ANGELI IN GUERRA
GENERE: drammatico, storico
RATING: Arancione
LONGLINE: La guerra è dura. La guerra è morte e distruzione. Ma anche nella più cupa disperazione il cuore sa far sbocciare sentimenti nuovi, puri. Giusti. Sarà così per Edward e Bella. Due angeli destinati a trovarsi nell’inferno della guerra.
SINOSSI: La guerra gli ha portato via tutto. Anche la speranza. A neanche vent’anni anni Edward si ritrova con un’arma in mano, costretto ad uccidere ragazzi e uomini come lui. Colpevoli, innocenti. Poco importa. Solo quando sarà ad un passo da perdere anche la vita capirà che esiste al mondo qualcosa di unico per cui combattere che va al di là della patria e della vendetta.
Qualcosa di fondamentale che va tenuto stretto in fondo al cuore. Il domani. Il futuro. Lei, Bella. Nonostante provengano da due mondi diversi e opposti il destino ha deciso di metterli uno di fronte all’altra nel loro momento più difficile e disperato. Dalla stessa parte, contro tutto e tutti.
Sarà l’entusiasmo, la forza di credersi e cercarsi che permetterà ai loro cuori di guardare oltre e di immaginare un altro futuro. Il loro. Nonostante la guerra. Nonostante la morte che incombe. Nonostante tutto questo sembri lontano e impossibile quanto la pace.
“Li ho visti i ragazzi del ’99. Andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera. Cantavano ancora.”
A.Diaz
7 NOVEMBRE 1917
L’ umidità della terra a pochi centimetri dal naso invade prepotentemente la carne riuscendo quasi a paralizzarmi la muscolatura del viso.
L’odore di erba bagnata sta iniziando a darmi la nausea assieme al gocciolio snervante di una pioggerellina che inzuppa la divisa e scava dentro le ossa.
Da ore sono appostato immobile in trincea in attesa di un segnale, un ordine di assalto o, forse, di una pallottola in testa.
Ad ogni modo di un qualcosa che metta fine a questa agonia e, probabilmente, alla mia vita o a quella del mio nemico.
Solo il respiro ritmico e ovattato del mio migliore amico e compagno di brigata Jacob, inginocchiato al mio fianco e con il fucile puntato nel buio come me, mi tiene ancorato alla realtà. Tutto qui sembra tanto irreale quanto illogico.
Eppure è drammaticamente vero. Concreto.
Come il mio viso bagnato. Come il fango che insudicia la divisa fino alle ginocchia.
Come il ferro del fucile che tengo in mano.
Il verso subdolo di una civetta tenta di tenerci compagnia, ma non fa altro che disgustarmi mentre porta la mia mente a ricordare le sere di un anno fa, quando, ancora liberi e con l’ottimismo tipico della gioventù, perdevamo il tempo e la verginità del cuore amoreggiando da queste parti con le fanciulle del paese, completamente ignari di quel che sarebbe accaduto di lì a poco al nostro piccolo e sereno mondo.
Sapevamo benissimo che l’Italia era entrata in guerra, sapevamo anche che gli austriaci non avrebbero ceduto facilmente queste terre, le nostre terre. E sapevamo che i nostri padri, partiti per il fronte, probabilmente non sarebbero più tornati a casa.
Il mio sicuramente.
“Deceduto con onore durante la VII battaglia dell’Isonzo, sul Monte Sabotino.”
Questo diceva il telegramma del Ministero della Guerra ricevuto ad Agosto dell’anno scorso dalla mano tremante di uno dei pochi uomini rimasti in paese, troppo anziano, ormai, per combattere.
Quello che non potevamo sapere era che lo stesso destino di guerra era programmato anche per noi, ragazzi di 18 anni o poco più che, dopo il disastro di Caporetto, sarebbero stati catapultati nel vortice della guerra con in mano un’arma carica puntata sull’ignoto. Pronti ad uccidere per non essere uccisi.
Ricordo perfettamente quella sera, quando tutto ebbe inizio per me e gran parte dei miei amici.
Quando nulla fu più uguale a prima. Quando in molti fummo felici di essere arruolati per vendicare ciò che di più caro ci era stato portato via. A Caporetto, sul Sabotino. E nelle nostre stesse case.
Stavo rientrando dal campo dove, dopo la partenza di mio padre, passavo l’intera giornata ad arare e a raccogliere le poche cose che questa terra rossa e dura riesce a donare.
Meglio di niente, però, continuava a ripetere mia madre quando arrivavo a casa con il cesto pieno di una cosa qualsiasi.
Quel giorno in particolare, scavando anche con le unghie, ero riuscito a racimolare più di qualche patata che, assieme a cavoli e carote, si sarebbero di certo trasformate in una zuppa e chissà cos’altro ancora, grazie alle abili mani di mia madre.
Durante il rientro, come da suoi ordini, ero passato a lasciare qualcosa alla signora Mina, amica di famiglia che viveva ormai sola, poco lontano da casa nostra. In cambio delle misere verdure e del tempo impiegato per tale servizio, mi aveva dato una sostanziosa pagnotta di giornata e qualche zolletta di zucchero, ormai preziosa come l’oro.
Non vedevo l’ora di portare il cesto pieno di roba a mia madre e alla piccola di casa. Sarebbe stata quasi una festa quella sera. Già immaginavo il sorriso sulle sue labbra di Alice e le piccole ed entusiaste mani intente a rubare un pezzetto di pane, farlo sparire svelto in bocca prima di essere acchiappata e buttata a terra per una doverosa punizione al solletico.
Purtroppo la sorpresa più grande non la feci io a loro, ma loro a me.
Mi accorsi subito che c’era qualcosa che non andava. Era mia abitudine fischiare a qualche decina di metri di distanza dalla porta di casa per avvisarle del mio arrivo. Alice stava sempre sull’attenti verso le sei di sera, pronta a corrermi incontro e a saltarmi in braccio già al primo fischio.
Quella sera, invece, nulla si mosse.
Accelerai il passo quando al quinto fischio le gambette di mia sorella continuavano a non comparire.
Uno strano odore impregnava l’aria tutto attorno. Accaldato per la lunga camminata e per il peso portato facevo un’ inconsueta fatica a respirare. Avevo appena compiuto diciotto anni all’epoca. Ero già sviluppato e alto. I muscoli della braccia e delle gambe vigorosi grazie al lavoro nei campi e ai chilometri percorsi tra casa, paese e orto.
E, normalmente, il fiato non mi veniva mai meno.
Quando iniziai a capire cosa avrei potuto trovare in casa, sentii il cuore mancare un battito.
Un brutto presentimento pervase ogni singolo muscolo del mio corpo, procurandomi spasmi allo stomaco e una pressante sensazione di nausea.
Con la poca lucidità rimastami iniziai a correre mollando il cesto per terra a pochi passi dalla porta spalancata di casa. Non feci attenzione a come lo appoggiai e tutto il contenuto ruzzolò sui sassi. Poco danno, mamma avrebbe ripulito tutto, nulla si butta via in tempo di guerra.
«Mamma..Alice.. » chiamai con voce incerta appena misi la testa oltre la porta.
Nessuna risposta.
«Mamma..Alice..» insistetti muovendo un riluttante passo verso la piccola cucina.
Fu lì che le trovai. Distese a terra, abbracciate l’una all’altra.
Alice con un dolce sorriso pronto a beffare la morte, mia madre con una lacrima ormai asciutta sulla pelle perché consapevole che non ce l’avrebbero fatta.
Con gli occhi pieni di pianto e un nodo alla gola pronto ad uccidermi, mi inginocchiai accanto ai loro corpi. Non avevano subito violenza, non c’era sangue da nessuna parte.
Gas. Avevano lanciato il gas. Ecco cos’era quello strano odore. Ecco perché faticavo a respirare.
Quei maledetti mi avevano portato via tutto quello che mi restava. Tutto. Tutto il mio mondo.
Urlai per ore il mio dolore distruggendo le sedie e il tavolo, tutti i piatti e i bicchieri pronti per la nostra cena. Lanciai fuori dalla finestra la pentola con l’acqua ancora calda che aspettava invano le mie verdure, imprecai contro un Dio che non riconoscevo più e contro gli uomini che avevano perso la loro anima uccidendo per sempre l’innocenza della mia famiglia. E la mia.
Il rumore dei tuoni mi riporta in trincea e mi fa capire che un temporale si sta avvicinando minaccioso, tanto quanto il nemico.
