rumore assordante e tremendo.

La terra iniziò a tremare violentemente, gettando a terra le persone, rendendo impossibile ai guerrieri mantenere la presa su Edwati. Le capanne ondeggiarono e cominciarono a collassare, le noci di cocco caddero dalle alte palme come dei proiettili mortiferi sugli abitanti del villaggio, i quali iniziarono a scappare in tutte le direzioni, impazziti dal terrore. Un enorme scoppio, dalla cima della montagna, buttò nuovamente a terra chi era appena riuscito a rialzarsi, e una pioggia di pietre pomici si abbatté sul villaggio. Una enorme colonna di fumo nero si alzava ora dalla montagna, oscurando la luce del sole, mentre un fiume di lava incandescente iniziava a scorrere veloce verso il villaggio, ingoiando la foresta come un terribile mostro fiammeggiante.

Isa Bel, in ginocchio accanto a Edwati, piangeva disperata: “Cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo fatto, Edwati?”. In mezzo a tutto quell’inferno, lui le prese il viso tra le mani, rassicurandola: “Tu non hai fatto niente, Isa Bel, sono io il colpevole, non tu”.

“Ora il dio del fuoco verrà a prenderci tutti!”, singhiozzava Isa Bel. “Mio padre, mia madre, Ali’i! Moriranno per colpa nostra!”.
“Per colpa mia, Isa Bel, solo mia”, ripeté lui, tremante suo malgrado.

Edwati si guardò intorno: erano rimasti soli. Gli abitanti erano fuggiti verso la foresta, cercando di evitare il fiume di lava che lentamente, ma inesorabilmente, scendeva verso la spiaggia, mentre la terra continuava a tremare. Solitaria, una piroga ancora ormeggiata ondeggiava, quasi a riva.

“Vieni, Isa Bel! Vieni con me!”. Edwati trascinò Isa Bel fino al bagnasciuga, la prese tra le braccia e la caricò a forza sulla piroga. Mentre lei si accasciava, distrutta dalle lacrime e dal terrore, sul fondo dell’imbarcazione, lui diede un deciso colpo di remo, allontanandosi verso il mare aperto. Non aveva accettato di sacrificare la propria vita solo per vedere Isa Bel morire comunque, ghermita dall’abbraccio mortale del dio del Fuoco. Avrebbe lottato per lei, fino in fondo. Remò con tutte le sue forze, remò con tutta l’anima, i tatuaggi che sembravano vivi, sui muscoli guizzanti, lucidi per lo sforzo.

E in quel momento, sospeso tra la vita e la morte, inseguito dalla furia disumana del vulcano, Edwati prese un’altra decisione impensabile. Mentre il villaggio abbandonato spariva inghiottito dalla lava, virò decisamente verso sinistra, verso il villaggio tapu, proibito, di Sapapali’i, sul lato opposto dell’isola. Là dove gli sciamani avevano vietato di avventurarsi, pena la morte. Là dove, si vociferava, non si onoravano gli dei della tradizione, non si seguivano le leggi, e un nuovo potente Dio straniero cambiava per sempre le menti delle persone. Là dove, forse, due reietti come loro, macchiati dalla collera del dio del Fuoco che aveva distrutto il villaggio per purificarlo dal sacrilegio compiuto, potevano trovare pace.


1875, villaggio di Sapapali’i


Sulla spiaggia di Sapapali’i, una giovane donna con lunghi, lucidi capelli castani e un dolce sorriso raccoglieva le conchiglie nell’acqua bassa, tenendo per mano un bellissimo bambino di circa 4 anni, dalla pelle scura e magnifici occhi verdi. Appoggiato ad una palma, un uomo la osservava, sorridendo. Pelle dorata, occhi verdi, strani capelli rossicci, l’uomo indossava abiti occidentali, una camicia chiara, giacca scura. Guardava sua moglie e suo figlio sguazzare felici sul bagnasciuga, e ringraziava il Dio dei suoi genitori, un Dio che aveva ritrovato nel momento più buio della sua esistenza, quando tutto sembrava perduto. Un Dio che lo aveva protetto quando aveva osato l’impensabile, che lo aveva salvato dal rimorso di un inesistente peccato mortale, che gli aveva consentito di ritrovare la sua gente, quei Battisti inglesi il cui ricordo infantile era riemerso piano piano, insieme alle preghiere che gli mormorava sua madre da piccolo, e alle parole che gli aveva insegnato suo padre in quei primi anni di vita che credeva di aver cancellato per sempre. Un Dio, infine, che dopo tante sofferenze aveva toccato il cuore di sua moglie, sollevandola dall’angoscia, consentendole di perdonare, e di perdonarsi. Di voler vivere. Per se stessa, per suo figlio e per il suo amato Edwati, che aveva infranto ogni legge umana e divina, unicamente per lei.

Finalmente li attendeva una dolce promessa di vita, una vita donata da quel Dio benevolo, ora lo sapeva, per amore, solo per amore.



Storia liberamente ispirata alle tradizioni Samoane.






23 commenti:

  1. Grazie per il bel viaggio! All'inizio non mi entusiasmava parecchio ma su quell'ultima piroga a remare sono salita anche io!!!
    Brava!!!
    Georgia

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  2. Ho adorato le tue descrizioni dei luoghi, dei costumi, delle usanze di un popolo che non conoscevo!!! Mi è piaciuto l'impegno che hai messo nello scrivere questa storia, devi aver fatto delle ricerche approfondite!!! E non parliamo dell'Edwati tutto tatuato, per favore!!! Io me lo sogno stanotte!!!
    Grandissima,
    Aleuname.

