Titolo
Il capitano
Sinossi
Il capitano
Genere
Dramma
Rating
Arancione
Sinossi
Al comando di un vascello completamente da ristrutturare, il capitano Edward Cullen vive le sue emozioni e i suoi ricordi sublimandoli nell’amore per il profumo del legno, del mare, del vento… Emozioni che lo porteranno a difendere la sua nave pur sapendo di non avere nessuna possibilità di successo.
Nell’affrontare la sua ultima battaglia, fonderà, in un’unica realtà, gli amori della sua vita, lasciandosi travolgere dall’illusione che siano una cosa sola.
Logline
Il capitano Edward Cullen è un uomo innamorato della sua nave in maniera totalizzante. Per lei farebbe tutto e più di tutto, tanto che nel suo immaginario, il vecchio vascello è una sublimazione della donna che ama.
A bordo non era rimasto più nessuno, a parte lui.
Solo allora, avvolti entrambi da quell’innaturale silenzio, poteva sentirla più sua di quanto non fosse.
La sua nave.
Una carcassa traballante il cui fasciame era tenuto assieme da mucchi di corde e nodi stretti tanto da essere inestricabili, ormai. Monconi di alberi che stavano venendo smantellati, un pezzo alla volta, assieme alle vele. I pochi cannoni rimasti erano stati tolti del tutto. Dove prima c’era stato l’albero di trinchetto, ora rimaneva un buco che passava la nave per la sua intera altezza, quasi.
Era una nave fantasma, ormai, lo spettro della nave gloriosa che era stata un tempo. Ma era il suo spettro, e nessuno poteva capire quanto lui si sentisse orgoglioso di quel legno marcio, di quel guscio ormai privo di qualsiasi energia. Se ne sentiva fiero come se fosse stato appena varato dal cantiere navale. E presto sarebbe tornata alla gloria. Rinnovata interamente, anche nel nome.
Edward Cullen, il Capitano, sorrise tra sé mentre passeggiava per il ponte centrale, diretto a poppavia con lentezza. Misurava la nave un passo alla volta; una mano dietro la schiena e l’altra che scivolava lungo la ringhiera della murata di tribordo, come un carezza. Il sorriso gli increspava le labbra in un’espressione di affetto paterno, sognante.
Poi si fermò, di colpo, alzando lo sguardo al molo e alle sue acque, su cui brillavano sparsi cristalli di luce provenienti dalle altre imbarcazioni attraccate. Piccole onde sciabordavano adagio contro la chiglia con un mormorio piacevole e rilassante. A suo modo ritmico.
La bava di vento gli baciò la pelle del viso, ora volto verso l’orizzonte indefinito dall’oscurità notturna. Gli solleticò i capelli liberi dal cappello che aveva lasciato nel suo nuovo alloggio. Perché, sì, aveva continuato a dormire lì, dentro quel guscio vuoto, quello spettro sul mare, giacché la terra ferma, da anni, non era più adatta a lui. Mentre alla gente comune il rollio faceva venire il mal di mare, per Edward era la dolcezza di una ninna nanna, l’oscillare amorevole di una madre che dondola la culla, e si sentiva a casa, nonostante non avesse mai avuto una famiglia che gli donasse quel tipo di calore e protezione.
Inspirò l’effluvio di salsedine fino a riempirsene i polmoni e poi espirò, lentamente, socchiudendo gli occhi per alcuni istanti.
C’era ancora molto da fare perché la nave fosse completamente disarmata e le parti danneggiate portate via. Avrebbe effettuato un accurato controllo e stilato la lista delle riparazioni da eseguire affinché il vascello avesse potuto veleggiare di nuovo.
Voleva dare il meglio, come e più di quello che aveva sempre fatto. Voleva dare il massimo perché era solo così che avrebbe potuto onorare la sua donna. Quella che amava e che presto avrebbe rivisto e fatta sua ancora una volta. Quella stessa donna che dava il nome alla sua nave.
Isabella Marie.
Un aperto sorriso fece capolino da sotto le labbra, distese mentre pensava all’espressione del suo bellissimo volto quando avrebbe letto, sul retro del castello, il suo nome a lettere d’oro. A quel preciso momento in cui avrebbe passato un po’ di tempo con lei, in cui l’avrebbe schiacciata contro la prima superficie disponibile, sarebbe affondato tutto dentro di lei possedendola come se non ci fosse un domani.
Avrebbe sentito le sue piccole dita afferrarlo per i capelli e imprigionare con prepotenza la bocca nella sua, mentre lui la penetrava con un’unica spinta, profonda e decisa.