L’odore acido e ripugnante della paura e della morte circonda tutta l’area del Monte San Michele mascherando, per quanto possibile, il lezzo degli escrementi depositati ai bordi della trincea da noi uomini, resi ormai animali da questa maledetta guerra; trincea dove siamo costretti a vivere. E a morire.
Ancora un tuono. Ma noi restiamo immobili. Lo sguardo fisso nel buio orizzonte.
Un altro lampo.
Un altro tuono.
No, merda, non era un lampo. Non era un tuono.
Era una bomba. Qualcuno ci spara. Gli austriaci ci sparano.
«Fuoco! Fuoco! Fuoco!» urla il comandante della brigata.
E’ arrivato. E’ arrivato il momento di uccidere. Di vendicare mio padre. Mia sorella. Mia madre. E tutti gli innocenti che non ci sono più.
Punto il fucile sul nulla e sparo. Una, due, tre volte. Non so se colpisco qualcuno o qualcosa. Ma eseguo l’ordine e faccio fuoco finché le dita rispondono ai miei ordini.
Finisco le pallottole e allungo la mano per recuperare il caricatore posto ai miei piedi. Evidentemente faccio un movimento sbagliato.
Un colpo sull’elmetto mi fa rimbalzare all’indietro e sbatto violentemente contro le rocce appuntite di questo Carso ingrato e funesto.
Urlo, ma ho l’impressione che nessuno mi senta.
Poi mi rendo conto che tutti, Jacob compreso, sono intenti a sparare. Il rumore dei colpi e il sibilo delle pallottole che arrivano in trincea, che accarezzano gli elmetti e perforano le carni dei soldati vicini, è assordante.
Mi rialzo e con tutta la rabbia che porto nel cuore riposiziono il fucile e faccio ancora fuoco.
Fuoco su questi bastardi.
Fuoco su questo mondo di infami.
Fuoco sul mio futuro che non riesco a vedere. E che non avrò. Ma non me ne frega niente. Niente.
Mi alzo in piedi perché credo di scorgere un austriaco avvicinarsi tra le fronde. Abbandono la mia postazione e mi avvicino, cammino, corro contro quel bastardo. Lo voglio colpire in pieno petto, lo voglio vedere mentre abbandona questo mondo.
Ma non faccio in tempo a premere il grilletto che un’altra pallottola mi raggiunge, stavolta nell’incavo tra collo e spalla.
«Nooo! Edward! Edward!» la voce di Jacob mi giunge ovattata. Nel buio della notte scorgo a malapena la sua ombra raggiungermi. Mi sostiene la testa ormai priva di elmetto mentre mi rendo conto di essere sdraiato a terra.
Con l’altra mano preme con forza contro il mio collo. Quando la sposta vedo che gronda sangue. Il mio.
Non riesco a dirgli niente, nemmeno che gli voglio bene, nemmeno che è stato da sempre il mio migliore amico fin da quando giocavamo ad arrampicarci sugli alberi nei giardini e ridevamo a crepapelle quando uno dei due finiva a schienata nell’erba rompendo un ramo. Nemmeno che un giorno lo avrei voluto vedere al fianco di mia sorella perché sapevo che sarebbe finita così tra loro.
Una forte luce mi costringe a chiudere gli occhi.
Un rantolo di disapprovazione e angoscia esce a fatica dalla mia gola.
E un attimo dopo Jacob non c’è più.
Cade morto al mio fianco. La mia testa, libera ora dalle sue forti mani, sbatte sui sassi, ma non sento dolore. Non sento più niente.
Sto morendo anch’io. E lo faccio accanto al mio amico. Con la sua fronte che preme nell’incavo della mia spalla, dove poco fa sono stato colpito.
Una lacrima scende a rigarmi lo zigomo.
Un uomo non può piangere, diceva mio padre. Non aveva ancora visto tutto questo orrore, quando mi insegnava le sue regole. Un uomo che muore in guerra, lo fa. Cazzo se lo fa.
***
«Tira!Tira soldato! Più veloce!» riconosco in lontananza la voce del mio comandante.
Mi sento sollevare da sotto le braccia. Anche le gambe vengono alzate dopo aver ricevuto una vigorosa stretta all’altezza delle caviglie.
Il capo mi ciondola in ogni direzione mentre vengo portato velocemente di peso da qualche parte.
Ho male ovunque. Ovunque.
Non ho tempo per capire. Non ho forza per capire.
Il buio ritorna tutto intorno. E dentro.
Riprendo una vaga forma di conoscenza quando sento un freddo improvviso sulla pelle e il rumore della stoffa della mia divisa che viene strappata con impeto.
«Ha perso moltissimo sangue. Lo ha salvato solo la pressione della testa dell’altro commilitone che era appoggiata proprio sul foro … un miracolo»
«Non era un commilitone» riesco a biascicare con immensa fatica «lui era il mio migliore amico!» tento di urlare, ma esce solo un sibilo.
«Non parli soldato …» una mano delicata mi sfiora le labbra. Un volto giovane e gentile si accosta al mio. Sembra un angelo con quella divisa candida e quegli occhi neri. I capelli raccolti e la cuffia con la Croce Rossa impressa ad incorniciare i già perfetti lineamenti.
Se credessi in un Dio, se credessi nel Paradiso, potrei pensare di trovarmi al cospetto della Madonna.
«Non parli, dobbiamo bloccare l’emorragia. Ci aiuti soldato … non parli per favore.»
«Infermiera Swan, mi porti subito tutte le garze che abbiamo, le pinze per togliere il proiettile, il bisturi, ago e filo. Morfina. E che Dio ci aiuti …»
«Vi aiuterò io, non Dio …» riesco a ribattere a quello che credo e spero sia un medico di campo.
«Sì subito Dottor Masen» l’angelo al mio fianco conferma le mie supposizioni.
Se ne sta andando, ma con il braccio ancora funzionante le afferro il polso e la strattono per portarmela di nuovo vicino.
«Non voglio la morfina. So che le scorte stanno finendo. Tenetela per chi ne ha più bisogno …» comando come posso.
«Ma soldato …» cerca di ribattere.
«Infermiera Swan veloce! Lo stiamo perdendo!» urla il medico intento a lavarsi le mani in una bacinella poco distante.
«Sì dottore, vado. Ok soldato, niente morfina …» conferma portando le labbra a un millimetro dal mio orecchio.
Annuisco quel poco che riesco per farle capire che le sono grato di avermi ascoltato.
Ritorna pochi istanti dopo con un sacco di roba tra le mani. Appoggia tutto con ordine su un tavolo di legno mezzo rotto che si regge in piedi per miracolo.
«Ecco dottor Masen. L’attrezzatura è pronta»
«bene, iniziamo … soldato stia fermo il più possibile o andrò a lacerarle la carotide, sono stato chiaro?» mi chiede fissandomi.
«Chiaro» rispondo.
«Tieni» dita leggere mi appoggiano sulle labbra un pezzo di stoffa malconcio.
Incrocio quegli occhi neri per capire cosa devo fare, visto che non trovo più la forza di parlare neanche scavando nelle viscere.
«Mordi quando il dolore sarà insopportabile. Poi sverrai. Questo accadrà quando …» mi spiega.
E non ho il tempo per finire di ascoltare le sue parole né per metterle in dubbio.
Un dolore lancinante mi fa schizzare gli occhi fuori dalle orbite quando la mano del dottore si appoggia sul mio collo incidendo la carne con qualcosa di freddo.
Spalanco le labbra e agguanto il lembo sgualcito stringendolo con tutte le mie forze. Le mani dell’infermiera mi tengono il capo bloccato sulla pietra che funge da letto operatorio accarezzandomi la fronte con l’unico dito che credo le rimanga libero.
E’ l’infermo. E il paradiso.
Poi più niente.
15 NOVEMBRE 1917
BPOV
«… non c’era bisogno di chiedergli perché fosse lì. Era certa, come fosse lui stesso a dirglielo, che era lì per essere dov’era lei …» leggo e rileggo la frase di Tolstoj.
Lo faccio sottovoce per non svegliare gli altri pazienti. Sono nell’angolo dell’immensa camerata stracolma di corpi martoriati e doloranti.
La luce fioca che illumina le pagine sgualcite di Anna Karenina non dà fastidio a nessuno, permette solo ai miei occhi di decifrare le parole, il più delle volte già ben impresse nella memoria, e di scorgere un qualsiasi movimento del soldato a cui sto leggendo la storia che tanto amo.