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  3. Bellissimo racconto. Scritto così bene che mi sono ritrovata anche io in quel l'isola da sogno con un vulcano arrabbiato... ed ovviamente nella tenda a fare dispetto al Dio! Ihihih!
    Brava! Bellissima ambientazione e descrizioni perfette... complimenti!

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  4. Complimenti anche da parte mia. Idea molto suggestiva, Ed mezzo nudo e tatuato ha sempre il suo porco perchè, quando poi è così ribelle, cattura proprio il cuore. BEllissima ambientazione, scrittura perfetta, trama intrigante, finale perfetto.
    Brava davvero

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  5. Commovente, struggente. La descrizione del paesaggio evoca Gaugin e il sacrificio della vergine richiama antichi miti, Ifigenia in testa. Molto più bella questa versione dove l’insensato rito serve almeno a placare la furia del vulcano e non a favorire la navigazione di una flotta destinata a portare morte e distruzione. Delicato il rapporto tra la ragazza samoana e il “dono del mare” dai capelli ramati, un rapporto nato dal gioco e dalla complicità dell’infanzia per svilupparsi fino diventare un sentimento per il quale si è disposti a sfidare l’ira degli dei e degli uomini. Come non innamorarsi di questo bellissimo ragazzo dal corpo tatuato che non è disposto a farsi intimidire da tradizioni, superstizioni e anatemi per consentire alla ragazza che ama di continuare a vivere anche se questo significa sacrificare la propria vita? Bellissima storia, complimenti.

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  6. errata corrige: Gauguin

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  7. Mi struggo di tenerezza a pensare all’amore tra questi due ragazzi, puro, immenso, viscerale. Al terrore che devono aver provato a sfidare convenzioni, religioni, la famiglia, gli dei. A cosa può voler dire credere di aver distrutto un mondo intero. E alla forza che ci vuole, per scegliere di ricominciare a vivere…

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  8. La prima cosa che mi viene in mente è "Hai capito Edwani..." giustamente ha pensato ad un bel modo per risolvere il problema... soprattutto se poi non incorreva nella morte.
    Comunque, a parte gli scherzi, è stato un bel viaggio... in un paese lontano ed esotico.
    Il finale, per me, un pò troppo "religioso" ma una bella storia tenera.
    Grazie.

    JB

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  9. Che meraviglia!!
    Mi è piaciuto tutto: la storia, la descrizione dei luoghi, i personaggi, l'amore, la paura, la superstizione, il ritrovare le proprie origini. Scritta in maniera superlativa, senza un errore di alcun genere, è una storia molto intensa, suggestiva. Adoro le storie così. Sei stata bravissima. Grazie. Grazie per ogni emozione provata.

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  10. Immagino quanto lavoro di ricerca ci sia dietro questa storia romanticamente struggente.
    Brava. Davvero complimenti. Coinvolgimento associato a un racconto di altre civiltà.
    Corretto e molto ben scritto, giusto alcuni refusi.
    Jo T.

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  11. Davvero bellissima. Mi pareva di essere su quell'isola, vedere lo scoppio del vulcano, l'angoscia di lei, la forza di lui. Un bellissimo viaggio...grazie@

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  12. Ho adorato questa storia dalla prima all'ultima parola. Mi è piaciuta l'accuratezza che hai usato per descrivere i luoghi, l'ambientazione, i rituali e le emozioni dei personaggi. Mi è sembrato di essere lì con loro e infatti ho provato un'ansia pazzesca ahah
    Mi è piaciuto che Edward (anzi, Edwati) sia stato pronto a sacrificare la sua stessa vita per salvare quella della sua amata, è una cosa così romantica e coraggiosa! Poi bellissimo il fatto che si siano amati fin da piccoli, come se da sempre fossero destinati l'uno all'altra. Complimenti davvero per questa storia!

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  13. Non posso che accodarmi ai commenti delle altre lettrici. Una storia meravigliosa dalla prima all'ultima riga. Una storia piena di magia, descrizioni affascinanti, personaggi misteriosi e intensi. Bravissima, mi hai tenuta incollata al video per tutta la lettura con il cuore a mille! Cristina.

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  14. Storia bellissima e coinvolgente. Le descrizioni, i luoghi, i personaggi, mi è piaciuto tutto.
    La volontà di Edwati di salvare la sua amata a costo della propria vita, prendendo per sé e lasciando a lei qualcosa di così prezioso per entrambi è stato bellissimo.
    Il lieto fine è stato inatteso e particolarmente apprezzato visto che ero assolutamente certa che sarebbe finita in modo molto differente.
    Grazie per questa bellissima storia e complimenti.

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  15. Bellissima e Edward è un genio! Ha unito l'utile al dilettevole, così si fa. Grande fantasia e altrettanta ricerca per questa perla letteraria, scritta inoltre in modo impeccabile. A te i miei 2 punti.

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  16. BARBARA PETRELLA ASSEGNA 2 PUNTI A QUESTA STORIA

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  17. è una storia bellissima, ricca di descrizioni e ben costruita.
    i miei complimenti. stupenda. mi è veramente piaciuta.

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  18. CHIARA AMADORI ASSEGNA A QUESTA STORIA 3 PUNTI

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  19. Bellissima storia che ha del mitologico e del primitivo, che da sempre mi affascinano!
    Bravissima davvero!!
    E mi viene da aggiungere che...lo straniero ne sapeva una più dello sciamano, per fortuna!!!

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