Si sarebbe mosso dentro di lei, piano, stretto da quella sua carne umida e calda, gemendo di piacere. Dandole piacere.
Sospirò all’oscurità, riprendendo lo stesso, lento passo di prima, incamminandosi verso poppavia con ambedue le mani dietro la schiena. Salì sul ponte e varcò, finalmente, la soglia del suo nuovo alloggio.
Da che era stato nominato Capitano, non aveva ancora avuto il coraggio di dormire in quella che fu la cabina di Newton. Gli era parso di invadere uno spazio non suo e, per i primi giorni, era rimasto lì, nel quadrato ufficiali; la sua vecchia gabbia, per dirla come Emmett. Sbuffò un sorriso tra sé, prendendo la decisione che presto avrebbero potuto concedersi una cena insieme, come i vecchi amici che erano, magari proprio su quella stessa nave non appena fosse stata rimessa a nuovo e pronta a salpare. Per festeggiare la nuova carriera di entrambi.
Quella sera però, si era detto che, no, non poteva ancora tergiversare e comportarsi come fosse stato un ragazzino che, per la prima volta, saliva su una nave. Così ora era lì, in piedi, al centro dell’alloggio di Newton. Si guardò attorno muovendo solo gli occhi e spostando il capo in manovre millimetriche. Tutto ciò che era appartenuto all’altro comandante, non c’era più. Nemmeno le piante che era solito coltivare verso la vetrata di poppa. Adesso, sarebbe spettato a lui, e lui soltanto lo avrebbe riempito con oggetti e particolari che avrebbero designato quel luogo non già come l’alloggio del Capitano Newton, ma come l’alloggio del Capitano Cullen.
Adagio, si avvicinò al letto, sedendosi sul bordo e valutando la comodità del nuovo materasso. Temporeggiando.
Poi si sdraiò.
Gli occhi fissi al legno del soffitto su cui le luci della lampada ricreavano giochi di ombre che si rincorrevano tra le intercapedini delle assi.
Edward chiuse gli occhi, e un senso di rilassatezza cominciò a sciogliere la tensione che teneva rigidi i suoi muscoli. In fondo, era solo una cabina e quella una normale cuccetta, si disse, non doveva essere così nervoso e agitato. Andava tutto bene.
Con lo sguardo ancora al sicuro dietro le palpebre, sorrise dei maldestri tentativi di rassicurare sé stesso, e del fatto che fosse ancora in preda a quell’agitazione un po’ infantile che lo aveva stordito fin da quando Emmett gli aveva portato quel foglio che sanciva il primo passo verso la promozione effettiva. Ormai non era più un bambino, ma era bello sentirsi emozionati ancora come quando aveva preso la via del mare ed era solo Edward Cullen, perfetto Signor Nessuno, ma pieno di buona volontà.
Nel rincorrersi di quei pensieri e ricordi, nemmeno si rese conto di scivolare nel sonno. La frenesia degli ultimi giorni lo aveva sfiancato ben più di quanto avesse creduto. E dire che quello era solo l’inizio, il nuovo passo della sua carriera in continua evoluzione. Ma a lui, per una volta, sarebbe bastato anche che si concludesse lì. Il grado di Capitano era stato il massimo cui aveva sempre aspirato, perché gli avrebbe permesso di avere finalmente una propria nave; un piccolo regno di cui sarebbe stato il Re. Ed era giust’appunto di questo che stava sognando, del navigar piacevole tra le onde. Del vento che spingeva l’odore di salsedine alle sue narici e gonfiava le vele. Degli uomini che si muovevano come formiche operaie sul ponte, sugli alberi e sottocoperta.
Un colpo di tosse cominciò a sbiadire l’immagine azzurra dell’acqua su cui la nave veleggiava felice.
Un secondo colpo ne sfilacciò i contorni, lasciando emergere solo un tenue nero di sottofondo.
Il terzo lo svegliò.
Lo strano odore di fumo, denso e pungente, si sostituì definitivamente alla salsedine facendogli aprire gli occhi, che presero a lacrimare quasi subito. Il grigio di una fitta nebbia aveva invaso l’alloggio.
Edward si alzò di scatto.
Continuando a tossire, e con la testa che sembrava piena d’aria, barcollò ancora non perfettamente conscio di ciò che stava accadendo.
Fumo?
Da dove?
Qualcosa stava bruciando, ma non riusciva a capire bene cosa fosse in quel primo momento in cui le informazioni si riversavano a raffica nella sua mente. Invano cercava di elaborarle il più in fretta possibile.