Dal giorno dell’operazione non ha mai aperto gli occhi.
Ma non è morto. Passo a controllargli il respiro ogni volta che mi è possibile, tra un intervento e l’altro, tra un paziente e l’altro.
Non so perché, ma ho bisogno di vederlo vivere. Ho bisogno di sapere che ce la farà.
E’ per questo che, tutte le sere in cui non sono operativa, mi siedo accanto al suo letto e gli leggo qualcosa. Finché gli occhi ce la fanno. Poi mi capita di addormentarmi sulla sedia o, come qualche giorno fa, con la testa sulle sue gambe.
Oh, se mio padre mi vedesse. Se solo sapesse. Mi ripudierebbe all’istante, se non l’avesse certamente già fatto il giorno in cui sono scappata di casa per arruolarmi come volontaria nella Croce Rossa. Ovviamente al fianco dell’esercito che lui, da nobile commerciante austriaco qual era ed è, considerava nemico.
Fisso quel corpo così forte e muscoloso immobile tra le lenzuola bianche e rileggo un’ultima volta la frase che mi ha tanto colpita.
Mi chiedo perché io senta un attaccamento così particolare verso questo sconosciuto. Ogni giorno vedo soldati in punto di morte, ogni giorno curo loro ferite più o meno gravi o cerco in qualche modo di portargli sollievo. Ogni giorno asciugo le loro lacrime e ascolto le loro preghiere. Ogni giorno prendo dalle loro mani una foto o una lettera per la loro moglie o madre e li faccio morire sereni promettendogli che le loro ultime volontà e i loro ultimi pensieri arriveranno alle persone care. Il più delle volte mentendo visto che talvolta nemmeno conosco i loro nomi.
Eppure questo soldato è diverso. E’ stato diverso fin dal momento in cui i suoi occhi si sono agganciati ai miei. E nel momento in cui la sua mano mi ha afferrato il polso per tirarmi a sé.
Nessun uomo, a parte mio padre e i miei fratelli, mi avevano mai sfiorata prima.
Ed è stata una sensazione così strana. Una sensazione così ingiustamente bella provata in un luogo di morte e di atroci sofferenze.
«… continua …»
Sussulto portandomi la mano sulle labbra e facendo cadere Tolstoj sul pavimento.
La sua bocca si muove.
«… continua …» ripete. Allora non me lo sono immaginata.
Sento un calore improvviso invadermi il cuore che batte, batte, batte come se non avesse mai battuto fino a questo momento.
Prendo d’istinto la mano del mio soldato e la accarezzo.
«Stringi se mi senti soldato, stringi le mie dita …»
E lui lo fa. La sua mano enorme avvolge completamente la mia che si sente improvvisamente al caldo, al sicuro. Protetta.
«Ti sento da giorni infermiera …» parla a fatica. Vorrei dirgli di smetterla e di tornare a riposare, ma, Dio mi perdoni, ho troppa voglia di sentire la sua voce. Troppa.
«Spero di non averti annoiato allora …» sorrido. Ancora la mano dentro la sua. Non accenno a spostarla. Sta benissimo lì dov’è.
«No, per niente. Sono proprio curioso di sapere che cosa combina questa Anna …» una sommessa risata gli procura un colpo di tosse. E poi un altro. E un altro ancora.
Contrae la mandibola e stringe i denti per il dolore. Gli occhi ridotti ad una fessura.
«Su, alzati un po’ … vuoi un po’ di morfina per i dolori?» chiedo cercando di procurargli un minimo di sollievo alzandogli leggermente il capo con la mano che ho libera.
«No grazie. Solo un po’ d’acqua per favore ... » mi alzo di scatto per prendere quanto mi ha richiesto, ma la sua mano mi stringe più forte le dita bloccandomi ogni movimento « … ma torna presto per favore.»
Quello sguardo, quegli occhi, quelle labbra rosse. E quelle dita ruvide e forti a contatto con la mia pelle.
No, non le dimenticherò mai.
«Certo soldato» bisbiglio.
Pochi istanti dopo gli avvivino un bicchiere d’acqua fresca.
Passo una mano tra i suoi morbidi capelli e lo sollevo quel tanto che basta.
«Bevi piano, devi riabituarti poco alla volta …»
Mi ascolta e assapora l’acqua a piccoli sorsi.
Io lo osservo incantata.
Quando sento la pressione della sua testa farsi più forte sulle mia dita, la riaccompagno lentamente sul cuscino.
«Grazie»
«Di niente soldato»
«Edward. Io sono Edward» mi rivela voltandosi e regalandomi le sue perle azzurre.
«Sono felice che tu ti sia svegliato, Edward» riesco a dire. L’emozione mi serra la gola. Potrebbe essere l’ultima volta che lo vedo. Ora che è cosciente potrebbe essere trasferito all’ospedale di Gradisca, dove c’è più calma e dove può trovare cure più adeguate e recuperare appieno le forze. Per poi tornare al fronte. Ovviamente.
«Forse era meglio non svegliarsi più quando è la stessa realtà ad essere il peggiore degli incubi» precisa a bassa voce «ma grazie per quello che hai fatto per me infermiera, davvero.»
«Bella. Bella Swan» rispondo. Non posso e non voglio essere solo una tra le migliaia di infermiere di questo campo, di questa guerra, di questo mondo. Non per lui.
Le sue dita mi prendono la mano e se la accostano alle labbra.
Lo lascio fare intontita e stupita dal suo gesto.
«E’ un piacere averti incontrata Bella. L’unico piacere di questa maledetta guerra.»
Lascia la presa e chiude gli occhi.
Ed io rimango ore ad accudire il suo sonno, mentre mi accarezzo la mano baciata dalle sue labbra quasi a voler imprimere a fondo nella pelle i resti di quel tocco.
***
28 DICEMBRE 2017
EPOV
Sono seduto sui gradini a fumare pigramente una sigaretta. Dietro di me il portone dell’ospedaletto della Villa. Ormai sono qui da quasi due mesi.
Dopo il mio risveglio dall’operazione ho rifiutato il trasferimento a Gradisca. Le mie condizioni non erano così gravi da necessitare ulteriori interventi e mi sono messo presto in piedi garantendo un prezioso aiuto nel trasferire barelle e feriti nelle varie stanze.
O nel seppellire i morti nel giardino poco distante.
So che tra qualche settimana dovrò riprendere servizio e tornare al fronte. Ma per il momento , e finché me lo concederanno, resterò qui.
Sono le tre del pomeriggio. Fa stranamente caldo per essere fine dicembre. Ho un brutto presentimento.
Aspetto.
In lontananza sento il rumore delle bombe. Credo si stia combattendo intorno a Tolmino, oggi.
In teoria qui dovremmo essere tranquilli, oggi.
Ma qualche colpo di artiglieria e lo scoppio di un paio di granate mi ricorda che la guerra non è lontana e che qualcuno è probabilmente caduto poco distante dal mio mozzicone appena buttato a terra.
Speravo le cose andassero diversamente. Oggi e da sempre, in verità.
Ma forse qualcosa sta succedendo. Da quando sono arrivato qui molte cose sono cambiate.
Gli americani e gli inglesi si sono alleati all’Italia, i vertici dell’esercito sostengono che stiamo prendendo alcune postazioni importanti in Veneto e stiamo rimandando indietro i tedeschi.
Dal giorno dopo il mio ferimento, a capo del regio Esercito è subentrato il generale Diaz. Dicono abbia le idee più chiare in quanto a tattiche di guerra e ad organizzazione delle truppe. Dicono abbia la capacità di vedere lontano. Dicono. Speriamo sia vero.
Chissà che la guerra non abbia i giorni contati. I morti contati.
Per quanto mi riguarda io continuo a vedere solo feriti, mutilati e morti. Ogni santissimo giorno.
Un pesante rumore di scarponi sulla ghiaia mi fa voltare la testa. Stanno arrivando i commilitoni provenienti dalla trincea qui vicino che hanno ricevuto il cambio. Con loro ci sono alcuni soldati feriti.
Un corpo dilaniato è disteso su una barella. Le braccia a penzoloni. Un altro è portato a spalla da un soldato ridotto forse ancora peggio.
Dietro la triste processione cerco la veste consuetamente sporca di chiazze rosse e fango della mia infermiera. E’ lei che aspetto.
Ogni giorno. Ogni sera.
Per passare poi del tempo a chiacchierare. A leggere. A immaginare.
Scruto l’orizzonte perché in coda alle truppe non c’è.
Neanche l’ombra di lei. Fermo l’ultimo dei soldati
«dove avete lasciato l’infermiera?” chiedo con aria distratta soffiando fuori il fumo aspro dell’ennesima scadente sigaretta.
«E’ rimasta indietro. C’era un soldato ferito appoggiato ad un albero lungo la strada. Ha voluto fermarsi …” risponde con noncuranza.
Inizio ad agitarmi davvero. Comincia a montarmi la rabbia verso questo coglione e tutti gli altri che lo hanno preceduto. Ma che uomo è uno che lascia una donna in mezzo alla guerra da sola? Che razza di uomo è?
«Scusa soldato, è rimasto qualcuno con lei, vero?»
«A dire il vero non credo.»
Butto la cicca ancora intera per terra e la spengo con il piede. Poi il pungo mi parte senza neanche chiedere perché.
Colpisco il volto di questo ragazzo che c’entra poco con il male che sento dentro. Con la paura che mi esplode in petto.
Lo lascio a terra dolorante e sbigottito e inizio a percorrere la loro strada all’incontrario, correndo.
La devo trovare, velocemente. Prima che sia troppo tardi.
BPOV
«Forza soldato, non è niente di grave. Blocchiamo l’emorragia qui sulla gamba e poi mando qualcuno a recuperarti per portarti in ospedale … io di certo non ce la faccio a caricarti in spalla …»
«Lei è un angelo infermiera … non avrebbe dovuto fermarsi qui da sola» sussurra, ma sento che sta per svenire. Un attimo dopo la testa cade ciondoloni.
Continuo a medicarlo con quelle quattro garze e quel poco di iodio che mi è rimasto.
Poi qualcosa o qualcuno mi strattona con forza facendomi cadere all’indietro sulla ghiaia.
Vengo presa da sotto le braccia e trascinata malamente ai bordi della strada.
Non riesco a voltarmi per vedere chi sia, ma le mani sporche e grandi, il colore della stoffa che intravedo, mi fanno intuire che si tratta di un soldato. Fa parte del nostro esercito.
Ma purtroppo, in guerra, niente è garanzia di niente.
E’ evidente che non si tratta di un soldato amico. Anzi.
Inizio ad urlare più forte che posso. Ma duro poco. Uno schiaffo mi colpisce in pieno volto.
«Taci puttana!» ringhia.
Mi alza da terra e mi scaraventa contro una pietra, facendomi prima mettere le mani dietro la schiena. Siamo nascosti, non vedo più la strada. Sono completamente bloccata dal suo peso.
Oh mio Dio no, ti prego no.
«Sei un’infermiera giusto?» chiede ironico.
Annuisco tra le lacrime.
«Giusto? » urla. Altro schiaffo.
«Si …» sussurro.
«E le infermiere aiutano i soldati in difficoltà, giusto?»
«Si …»
«Brava bambina. E … dimmi … è vera la leggenda per cui le infermiere allietano i soldati in cerca di compagnia … vero?» mentre lo dice mi passa la lingua sulla guancia.
Vengo assalita da un violento conato di vomito. Ha l’alito che puzza di whisky e depravazione.
Lui ride mentre con una mano mi alza la gonna e si fa strada lungo le mie gambe.
Io stringo, stringo più che posso. Ma lui è forte. E’ tanto forte. Troppo.
Con il peso del suo corpo mi tiene inchiodata alla roccia, con un’altra mano strappa la divisa liberandomi un seno.
«No, ti prego no» riesco solo a dire tra le lacrime. Cerco di divincolarmi, ma non ce la faccio. Non ce la faccio.
«No, no …»
E lui ride. E ringhia. E stringe il mio seno. Se lo mette in bocca. Grugnisce. E spinge con quei maledetti fianchi. Preme con quella odiosa mano tra le mie gambe.
«Vedrai bambina, ti piacerà. Urlerai di piacere tra un po’…»
E continua a ridere. Il verme bastardo.
Poi tutto si ferma come per miracolo.
No, non esistono miracoli in tempo di guerra.
«Levale immediatamente quelle luride mani di dosso pezzo di merda, conto fino a tre …», riconosco quella voce.
E’ fredda, è glaciale. E’ diversa. Ma è Edward. E’ Edward.
Il mio violentatore è immobile. Ha smesso di ridere, ha smesso di spingere. Ha smesso quasi di respirare.
E ha una pistola puntata alla tempia.
Non riesco a seguire bene la scena, non riesco a coglierne i frammenti.
So solo che sento gridare
«Uno» e le mani mi vengono tolte di dosso
«Due» e il corpo del violentatore viene scaraventato a terra. Lo vedo ricevere un potente calcio in mezzo alle gambe.
Nonostante la faccia contorta dal dolore estrae una pistola e la punta contro Edward.
«E tre …»
«Nooooo!»
Chiudo gli occhi quando viene fatto fuoco. Urlo tutto il mio dolore e la disperazione.
Non voglio vedere Edward morto. Non voglio. Non per colpa mia. No.
Crollo scivolando sulla roccia fredda che sta ancora alle mie spalle.
Le braccia incrociate sul seno a nascondere la mia nudità e a tenere insieme i mille pezzi in cui mi sento rotta, per quanto possibile. Continuo a stringere gli occhi. Non voglio vedere, non posso vedere.
Fammi scomparire Dio, ti prego. Fammi scomparire.
Singhiozzo in silenzio come quando da bambina venivo picchiata da mio padre. Come quando scappavo e mi nascondevo nell’armadio della mia camera. In attesa di essere trovata e punita.
Piango e mi cullo.
Finché due braccia forti e giuste mi raccolgono da terra.
Vengo presa in braccio.
E’ l’odore di Edward quello che sento entrare nelle narici ora incollate al collo del mio salvatore.
Lo abbraccio senza dire una parola.
Lui mi porta in salvo senza dire una parola.
Eppure ci siamo già detti tutto.
E lo sappiamo entrambi.
***
3 GENNAIO 1918
BPOV
Non vedo Edward da quel giorno. Appena arrivata alla Villa mi ha portata dal medico e ha raccomandato che venissi visitata. Che mi venisse dato del vino, dopo. E della carne, se possibile.
I miei occhi erano fissi su di lui. Non volevo lasciarlo uscire dalla stanza.
Ma non ho potuto fare altrimenti.
Un ultimo sguardo, un’ultima carezza senza mano.
E poi, quando tutto era finito, quando anche la mia coscienza aveva ripreso la lucidità necessaria per vederlo davvero e ringraziarlo, non c’era più.
Avevo chiesto in giro sue notizie per ore, avevano solo saputo dirmi che era andato a recuperare il soldato che avevo curato per strada e lo aveva portato in Villa. Poi nessuno lo aveva più visto.
Solo il giorno dopo il comandante della sua brigata mi aveva informata che Edward si era preso una licenza. E che, una volta rientrato, aveva chiesto di essere subito rimandato a combattere al fronte.
In trincea.
Fa freddo in questa mattina di gennaio. Un nuovo anno di guerra davanti.
Tra qualche ora dovrò raggiungere l’ospedale da campo per dare il cambio a chi ha già patito il gelo della notte. E visto sufficiente sangue e morte.
Mi regalo qualche passo nel giardino della Villa, che di villa ormai non ha più nulla da quanto è invasa da soldati, medici e infermiere.
All’orizzonte l’Isonzo. All’orizzonte la guerra.
Colpi di artiglieria continui. Qualche cannonata.
Mi chiedo quando finirà tutto questo. Quando.
«Stai bene?» non mi volto subito. Devo riprendermi. Devo rallentare il mio cuore. Devo controllare le lacrime che spingono per uscire.
«Sì» rispondo a fatica «grazie a te.»
«Mi dispiace per quello che è successo» aggiunge. Ormai è vicinissimo. E io sono immobile. Paralizzata dalle emozioni. Pensavo non volesse più rivedermi. Pensavo non avremmo mai chiarito quanto accaduto quel giorno. Pensavo male.
«Tu non c’entri … è stata colpa mia.»
Una risata amara mi fa voltare. E trovo due occhi verdi-azzurri che mi guardano senza paura e che colpiscono dritto al cuore. Non mi danno scampo. Non mi lasciano fiato.