Vacillando, come dopo una sbronza colossale, uscì sul cassero. L’improvviso ricambio d’aria sembrò farlo rinascere, schiarendogli di colpo tutti i pensieri per permettergli di capire la peggiore delle verità.
La nave stava bruciando.
All’interno della struttura, dal profondo delle sue viscere, il fumo saliva e s’addensava come nebbia terribile e spaventosa, giungendo addirittura a lui, nella parte poppiera. La realizzazione di ogni minimo particolare gli balenò nella mente in un attimo.
Come un fulmine si lanciò in una corsa, attraversando l’intera nave e scomparendo nel castello di prua, dove il fumo aveva invaso già buona parte dell’ambiente. E lui si rese conto di sapere quale fosse l’origine di quell’incendio che stava divampando sottocoperta.
Con un ringhio, tornò fuori animato da un furore che, in vita sua, non aveva mai provato. Dal foro in cui, fino a poco prima, c’era l’albero di trinchetto, il fumo si levava riversandosi all’esterno in maniera continua a veloce. Lo vomitava come fosse la bocca d’un vulcano.
Edward lo superò, consapevole di avere pochissimo tempo perché, Dio Santissimo!, la chiatta polveriera era troppo vicina alla sua nave e rischiava di saltare in aria mettendo in pericolo anche tutte le altre imbarcazioni attraccate al porto.
Si scapicollò fino a fermarsi presso l’albero maestro. Rimestò tra i vari oggetti abbandonati, alla fine del giorno di lavoro, dai suoi uomini perché ricordava di averla vista lì. E infatti la trovò quasi subito: un’ascia grossa, dal manico di circa trenta centimetri e spesso tre dita. L’afferrò con decisione e tornò di corsa a prua per colpire, con tutta la forza che aveva in corpo, sulle corde d’attracco per sciogliere gli ormeggi.
Il fumo prese ad avvolgergli i piedi. Ormai emergeva sul ponte centrale da qualsiasi fessura o spiraglio tra il fasciame.
Una volta che le cime furono recise, si volse, perdendo con orrore il proprio sguardo in quella nube urticante. Eppure non ci pensò due volte e, attraversò di nuovo il ponte per raggiungere il cassero.
La tosse gli bruciò il petto, ma non vi badò.
Altri colpi vennero vibrati sulle funi, ultimo legame della nave alla banchina del porto. E, quando finalmente anche quelle cedettero, Edward gettò a terra l’ascia. Alle sue spalle, il vulcano prese a sputare lunghe fiammate infuocate e, in quella visione, i suoi occhi s’allargarono con sconcerto. Ma non aveva tempo di lasciarsi sopraffare dalla paura. Non poteva restare lì a fissare il lento divorare della nave che era ancora troppo vicina al molo e aveva preso solo in quell’istante a muoversi lentamente, scivolando sull’acqua cheta.
Doveva avvertire tutte le altre imbarcazioni ormeggiate.
Ancora e di nuovo, come sempre aveva fatto nella sua vita da che era stato un semplice marinaio, poi un guardiamarina e su fino al suo attuale stato di Capitano, Edward corse.
Corse alla campana di segnalazione, cominciando a suonarla con forza e disperazione affinché chiunque si rendesse conto di cosa stesse succedendo. Di come il sogno di una vita stesse andando in fumo. Di come il frutto di infiniti sacrifici stesse ardendo come uno stoppino. Di come la nave, la sua nave, stesse morendo.
E questa volta, per quanto avrebbe potuto ingegnarsi e dare fondo a tutte le sue energie, non avrebbe mai potuto salvarla.
Vedeva l’incendio innalzarsi impavido e presuntuoso dal foro del trinchetto, ma sapeva che ormai doveva essere divampato ovunque sottocoperta. Ma lui… per Dio!, non l’aveva fatto per una vita intera, non si sarebbe arreso ora!
No!
Non avrebbe gettato la spugna! Non gliel’avrebbe data vinta a quell’idiota di Black, vero colpevole di quello sfacelo!
Lui aveva cercato di mettere in guardia tutti sulle pericolose conseguenze che la risaldatura dell’albero col metallo fuso avrebbe potuto scatenare, ma non era bastato per riuscire a fermare Jacob Black, l’altro ufficiale spalleggiato dal vecchio Capitano. Anzi, era stato umiliato come mai gli era capitato in tutta la sua carriera. Il primo, vero richiamo gli era costato un prezzo ben più amaro di quanto avesse creduto, perché fu costretto a piegare il suo senso di giustizia ed ora sembrava costretto a dire addio al vascello che era stato suo per un tempo terribilmente breve.