«Non avrebbero dovuto lasciarti da sola e quella feccia non avrebbe dovuto neanche pensare di fare quello che voleva fare.»
«Sono felice sia arrivato tu.»
«Ne sono felice anch’io.»
«Perché te ne sei andato senza dire niente?» chiedo dopo qualche attimo di silenzio. Siamo ancora uno di fronte all’altra.
«Perché se fossi rimasto qui avrei ucciso un sacco di persone» abbassa gli occhi, il mio soldato, «tutti quelli che non hanno pensato alla tua incolumità quel giorno. E non voglio diventare una bestia più di quanto già lo sia.»
Dovrei tacere, ora. Dovrei tornare dentro e finire di preparare le attrezzature e lo zaino.
E dimenticare quello che sento e penso. Dimenticare quello che ha appena detto.
Invece continuo. Ho bisogno di capire. Ho bisogno di sapere. Ho bisogno di far durare questo attimo in eterno.
«Dove sei stato?»
Riposiziona gli occhi nei miei.
«A casa. A quel che è rimasto di casa»
«l’hanno bombardata?»
«No» si blocca. Prende fiato a fondo. «La casa c’è ancora. Manca tutto quello che fa di una casa, la tua casa» conclude amaro.
«Mi dispiace» non serve che aggiunga altro. Ho capito. Purtroppo.
«Lo so.»
Restiamo così, infiniti attimi, a fissarci. Vorremmo dirci un mucchio di altre cose. Ma i tempi, la guerra e la nostra educazione ce lo impediscono.
Quando Edward apre bocca per rompere il nostro silenzio, il suono fastidioso di una tromba ci avvisa dell’arrivo di alcuni aerei in lontananza. Scorgiamo già le prime bombe piovere dal cielo.
«Vieni» le sue dita sfiorano le mie. Io le stringo. E siamo mano nella mano.
A volte le parole sono davvero superflue.
Soprattutto in guerra.
Soprattutto tra di noi.
Corriamo verso la Villa per ripararci in qualche modo dal pericolo che si sta avvicinando dal cielo.
Arrivati davanti alla porta Edward lascia la mia mano.
Ed è come se improvvisamente io mi fossi persa.
Mi sento smarrita nel labirinto delle sensazioni provate fino ad un attimo prima e quelle che sento adesso priva del suo tocco. Sono così contrastanti.
Dovrei avere paura delle bombe. Ho invece paura del mio stesso cuore.
Entriamo e nell’atrio ci sono un sacco di soldati pronti per il cambio al fronte, altri che aspettano le auto per essere trasferiti a combattere in Ungheria. Altri, ancora, in attesa di essere visitati e medicati.
Nel caos di tutta questa gente perdo di vista Edward che credo si stia recando a rapporto dal comandante.
Decido di non cercarlo. Non starebbe bene.
E poi ho un lavoro da portare avanti.
Salgo le scale che conducono alle stanze delle infermiere. Non c’è nessuna delle mie colleghe. Alcune sono al fronte che attendono il cambio, altre nell’ambulatorio di sotto. Altre ancora immagino si siano rifugiate in cantina dopo aver sentito la tromba. Raccolgo il mio zaino appoggiato sulla branda già riempito di garze, iodio. Qualche fiala di morfina. Un paio di attrezzi per il medico.
Dalle camere accanto dove sono ricoverati i soldati più gravi, giungono lamenti e urla. Non ho la forza, oggi, per andare da loro. So cosa mi aspetterà tra poco.
Forza Bella, ce la farai anche stavolta. Zaino in spalla.
«Dove stai andando?»
Non mi aspettavo di sentire più la sua voce per oggi.
«Devo dare il cambio all’ospedale in trincea» rispondo mentre mi avvicino alla porta dove Edward rimane immobile.
Non si sposta per lasciarmi passare. Mi fissa. Aspetto e aspetto. Ma non succede niente. Il cuore mi batte forte e mi dà così fastidio che lui non dica niente, che non faccia niente.
«Scusami, sono in ritardo... le altre e il medico mi staranno sicuramente aspettando …» lo invito a lasciarmi spazio spingendolo leggermente per un braccio.
La sua mano non perde l’attimo e agguanta la mia.
Il suo viso si abbassa verso di me.
Rimango senza fiato. Il suo naso mi sfiora la guancia.
«Ritorna» comanda a pochi centimetri dalle mie labbra.
«Lo farò» riesco a sussurrare.
E lo farò Edward. Fosse l’ultima cosa che faccio in questa vita, tornerò da te. Perché voglio sapere. Voglio capire. Voglio te.
Lentamente lascia la presa della mano, lentamente si fa da parte.
Lentamente io vado a compiere il mio dovere.
***
5 GENNAIO 1918
EPOV
E’ tutto un’attesa il tempo in guerra.
Attendi di combattere. Attendi di morire. Attendi il ritorno di qualcuno. Attendi. Attendi.
Bella è all’ospedale da campo da due giorni. Domani pomeriggio partirò anch’io, tornerò il prima linea. E’ arrivato il momento di tornare ad essere un soldato.
Ormai è quasi buio, ho sentito dire che lei e le altre infermiere torneranno alla Villa a breve, una macchina è andata a prenderle visto che piove a dirotto.
Spero sia riuscita a ripararsi nella grotta che funge da ricovero e sala operatoria, dove ci siamo incontrati per la prima volta.
All’interno della Villa c’è poco movimento. Molti soldati sono partiti per il fronte ungherese. Quel che resta di noi se ne andrà in Veneto, domani.
Dal sud stanno arrivando rinforzi per le trincee qui in zona.
Sono sdraiato sulla mia branda. Sto leggendo Anna Karenina, Bella mi ha lasciato il suo libro sul letto. L’ho trovato poco dopo che l’avevo salutata l’altra sera. Faccio fatica a capire tutte le parole, in fondo io sono nato contadino. Ma ce la sto mettendo tutta. E lo finirò.
Il rumore delle ruote sulla ghiaia mi fa intuire che posso finalmente scendere.
Cerco di mantenermi calmo, cerco di contenere il mio entusiasmo e l’ansia per quello che sto per fare.
Potrebbe essere l’ultima volta che la vedo. Non voglio lasciarla a questo mondo senza qualcosa di me. Qualcosa di importante. Qualcosa da ricordare.
Scendo in ingresso e attendo che le porte si aprano.
L’aria fredda entra senza chiedere permesso.
Subito dopo corrono dentro le ragazze esauste e fradice.
Lei chiude la fila. Come sempre, praticamente.
Vedo nei suoi occhi tanta sofferenza, tanta stanchezza. Vorrei abbracciarla qui davanti a tutti. Vorrei baciarla e dirle che adesso è al sicuro. Che ci sono io, qui. Che può riposare. Che può sperare in un domani migliore.
Ma non posso fare niente di tutto questo. Non adesso.
Mi guarda e sorride come può.
Mi avvicino e le infilo nella mano un biglietto senza farmi vedere da nessuno.
Mi fissa sorpresa. Ma non le lascio il tempo di parlare.
Saluto militarmente il mio comandante a pochi passi da noi e mi allontano.
BPOV
Stringo il biglietto che con sorpresa mi trovo tra le dita. Lo nascondo nella tasca della divisa.
Seguo le altre ragazze e raggiungo le nostre stanze. Mi tolgo rapidamente cappotto e uniforme per infilarmi qualcosa di asciutto. Sono stati due giorni tremendi. Tremendi. L’unica cosa che mi ha dato il coraggio di andare avanti è il pensiero dei suoi occhi. Del tocco delle sue labbra vagamente appoggiate alla mia guancia. Delle sue parole in giardino. E sulla porta di questa camerata.
Mi siedo sulla branda e do la schiena a tutto il resto del mondo.
Apro tremando il biglietto che ho nel frattempo nascosto sotto al cuscino.
“STASERA NEL GIARDINO DIETRO LA VILLA. SEGUI LA MUSICA. TI ASPETTO.”
Oh mio Dio. Rido. Io rido. Stringo al petto questo sogno, questa speranza. Stringo al petto il mio cuore che sento sta per esplodere di gioia. Di vita.
Si sta facendo buio. Non devo attendere tanto. Non voglio attendere tanto.
Indosso un maglione, il più bello che ho. Un gonna. Le calze bianche con il merletto. Hanno un filo tirato e un buco poco sopra la caviglia, ma confido nel buio. Edward non lo vedrà. Indosso un paio di scarponcini asciutti. I migliori, i più nuovi.
Prendo dal baule il cappotto che mi sono portata da casa il giorno in cui me ne sono andata, ormai due anni fa. Infilo nella tasca il biglietto di Edward. Non me ne separerò mai. Mai.
«Bella dove stai andando? » mi canzona una delle ragazze.
Si voltano tutte nella mia direzione. Devo avere un colore simile alla porpora. Ma non rispondo. Sorrido e le saluto con un cenno della mano uscendo dalla stanza.
Ha smesso di piovere per fortuna, ma fa ancora parecchio freddo. La luce fioca di qualche stella fa capolino tra le nuvole.
Giro attorno alla Villa. Avanzo ancora di qualche passo.
In lontananza sento il suono di un’armonica.
Ora capisco.
Mi fermo un solo attimo per apprezzare il momento che Edward mi sta regalando.
Poi avanzo seguendo il suono. Scorgo le porte leggermente aperte del capanno del contadino che vive qui vicino. Da dentro proviene una luce calda, sembra di candela. Forse più. Da lì dentro arriva anche il suono dell’armonica.
Il cuore mi batte come impazzito.
Accelero e con una piccola corsa raggiungo il capanno. Mi blocco sull’uscio prima di farmi vedere. Inspiro un paio di volte a fondo. Mi pizzico le guance per avere un colorito sano. Stringo le labbra per farle diventare un po’ rosse. Voglio essere bella stasera. Bella come una giovane che va al suo primo appuntamento. Bella come una qualsiasi ragazza che incontra l’amore della sua vita.
Apro la porta del capanno e resto incantata dallo spettacolo che mi si offre agli occhi.
Non c’è traccia degli attrezzi di solito stoccati lì dentro dal contadino.
Edward è seduto su una sedia. E’ in divisa. Ha l’armonica in bocca. Le sue mani la guidano abili sulle labbra.
Davanti a lui un piccolo tavolo in legno apparecchiato per due su una tovaglia bianca decorata dal bordo a merletto. Al centro un bicchiere contenente una rosa. All’altro capo, una sedia vuota. Per me.
Il caminetto dietro ad Edward e al tavolo, acceso.
Tutto intorno candele. Tante, tantissime. Non so come abbia fatto a procurarsele.
Alza gli occhi senza scollare lo strumento dalle sue meravigliose labbra.
Vorrei essere l’armonica, in questo preciso istante. Vorrei farmi percorrere da quelle labbra. Vorrei sentirne la morbidezza, assaggiarne il sapore.
Sorride, lo percepisco dal suono leggermente distorto di qualche nota.
E sorrido anch’io.
Avanzo verso la mia sedia e mi accomodo assaporando la fine della canzone che resterà per sempre nei miei ricordi assieme a tutto questo.
«Benvenuta signorina» mi saluta imbarazzato quando termina di suonare.
Appoggia lo strumento a terra e mi invita a dargli la mano.
Accolgo la richiesta e se la porta alle labbra baciandola delicatamente.
Tremo dentro. Tremo fuori. Tremo ovunque. Eppure qui dentro non fa freddo.
E’ una sensazione così strana, così nuova ogni volta che lui mi sfiora. Ogni volta che lui mi è vicino.
«E’ straordinario quello che hai fatto qui» lo ringrazio spostando lo sguardo tutto intorno al piccolo capanno.
«Volevo portarti a cena da qualche parte, ma saremmo dovuti andare fino a Gorizia per trovare qualcosa … e comunque qualsiasi altro luogo non sarebbe stato all’altezza della tua presenza … non sarebbe stato abbastanza speciale.»
«Edward, non so cosa dire» ancora la mano nella sua. Ancora i suoi occhi su di me. I miei rivolti alla rosa sul tavolo.
«Non dire niente, non serve.»
«Già, non serve» confermo spostando gli occhi nei suoi.
Sorridiamo come solo due innamorati sanno fare. Regalandoci il cuore così, in silenzio.
Edward continua a guardarmi come in estasi e lentamente il nervosismo lascia il posto alla serenità trasmessa dal suo sguardo.
Tolgo a malincuore la mano dalla sua e mi levo il cappotto.
«Aspetta, ti aiuto io» si offre raggiungendomi.
Asseconda i miei movimenti e il cappotto viene preso dalle sue mani e appoggiato su una mensola poco lontano.
Seguo i suoi passi. Seguo come immersa in un sogno la sua figura che si muove in questa luce calda e confortevole. E immagino noi due insieme, in una nostra casa. Lontano da tutti. Lontano dalla guerra. Lontano dal dolore.
E prima o poi accadrà. Io lo sento chiaramente. Lo vedo chiaramente. Accadrà.
Ora ho un motivo in più per sopravvivere a tutto questo.
Edward sta tornando con una caraffa in mano.
«Prego» mi versa un dito di vino rosso. Poi riempie anche il suo bicchiere.
«A te» brinda toccando il mio calice con il suo.
«A noi» oso.
Sorride. Ho osato giusto.
Passiamo la serata così. Tra qualche brindisi, molti sorrisi. Alcuni attimi di imbarazzo. E tante, tante, tante chiacchiere.
Gli racconto di me, della mia ricca famiglia imparentata in qualche modo con la casa reale asburgica.
Gli racconto della mia fuga. E di come non abbia più avuto notizie di nessuno dei miei.
Mangiamo un po’ di carne cucinata sul camino. Non posso immaginare quanto gli sia costata.
Accompagnamo il tutto con un croccante pane regalatogli dalla moglie del contadino.
E lui mi racconta del suo amico Jacob che gli ha salvato la vita. Di sua madre e sua sorella. Di suo padre morto al fronte.
E della sua decisione di arruolarsi appena diciottenne per porre fine a tutta questa miseria. O almeno alla sua.
Resto senza fiato quando ricorda il momento in cui ci siamo conosciuti.
Quando è arrivato moribondo al campo.
Quando ha rifiutato la morfina. Quando mi ha presa per il polso. Quando credeva di essere morto e di trovarsi in Paradiso, una volta svenuto per i dolori lancinanti della lama conficcata nella carne.
Le lacrime mi salgono agli occhi spontanee. Non posso immaginare che sarebbe potuto morire. Non posso pensare che avrei potuto non vivere questo momento.
Allora sono io a seguire l’istinto e a raccogliere la sua mano abbandonata sul tavolo.
Mi guarda stupito. E felice. Emozionato.
Non riesco a dire niente. Niente. Come sempre con lui.
Senza lasciare la presa si alza per avvicinarsi alla mia sedia.
Si inginocchia davanti a me. Occhi negli occhi. Cuore nel cuore.
«Domani partirò per il fronte veneto, Bella.»
Lo sapevo che sarebbe tornato a combattere, lo sapevo che sarebbe partito, ma non volevo fare i conti con questa realtà. Non ancora. Non adesso.
Mi sale un groppo in gola. E le lacrime non le tengo più.
Ho paura. Paura di perderlo. Paura di soffrire. Paura di morire di dolore.
Prende tutte e due le mie mani e se le stringe al petto.
«Quando tornerò, perché tornerò Bella, te lo giuro …» annuisco tra le lacrime calde che mi rigano il volto rinforzando la sua affermazione «… vorrei che tu diventassi mia moglie.»
«Edward» riesco solo a dire sopraffatta dall’emozione nel sentire quelle parole.
E lo abbraccio. Mi ritrovo inginocchiata di fronte a lui. Le mie braccia attorno al suo collo. Lo stringo forte, così forte da sentire il battito del suo cuore sul mio petto.
Così forte da sentire i suoi pensieri, le sue emozioni. Il suo amore.
E vengo stretta così forte da sentirmi un pezzo unico. Forte. Importante. Resistente.
E resisterò. Ce la farò. Per lui. Per noi. Per quel che dobbiamo essere e costruire insieme.
Mi allontano quel tanto che basta per guardarlo negli occhi e consegnargli la mia promessa.
«Ti aspetterò Edward. Torna. E ti sposerò.»
In quell’attimo per la prima volta vengo baciata da un uomo. Dal mio uomo.
Le sue labbra calde e grandi accarezzano le mie. Sento il sapore della sua lingua che, lentamente e delicatamente, si fa strada per cercare la mia.
E’ dolce, è buono. E’ lui.
Sono sua. Sua per sempre.