Quando vide che c’era finalmente agitazione nelle altre imbarcazioni, Edward smise di scampanare per poter fronteggiare l’ultimo nemico.
Si proiettò ancora nel castello di prora deciso a entrare da lì. Ma il fumo lo intossicò quasi subito, costringendolo ad uscire. Era troppo denso da quel lato, e l’unica soluzione rimastagli fu quella di tentare da dove emergevano fiamme vive.
Barcollando, si resse alla ringhiera delle scale, tossendo in maniera convulsa ma, questa volta, nulla l’avrebbe piegato. Nemmeno il dolore.
Tornò sul ponte, attraversandolo nella sua interezza, e quando fu innanzi all’ingresso della scaletta che portava nel cuore della sua nave, guardò solo per un attimo la luce fiammante provenire da sotto. Sembrava la porta degli inferi, ma non si fece spaventare.
E scese.
Gli sembrò di venire inghiottito dalla stessa nave; non più la casa, il rifugio, l’isola, il regno, ma un mostro che richiuse le sue fumose fauci dietro di lui, intrappolandolo per sempre.
Avanzò a piccoli passi tra lame di fiamma che avvolgevano le travi, le assi e le paratie. Provenivano da ogni dove, tanto da non saper nemmeno da che parte cominciare per tentare di spegnerle o arginarle o qualsiasi altra cosa.
Si tolse la giacca della divisa che aveva ancora indosso, provando ad utilizzarla come fosse una coperta, Ma era il tentativo più disperato che potesse fare, giacché nulla era in grado di placarle, ormai.
E lui era da solo.
Un solo uomo per domare l’incendio di una nave intera con un semplice pezzo di stoffa e la forza di volontà.
Le fiamme continuavano ad avanzare e poi ci fu solo un calore intenso, sudore che colava dalla fronte, occhi che bruciavano. E lacrime, che non capiva, né si chiese, se fossero frutto del fumo e delle fiamme o della frustrazione di non poter scampare all’inevitabile.
C’era solo lui, laggiù, sottocoperta, nel cuore dell’Inferno.
Il fuoco s’era chiuso alle sue spalle, la giacca prese a bruciare, il fumo gli entrò fin dentro i polmoni e gli occhi non videro altro che giallo e rosso in una danza meravigliosa e letale.
La coscienza si fece più labile, il mondo intero rallentò la propria corsa e i suoi stessi movimenti. Le immagini capovolsero la loro prospettiva quando si trovò disteso senza nemmeno capire il momento in cui avesse perso la capacità di stare in equilibrio.
Ma quello che gli occhi videro non cambiò.
Ancora fuoco sul soffitto.
Ancora fuoco accanto e attorno a lui.
Ancora fuoco che crepitava con un suono che si fece a poco a poco più distante e lontano, quasi piacevole. Come una nenia, un tenue canto o un triste requiem.
Le speranze morirono nel lento chiudersi delle palpebre sulla sua sconfitta.
- Edward! –
Urla, amore… sono qui… dentro di te…
- Edward! –
Sì, Isabella… fammi sentire…
- Edward! –
Sono tuo, Isabella… dentro di te… avvolto dal tuo calore… per sempre…
La chiatta polveriera deflagrò assieme alla nave del Capitano Edward Anthony Cullen, illuminando d’oro rosso il porto come un ultimo, piangente e insanguinato fuoco d’artificio.
FINE
FINE

che posso dire?
RispondiEliminabellissima e... tristissima.
nella parte iniziale, ad ogni verso aspettavo la tragedia.
era nell'aria, si respirava, la percepivo e alla fine si è manifestata.
i miei complimenti anche se ti odio, sei stata bravissima anche per i termini nautici.
Grazie
JB
Che meraviglia...hai descritto tutto così bene che mi pareva di sentir cigolare le sartie. Ed è molto bella e vera la psicologia di questo solitario lupo di mare, eroe triste che non vedrà mai avverarsi il suo sogno. Ma cosa lo ha spinto a scegliere una inutile morte sottocoperta, una volta lanciato l'allarme, invece della vita, di una Isabella in carne e ossa, di un futuro? Non lo sapremo mai. Un distillato di dramma, questa storia...
RispondiEliminaBellissima, molto ben scritta ed ho ancora le lacrime agli occhi mentre l'immagine di un Edward disperato prova a spegnere il fuoco con una misera giacca. Il racconto mi ha colpita perché diversa da tutte le altre. Isabella c'è ma non è una delle protagoniste. ... brava!