«Ti ho amata dal primo momento in cui ti ho vista Bella. Sei stata la luce nel buio del mio cuore, sei stata la mia benedizione. Il motivo per cui quel giorno non mi sono lasciato morire. L’angelo di questa guerra maledetta …» rivela con gli occhi lucidi.
Lo accarezzo su una guancia. La barba punge leggermente sul mio palmo, ma mi piace anche questa sensazione regalatami da lui. E poi la barba gli conferisce un aspetto da uomo che gli dona molto.
Dovrebbe essere ancora un ragazzo il mio Edward, entrambi dovremmo essere ancora giovani e spensierati. Ma così non è. La guerra ci ha portato via gran parte della gioia dei nostri vent’anni. Gran parte della fiducia nel prossimo e nell’uomo.
Ma non ci ha portato via la speranza. Il domani. Noi.
La bocca di Edward raccoglie le mie dita e un fuoco divampa dentro il mio ventre. Un fuoco mai conosciuto prima. Una brama, un bisogno totalmente sconosciuto.
Chiudo gli occhi e sospiro tutto il piacere che sento dentro di me.
Le carezze di Edward sulla mia schiena si fanno più audaci. Lui vuole di più, lo capisco.
Perché è la stessa cosa che voglio anch’io.
«Edward» ansimo a un passo dal perdere completamente la razionalità «voglio diventare tua. Adesso. Qui.»
I suoi occhi mi fissano interdetti e stupiti. Forse ho corso troppo, forse mi prenderà per una poco di buono, forse dovevo …
«E’ la cosa più bella che potessi dirmi Bella … il regalo più grande che potessi farmi prima di lasciarmi tornare al fronte.»
«Allora non fermarti, ti prego» lo incito.
E lui non si fa pregare.
Pochi attimi dopo siamo stesi a terra.
Vola via la giacca della sua divisa. Vola via il mio maglione.
Volano via la sua camicia e la canottiera. Volano via la mia gonna e il reggiseno.
Non mi sento sbagliata. Non mi sento sporca.
So che è la cosa giusta da fare, adesso. So che Edward sarà mio marito appena tornerà. E so che lo amo con tutta me stessa. Al diavolo le regole, al diavolo le convenzioni. Al diavolo l’educazione.
Lo aiuto a slacciarsi i pantaloni sostenuta da un coraggio che non avrei mai pensato di avere.
Rimaniamo entrambi nudi in poche altre mosse.
E quando il petto di Edward si appoggia sul mio, quando sento il calore della sua pelle confondersi con il mio, quando le sue mani forti accarezzano i miei fianchi e si impadroniscono del mio seno, mi sembra di respirare per la prima volta.
Mai in vita mia ho provato emozioni così forti.
Mai in vita mia mi sono sentita così completa come quando Edward è entrato dentro di me impacciato e insicuro come solo un ragazzo innamorato alla sua prima volta sa e può fare.
Con tutta la grazia e la delicatezza della sua anima gentile, del suo cuore pulito.
Lo sento muoversi dentro di me, riconosco il piacere sul suo bel volto. E di rimando comincio a provarne anch’io.
E’ tutto straordinariamente nuovo e meraviglioso.
Un qualcosa per cui merita rimanere vivi, aggrapparsi con le unghie e con i denti al futuro che vogliono portarci via.
Io. Edward. Noi.
Ce la faremo.
«Torna presto Edward. Torna e fammi diventare tua moglie...» ansimo quando le viscere mi si contraggono portandomi a non controllare più la realtà.
«Lo farò, te lo giuro Bella. Ti amo» riesce a sussurrare mentre stringe gli occhi perso nell’infinito piacere ed esala la nostra promessa di matrimonio.
***
3 NOVEMBRE 1918
BPOV
Si respira un’aria diversa da qualche giorno in Villa.
Arrivano notizie confortanti da molti reggimenti. Le truppe alleate stanno marciando su Trento. Alcuni messaggi dicono che stiamo entrando anche a Trieste.
Americani e inglesi stanno combattendo al nostro fianco sul Piave, dove anche Edward sta affrontando il nemico.
Ormai non ci vediamo da quasi dieci mesi.
Da quella sera. Quella notte.
La mattina seguente all’alba abbiamo lasciato il capanno ancora ebbri d’amore.
Un paio d’ore dopo ci siamo salutati, ognuno diretto verso il proprio dovere. Consapevoli di avere un obiettivo da perseguire. Non la vittoria, non la fine della guerra. Ma la reciproca sopravvivenza. Il nostro futuro.
Ricordo perfettamente l’attimo in cui Edward è salito sulla camionetta del convoglio che avrebbe portato lui e gran parte dei soldati presenti in Villa sul fronte del Piave.
Ricordo le mie lacrime e il suo sorriso fiero.
Ricordo quando il camion è partito. Quando lui è saltato giù e mi è corso incontro.
Ricordo quando anch’io ho lasciato la mia postazione in riga e mi sono precipitata tra le sue braccia.
Ricordo quel bacio, davanti a tutti. Incuranti di tutti.
Ricordo quel ti amo. Il mio. Il suo.
E l’applauso scaturito dal primo battito di mani del Comandante di Edward, i fischi, le urla di tutti.
Da quel giorno ho ricevuto moltissime lettere che conservo gelosamente in un cofanetto.
Sono stata con lui nell’acqua gelida del fiume, sono stata con lui nascosta tra gli alberi. Sono stata con lui mentre si impegnava a distruggere un ponte e a impedire ai tedeschi di trasferire i rifornimenti alle loro truppe. Sono stata con lui sotto la ferrovia, nascosta tra le fronde per non essere vista da quel gruppo di soldati che poi hanno fatto prigionieri.
Sono stata con lui sempre. In ogni singolo istante di questi mesi che ci hanno visti così lontani.
E lui è stato con me.
In ogni soldato che ho salvato. In ogni uomo a cui ho chiuso gli occhi. In ogni ragazzo a cui ho salvato una gamba. In ogni ferita che ho curato.
Mi ha inviato l’ultima pagina di Anna Karenina con la posta arrivata ieri. Ha trovato il tempo di finirlo.
“ORA E’ TEMPO DI TORNARE DA TE. LA GUERRA DEVE FINIRE. ADESSO. PERCHE’ NON HO PIU’ NULLA DA LEGGERE. E PERCHE’ MI MANCHI DA IMPAZZIRE AMORE MIO” mi ha scritto sul retro della pagina strappata.
Si, ha ragione, deve tornare.
E deve farlo in fretta. Qui c’è la sua vita che lo attende.
***
8 NOVEMBRE 1918
BPOV
La guerra è finita. E’ finita da quattro giorni.
Abbiamo saputo della battaglia di Vittorio Veneto. Abbiamo saputo che ci siamo fatti onore e che, finalmente, si è firmato l’armistizio.
Urla di giubilo e campane a festa per ore sono risuonate nell’aria del Carso.
Ma Edward ancora non c’è.
Era anche lui a Vittorio Veneto. Lo so perché me l’aveva scritto nell’ultima lettera, quella che ho ricevuto pochi giorni fa assieme alla pagina di Tolstoj.
Poi di lui nessuna notizia.
Non riesco più a tenermi calma, non riesco più ad essere razionale.
Qui in Villa ormai siamo rimasti in pochi.
Io, un paio di colleghe, un medico e i feriti più gravi che non possono ancora raggiungere le loro famiglie.
La maggior parte di quella che fino a una settimana fa era la mia famiglia e il mio mondo è tornata a casa.
La mia casa è Edward. E ancora non c’è.
Sono seduta sui soliti gradini.
E’ quasi mezzogiorno e tra poco in sala verrà portato il pranzo. Oggi dicono sia arrivato lo zucchero. La farina. Sento il profumo di pane appena sfornato uscire dalla finestra della cucina.
Ispiro a pieni polmoni.
Poi un fischio mi inchioda l’anima.
EPOV
Manca poco per raggiungere la Villa.
Bella ha detto che mi avrebbe atteso lì. E così sarà, lo so. Deve essere così.
Sono nervoso ed eccitato. Muoio dalla voglia di rivederla e muoio dalla paura di non poterla abbracciare.
Non ho ricevuto risposta alla mia ultima lettera.
Ma mi sono convinto che il motivo sia stato la fine della guerra e la mia partenza improvvisa verso casa. Verso di lei. Il mio angelo.
Non posso pensare ad altri motivi. Non ora. Non adesso che è tutto finito.
Tento un fischio.
In memoria dei tempi andati, in memoria di mia madre e mia sorella che ora possono riposare in pace.