RispondiEliminamolto ricercata e ben scritta! brava!
RispondiEliminaE’ un racconto molto bello che riporta alla mente tanta piacevole letteratura “marinaresca”. Edward, appena nominato capitano, ricorda il giovane protagonista de “La linea d’ombra” di Conrad: il suo entusiasmo per il nuovo incarico, il suo desiderio di dimostrare il proprio valore, il senso profondo di responsabilità che si lega al comando di una nave: responsabilità verso i sottoposti, verso gli armatori e tutti coloro che corrono le profondità marine. Anche il suo coraggio incosciente che lo spinge a salvare la nave ormai in fiamme perché ad essa si legano tutti i suoi sogni, compresi quelli suscitati dalla donna che ama. Il finale è perfetto ma di una desolante tristezza. Edward, come un prode guerriero vichingo, muore circondato dal rogo della propria imbarcazione invocando Isabella: commovente.
RispondiEliminaCommento a latere: ma brutto pirla, vuoi capirlo che lei ti avrebbe amato anche senza nave?
Secondo commento a latere: ho adorato la serie di romanzi legata al Capitano Hornblower!
Ahiahi, è la prima tragedia che leggo del contest!!! Però sei stata veramente brava a scrivere un racconto così, è stato come entrare nella mente di Edward in questi momenti particolari... Non poteva che finire così. Brava!!!
RispondiEliminaAleuname
4 punti
RispondiEliminaMolto belle e dettagliate le descrizioni della nave. Alla fine mi si è stretto il cuore quando è bruciata ed Edward non ha potuto far nulla per salvarla. Triste ma intrisa di dolcezza. Complimenti all'autrice!
RispondiEliminaPerché avete fatto strage di Edward? Con tutto quello che si poteva scrivere con fulcro il fuoco avete scelto di far morire il protagonista, non una, non due... ho perso il conto.
RispondiEliminaLa storia è veramente bella, scritta benissimo e coinvolgente. La fine ci sta, mi rattrista tanto, ma ci sta.
Complimenti e grazie
Dopo aver letto questo contest posso affermare che sarebbe meglio Edward stesse lontano da qualsiasi mezzo che vada per mare, gli portano una sfiga bestiale. Comunque la storia è bella e anche insolita. Grazie di aver partecipato.
RispondiEliminaSono arrivata oltre la metà delle storie e devo dirti che questa è di sicuro tra le più belle. Scritta in modo ineccepibile, molto "sensoriale" (ma anche molto psicologica) come piace a me. L'ho trovata particolare, onirica e, permettimelo, anche un po' perversa (il rapporto simbolico con un oggetto, anche se rappresenta altro di più alto, è feticismo! ahahahahahah). Il personaggio di lui al centro che domina la scena è sempre un plus! Bravissima, di certo tra le migliori a mio avviso! Cristina.
RispondiEliminaBARBARA PETRELLA ASSEGNA 1 PUNTO A QUESTA STORIA
RispondiEliminawoooooooooooooow che storia!!!!! È scritta divinamente, sei bravissima i miei complimenti. e pii ha delle descrizioni pazzesche... stupenda, ancora i miei complimenti.
RispondiEliminaE’ risaputo che cambiare il nome ad una nave porti sfortuna, e così è stato per l’Isabella del Capitano Cullen.
RispondiEliminaMa come ti è saltato in mente??!! A parte gli scherzi, quella che ho appena letto è una storia fuori dall’ordinario. Non racconti l’amore per una donna, ma la sublimazione di questo amore applicato a una nave, che della donna amata dal capitano porta il nome e che lo accoglie nel suo ventre caldo per l’ultima volta, come a volerlo proteggere per sempre. È una storia che ci porta ad essere spettatori del disperato tentativo di salvare una nave.
Perfetta dal punto di vista sintattico e stupefacente da quello dell’originalità del racconto. Mi è piaciuto in particolare l’accostamento e la sovrapposizione dell’immagine delle Isabella persona e nave, entrambe amate e protette anche a costo della stessa vita del capitano.
Brava!
LAURA SPARVIERO ASSEGNA 4 PUNTI A QUESTA STORIA
RispondiEliminaIo e te non siamo più amiche.
RispondiEliminaHai scritto il bellissimo addio di un vero capitano, che cerca di salvare la propria nave al prezzo della propria vita.
Però con Edward na cosa del genere nun se fa!!! No no no e no!!!!
Sgrunt!
Bravissima comunque, storia scritta benissimo e davvero avvincente!