Una lacrima spinge per uscire, ma non le do corda.
Troppe volte ho già pianto. Ed è ora che anche mio padre venga onorato come merita.
In lontananza scorgo i cipressi e la grande magnolia di fronte alle scale dove tanti giorni sono stato ad aspettare un qualcosa. O qualcuno. Molto spesso, quasi sempre, lei.
Una piccola sagoma seduta, si alza lentamente dai gradini.
Il cuore inizia a pompare tutta la sua gioia. Lui già sa, lui già sente.
Fischio una seconda volta.
La sagoma compie qualche incerto passo nella mia direzione.
Allora mi metto a correre.
Lascio cadere lo zaino a terra. Ho poca roba dentro, e tutta quella che c’è non ha alcun valore rispetto a quello a cui sto andando incontro.
Corro disperato. Corro felice. Corro nemmeno io so perché.
Forse semplicemente perché sono vivo.
E poi capisco. Vedo i suoi capelli sciolti sulle spalle muoversi al vento.
Vedo le sue gambe alzarsi dal terreno e raggiungermi veloci.
Vedo due braccia sporte in avanti pronte ad abbracciarmi.
Dopo tutto il dolore, dopo tutto il sangue versato, dopo aver perduto famiglia, giovinezza e speranza finalmente ritrovo il mio posto nel mondo.
La raggiungo, la abbraccio, la alzo e la faccio volteggiare in questo cielo azzurro.
La bacio.
Mi bacia.
E per noi, adesso, in questo momento, la guerra è finita.
Con le nostre bocche attaccate.
I nostri cuori sciolti in un unico, universale battito.
E ricominciamo.
Ricominciamo insieme a costruire un domani migliore.
Ricominciamo per tutti quelli che non ce l’hanno fatta.
E per tutti quelli che verranno e che dovranno riconoscere il privilegio di vivere in tempo di pace.
FINE
FINE

Vabbè... ti sei salvata perché l'hai messa in chiave storica e anche perché hai avvisato con il genere.
RispondiEliminaBella, veramente bella mi è piaciuta moltissimo.
Mi è piaciuto il nascere del loro amore, in sordina, non dichiarandolo neanche a se stessi, all'inizio.
Un amore così puro, quello di altri tempi, quello romantico e che vince su tutto.
E infatti ha vinto e ne sono veramente contenta.
Grazie per questo nuovo viaggio, per questa nuova emozione.
JB
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaBella, bellissima storia, toccante, commovente, poetica. Hai descritto benissimo e in modo non banale gli orrori e le sensazioni della guerra visti in prima persona, e come l'amore e la gioventù abbiano in sé la forza di ricreare il futuro, nonostante tutto. Grazie e complimenti davvero.
RispondiEliminaBellissima. Hai affrontato un argomento delicato che in un paesino è ancora vivo e mi sono emozionata tantissimo. Ho rivisto con la tua storia le storie che mi raccontano i vecchi del paese.... sembra quasi che tu ci sia stata che abbia provato quelle emozioni... perché le hai descritte benissimo! Bravissima!
RispondiEliminaVoto 5
NON POSSIAMO CONSIDERARE VALIDO QUESTO VOTO PERCHè è L'INICO CHE HAI DATO (MI DISPIACE!!!!)
EliminaQuante emozioni! grazie del bel viaggio! Tutto descritto alla perfezione dalle belle alle brutte sensazioni! Da brivido! Complimenti!
RispondiEliminaIn effetti quest’anno non poteva mancare una commemorazione della grande guerra!
RispondiEliminaAllora, la descrizione della vita in trincea è realistica e mi ricorda le magnifiche poesie di Rebora e Ungaretti, con la loro asciuttezza precisa nel descrivere l’orrore e la disperazione dei soldati al fronte. A pensarci bene la prima parte del racconto potrebbe essere illustrato dai quadri di Grosz.
La storia d’amore invece richiama “Addio alle armi” di Hemingway, ma per fortuna qui il finale è lieto. Mi piace molto questo Edward contadino che ritiene suo dovere difendere i deboli, cercare di far finire il massacro e non si vergogna della propria mancanza di cultura nei confronti della donna di cui si innamora. Mi affascina poi sempre l’idea che l’amore possa essere l’unico filo che ci lega alla vita, la molla che ci spinge a sostenere l’insostenibile e ad affrontare le situazioni più disperanti. Il che, per associazione di idee, mi rammenta il commosso ricordo che Primo Levi dedica alla moglie Lucia facendo sapere al lettore che, tornato dal campo di concentramento, se ha potuto credere che la vita ha un senso ed è degna di essere vissuta è proprio grazie a lei.
Un piccolo gioiello.
RispondiEliminaQuesta storia è bellissima, delicata nonostante il tema trattato, intensa, dolce.
Amo questo Edward semplice e forte, privato di tutto il suo mondo ma forte abbastanza per trovare il coraggio di aggrapparsi di nuovo alla speranza e all'amore che gli vengono dati dall'infermiera che si occupa di lui.
L'amore cresce in silenzio e si fortifica grazie alle sofferenze della loro realtà, al retaggio culturale in cui sono cresciuti entrambi ma che viene dimenticato nel momento stesso in cui trovano il coraggio di stare insieme, di sentirsi vivi e capaci di donarsi l'un l'altra.
Scritta in maniera egregia, è piena di emozioni... tutte, indistintamente.
Grazie mille per avercela regalata... davvero.
Grazie per avermi regalato questa storia. Adoro questo genere, perché è facile trovare qui quell'amore che soffre e resiste al tempo, alla distanza e alle fucilate che fa sognare la parte romantica di me stessa. Tu mi hai fatta sognare, soffrire e sperare. Grazie e complimenti!!!
RispondiEliminaAleuname.
2 punti
RispondiEliminaMi è piaciuta un sacco! La storia è ben sviluppata, i personaggi ben caratterizzati e mi è piaciuto che tu l'abbia ambientata in quel periodo storico. Non le cambierei una virgola, è perfetta così :)
RispondiEliminaComplimenti davvero! *_*
Stupenda! Scritta molto bene, perfetti i reali riferimenti storici, intensa senza cadere nello sdolcinato. Mi è piaciuta. A te i miei 3 punti.
RispondiElimina5 punti
RispondiEliminaOdio profondamente questo periodo storico, ma con questa tua storia sei riuscita a tenermi incollata dalla prima all'ultima riga e parola.
RispondiEliminaScritta in modo impeccabile, i sentimenti sono chiari e meravigliosi, la cultura rispetto agli eventi palese.
La loro storia d'amore è bellissima, delicata e forte al tempo stesso.
Purtroppo sto lasciando commenti brevi e concisi per mancanza di tempo ma non sai quanto mi dispiace.
Complimenti davvero e grazie
5 punti
RispondiEliminaQuesto è il racconto che più mi è piaciuto in assoluto. Perfetto dall’inizio alla fine. Per quanto lungo, mai ripetitivo. Una poesia che mi ha accompagnata lungo tutta la lettura. La capacità che hai avuto di farmi vedere e sentire tutto ciò che stava accadendo è stata sensazionale. Mi è piaciuta anche la precisione con cui hai descritto proprio quel periodo storico, la guerra di trincea. A causa di motivi personali (è stato il tema della tesi di terza media di mio figlio) non solo avevo letto parecchio, ma ci eravamo ritrovati a visionare molti filmini d'epoca. La pena che non mi avevano fatto quegli uomini giovanissimi mandati a morire, intrappolati in quei corridoi in attesa di un proiettile. Immaginare il giovane Edward come uno di loro è stato davvero commovente. Insomma questa storia mi ha rubato il cuore. Eccezionale! Grazie per averla scritta. Cristina.
RispondiEliminaWowwwwww che brividi sulla pelle! non so che dire perché la storia è fantastica, scritta benissimo e davvero ben costruita. bravissima. a tratti anche commovente e dolcissima.
RispondiElimina3 punti.
RispondiEliminaLAURA SPARVIERO ASSEGNA 3 PUNTI A QUESTA STORIA
RispondiEliminaBellissima Geme!!! Davvero una storia stupenda! Perfetta in ogni sua parte!
RispondiEliminaE se avessi votato avrei dato a te i miei 5 punti!
Ma questa storia è un autentico capolavoro!! Meravigliosa! Non ci sono parole per descriverla, sicuramente la migliore di tutte, e di molto.
RispondiElimina